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ISOLA PULITA ITALCEMENTI Decadenza, per inosservanza prescrizioni, decreto 693 18 luglio 2008

ITALCEMENTI ISOLA DELLE FEMMINE 

Assessore Territorio Ambiente
Regione Sicilia
DIRIGENTE GENERALE
Dott. Gaetano Gullo
 Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO




Regione Sicilia
1° Servizio VIA-VAS
dr. Giorgio D’Angelo
Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO




Assessore Territorio Ambiente
Regione Sicilia
Dott.sa  Mariella Lo Bello
Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO
FAX 091 7077963




IV Commissione Ambiente e Territorio
Assemblea Regionale Siciliana   
Onle Giampiero Trizzino
Piazza Indipendenza 21
90129 PALERMO
 FAX 091 7054564




Raccomandata R.R.




Anticipata via fax




Oggetto: Decadenza, per inosservanza prescrizioni,  decreto 693 18 luglio 2008




Il Sottoscritto Coordinatore del  Comitato Cittadino Isola Pulita con la presente intende ribadire  quanto dichiarato nel corso della riunione del Tavolo tecnico tenutosi presso il 1° Servizio VIA-VAS  di questo Assessorato, avente ad oggetto “Procedura A.I.A. Impianto IPPC ditta Italcementi S.p.a.”:




Considerato che la procedura di autorizzazione integrata ambientale, in particolare per I cementifici, ha diverse funzioni, quelle di maggior interesse sono le seguenti:




a) verifica puntuale delle autorizzazioni ambientali esistenti per ricondurle ad una unica autorizzazione tenendo conto del principio della applicazione della prevenzione e riduzione  dell’inquinamento, al fine di raggiungere l’obiettivo di un elevato  livello di protezione ambientale e della popolazione.




b) Verifica della applicazione delle migliori tecnologie disponibili (sulla base di linee guida redatte per conto della Commissione della Unione Europea ed a  livello nazionale) atte a ridurre gli impatti ambientali e, tenendo conto delle caratteristiche tecnologiche e la durata di vita tecnica dell’impianto, la previsione di prescrizioni atte a ricondurre l’impianto, ove necessario, a raggiungere prestazioni idonee entro tempi certi.




c) La fissazione di limiti emissivi per le diverse matrici ambientali di interesse (emissioni, scarichi, rumore, ecc) che tengano conto delle tecnologie disponibili e applicabili al caso in  esame ma anche delle caratteristiche ambientali della area limitrofa all’impianto. In tal caso possono essere prescritti limiti inferiori a quelli stabiliti dalle norme nazionali applicabili all’impianto e anche limiti inferiori alle prestazioni ottenibili dall’applicazione delle  migliori tecnologie ove le criticità locali siano tali da renderle necessarie.





d) La individuazione di dettaglio di un programma di monitoraggio a cura del gestore e di un  programma di controllo da parte degli enti preposti che riguardi oltre al rispetto dei limiti  emissivi disposti anche le specifiche modalità gestionali prescritte e il rispetto concreto  delle migliori tecnologie disponibili individuate per l’impianto.



Preso atto dell’istanza presentata, dalla  Italcementi datati 3.11.2006,, contenente un progetto di modifica dell’impianto esistente ed ammodernamento tecnologico dell’impianto.
(rintracciabile sul sito a pag 


Preso atto  che in data 31.01.08 nella seduta della Conferenza dei  Servizi la Italcementi faceva richiesta di concessione dell’A.I.A. esclusivamente per l’utilizzo del pet-coke come combustibile nel vecchio impianto, escludendo così  il progetto di modifica dell’impianto che la Italcementi aveva presentato  il 3.11.2006


Preso atto che il 29 agosto 2008 la G.U.R.S. il decreto 693 del 18 luglio 2008 con cui il “Dirigente”  del 2° Servizio VIA-VAS Ing Vincenzo Sansone rilasciava l’autorizzazione Integrata Ambientale  alla Italcementi S.p.a.




Preso atto che il decreto 693 autorizzativo:


articolo 13 recita: “ Questo Assessorato, nella qualità di Autorità competente per l’AIA, provvederà ad effettuare una visita ispettiva presso l’impianto  congiuntamente con gli enti che hanno rilasciato parere in merito ai lavori oggetto, successivamente alla comunicazione di inizio dell’attività di produzione dell’impianto, al fine di verifica  la attuazione delle prescrizioni in fase di realizzazione dei lavori. La società Italcementi S.p.a. è onerata, i quella sede, a voler consegnare ad ogni ente intervenuto copia di progetto aggiornato con le previsioni delle suddette prescrizioni….”




articolo 7 recita: “subordinato al rispetto delle condizioni e di tutte le prescrizioni impartite dalle competenti autorità intervenute  in sede di conferenze dei servizi ed indicate nei pareri sopra riportati, che fanno parte integrante e sostanziale del presente decreto. In particolare, dalla data di notifica del presente provvedimento dovranno essere osservate le prescrizioni relative all’applicazione delle migliori tecniche disponibili, dettate dai rappresentanti degli Enti preposti a rilasciare parere in conferenza di servizi decisoria qui di seguito riportate:……….”


articolo pag 6 5° capoverso recita “ E’ fatto obbligo all’azienda di procedere, entro 24 mesi dal rilascio della presente autorizzazione, alla conversione tecnologica (revamping) dell’impianto con il completo allineamento alle Migliori Tecniche Disponibili (M.T.D.) previste per il settore  cemento, al fine di ottenere un sostanziale miglioramento delle prestazioni ambientali per quanto riguarda l’abbattimento dei principali inquinanti (polveri, ossidi di azoto e ossidi di zolfo). Nell’ambito dell’intervento di conversione tecnologica  l’azienda è in ogni caso tenuta a realizzare un sistema di abbattimento delle  polveri che garantisca, per il forno di cottura (attualmente camino E35), un livello emissivo inferiore a 15 mg/Nm3 (media oraria).……….”
Visto  l’atto d’invito e diffida  a provvedere con istanza in autotutela, inviato con Raccomandata  R.R. 14344889362-1  del 21-03-2011 al 2° Servizio VIA-VAS  Assessorato TT.AA. Atto a tutt’oggi rimasto inevaso.
Considerato che alla data della presente sono ampiamente decorsi i termini (24 mesi) di adeguamento alle prescrizioni imposte alla Italcementi S.p.a., con il decreto n.693 del 18 luglio 2008 emesso dall’Assessorato Regionale Territorio Ambiente senza che risulti  realizzato alcun intervento volto ad uniformarsi alle previsioni della predetta Autorizzazione Integrata Ambientale.
Considerato che tale condotta comporta una grave responsabilità per Italcementi S.p.a. che continua ad utilizzare un impianto altamente inquinante e nocivo per la salute dei Cittadini, ma è foriero di responsabilità anche per l’Amministrazione regionale per i suoi agenti che rimanendo inerti sono solidamente responsabili con l’Italcementi S.p.a., per i danni alla salute dei cittadini;
Considerato che non risulta che l’amministrazione abbia effettuato alcun controllo in ordine all’adempimento delle prescrizioni imposte nei termini previsti dall’A.I.A., nonostante che in data 18.1.2011 è stata comunicata all’amministrazione regionale una situazione di emergenza ambientale relativa a notevoli e pericolose esalazioni di fumo provenienti dalla cementerai e che di tale emergenza è stata informata l’autorità giudiziaria;
Considerato che ogni ulteriore inerzia da parte dell’amministrazione regionale appare foriera di gravi responsabilità per la stessa e , specialmente dei suoi agenti per i gravi pericoli che corre la comunità locale in particolare i cittadini che risiedono a ridosso del cementificio;
Considerato che la tutela della salute e dell’ambiente costituiscono interessi pubblici sensibili,con valore primario e prevalente che obbliga l’amministrazione ad una maggiore sensibilità in ordine alle attività di controllo nel caso di pericolo;
Tutto quanto sopra premesso e considerato
 Questo Comitato Cittadino Isola Pulita sollecita gli  Enti in indirizzo, per le competenze che la legge affida loro, a voler provvedere con urgenza a sospendere e/o revocare l’Autorizzazione Integrata Ambientale di cui al decreto n 693 del 18 luglio 2008, per il mancato adeguamento alle prescrizioni imposte nel termine previsto dalla stessa  e/o per gli altroi motivi che l’autorità che legge la presente vorrà verificare a seguito di adeguato ed idoneo controllo sulla documentazione e sull’impianto oggetto dell’A.I.A.
 25.10.2013 PROTOCOLLATO ASSESSORATO 
Comitato Cittadino Isola Pulita
Giuseppe Ciampolillo
Via Sciascia 13
90040 Isola delle Femmine






Ilva, prosegue la farsa dell’AIA – Ecco la diffida

24 OTTOBRE 2013 13:26
ILVA

TARANTO – Domanda: i controlli effettuati congiuntamente dai tecnici ISPRA e ARPA Puglia nei giorni 10 e 11 settembre all’interno dell’Ilva e finalizzati alla verifica dello stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal riesame dell’AIA dell’ottobre del 2012, hanno realmente senso? E se sì, quale valenza giuridica hanno le violazioni accertate e le conseguenti future diffide che verranno inoltrate all’Ilva?
Perché se è vero che stando alla legge n.89 del 4 agosto il controllo del rispetto delle prescrizioni AIA è affidato al commissario Ilva Enrico Bondi, è altrettanto vero che quella stessa legge ha previsto la nomina da parte del ministero dell’Ambiente di tre esperti a cui è stato affidato il compito di stilare un piano di lavoro che rimodulasse la tempistica della realizzazione delle prescrizioni stesse (piano presentato lo scorso 11 ottobre con un ritardo di un mese sulla tabella di marcia prevista).
Ciò premesso: perché dunque mandare i tecnici di ISPRA ed ARPA all’interno dell’Ilva per accertare la scontata violazione di prescrizioni che è stato stabilito per legge siano attuate in tempi diversi rispetto a quanto prescritto dal riesame AIA dell’ottobre 2012? Facciamo alcuni esempi. Nella nuova diffida spedita lunedì scorso all’Ilva dal direttore generale per le valutazioni ambientali del ministero dell’Ambiente Mariano Grillo, vi è allegato il rapporto conclusivo stilato dal responsabile delle attività ispettive dell’ISPRA, Alfredo Pini, in cui vengono elencate le prescrizioni non rispettate, tenendo conto anche delle precedenti diffide di giugno e luglio.
SCARICA IL DOCUMENTO: diffida
Viene segnalata, ancora una volta, la mancata adozione di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti (“Sistemi di scarico per trasporto via mare”, prescrizione n. 5). Durante la penultima verifica nello scorso giugno, la tecnica di implementazione proposta dall’Ilva era stata giudicata inadeguata perché “non rientra tra quelle espressamente previste dall’autorizzazione”. Nella “Proposta del piano di lavoro” redatta dal comitato dei tre esperti, si legge che nella alternativa di adeguamento dei sistemi oggi installati pressi i 2 sporgenti di scarico tra benne ecologiche chiuse e sistemi di scaricamento automatico, “dal diretto riscontro sembra preferibile, dal punto di vista della emissione di polveri e dell’agibilità del sistema, la soluzione con benne ecologiche chiuse superiormente con chiusura e manovra automatica”.
Gli interventi da eseguire consistono dunque “nella adozione di sistemi di scarico automatici da completare con benne chiuse (ecologiche) da installare negli esistenti scaricatori automatizzati”. L’Ilva ha effettuato l’ordine per uno di tali sistemi, la cui installazione è prevista entro dicembre. Perché è stato inoltrato un solo ordine? Lo si legge nel piano dei tre esperti: “si propone di verificare l’efficacia in termini di performance ambientale e la rispondenza a quanto previsto dalla BAT n. 11, attraverso un confronto con l’ente di controllo”. Dunque, onde “spendere” soldi inutili e sbagliare qualcosina, si ordina un solo dispositivo per vedere se risponde esattamente a quanto prescritto dall’AIA.
Non è un caso allora se nel piano la tempistica di installazione su tutti e 6 gli scaricatori delle benne chiuse (ecologiche) gestite in automatico, nel caso in cui la soluzione venga ritenuta adeguata, è la seguente: scaricatore A aprile 2014; scaricatore B luglio 2014; scaricatore C ottobre 2014; scaricatore D gennaio 2015; scaricatore E aprile 2015; scaricatore F luglio 2015. Ma non finisce qui: perché, si legge sempre nel piano, l’idoneità della previsione impiantistica del sistema di scarico mediante benne ecologiche, deve comunque “trovare supporto nella implementazione delle procedure operative riportate nella BAT n.11 quali abbassamento del punto di scarico, bagnatura del cumulo (non usando acqua di mare), etc”. Secondo il riesame AIA dell’ottobre 2012, la prescrizione andava attuata entro lo scorso gennaio. A fronte di ciò, che senso ha mandare ogni tre mesi i tecnici di ISPRA ed ARPA sugli sporgenti del porto usati dall’Ilva per annotare un qualcosa di scontato?
Altro, “drammatico”, esempio. Viene segnalata per la terza volta di fila, la mancata attuazione della prescrizione n. 6, la chiusura dei nastri trasportatori, che “rimangono non allineati i tempi di ultimazione rispetto al crono programma allegato alla richiesta di modifica non sostanziale”. In pratica l’Ilva, dopo aver chiesto ed ottenuto una corposa proroga sulla tempistica prevista (l’accoglimento dell’istanza di modifica non sostanziale con nota ILVA DIR 257 del 17/12/2012 da parte della Commissione IPPC ha previsto che i 90 km di nastri che andavano coperti entro gennaio scorso fosse posticipata ad ottobre 2015), non sta rispettando lo stesso i tempi previsti. Infatti, nel piano di lavoro dei tre esperti, a tal proposito si legge che “il termine fissato dal Gestore per il completamento dell’intervento era indicato ad ottobre 2015”. Era, appunto.
Allo stato attuale, l’intervento è in corso di esecuzione (avanzamento pari al 20% circa della lunghezza complessiva dei nastri). I tempi per la realizzazione della copertura dei nastri (sulla percentuale della lunghezza totale)? 35% entro marzo 2014; 55% entro dicembre 2014; 75% entro settembre 2015; 100% entro giugno 2016. Se tutto va bene. E pensare che nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza” Ilva del 2011, i nastri trasportatori figuravano tra le opere già effettuare dall’azienda il cui costo rientrava nel famoso miliardo investito dal gruppo Riva dal ’95 al 2012 per “l’ambientalizzazione” del siderurgico.
Terzo esempio. Si segnala la mancata trasmissione, nonostante la diffida precedente, del progetto della chiusura edifici dei materiali polverulenti, “mentre Ilva attende che si pronunci il comitato di esperti”, previsto dalla prescrizione n. 4. Il maggio scorso è stata inoltrata l’ennesima istanza, accolta ancora una volta dalla Commissione IPPC, di modifica non sostanziale alla prescrizione. Sono previsti 5 nuovi fabbricati, in diverse aree; sono state effettuate le indagini geotecniche e la progettazione degli interventi di copertura per 2 aree. I lavori dovrebbero partire entro fine anno e terminare entro il 2015 (in origine dovevano essere conclusi già a gennaio).
Allorché, il dubbio sorge legittimo e spontaneo: in che modo è stata riesaminata l’AIA concessa all’Ilva nell’agosto del 2011? Che lavoro è stato effettuato dalla commissione IPPC a cui si affidò l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini? Nell’Ilva sono mai entrati? Se sì, vuol dire che il tutto è stata soltanto l’ennesima colossale presa in giro per Taranto. Visto che la tempistica per l’attuazione di tantissime prescrizioni era pressoché impossibile nei tempi previsti, anche a fronte dell’azienda più volitiva di questo mondo.
Inoltre, sono state accertate anche violazioni sul piano gestionale. Il “superamento dei 25 grammi per tonnellata di coke nelle emissioni del particolato dalle torri di spegnimento; la procedura RAMS per eliminare lo slopping applicata soltanto al convertitore 3 dell’acciaieria 2 (già a giugno fu segnalato il fatto che il sistema fosse incompleto); assenza di pavimentazione con asfalto o cemento dell’area IRF (recupero ferro) di gestione scorie; mancata adozione di misure per eliminare le emissioni diffuse polverulente durante lo scarico del dumper; mancata adozione di pratiche idonee alla gestione delle acque per il raffreddamento e inumidimento dei cumuli di scorie in area IRF; mancata distinzione delle aree adibite allo stoccaggio dei sottoprodotti da quelle utilizzate per il deposito dei rifiuti; raffreddamento e trattamento delle paiole in aree non destinate a queste operazioni; omesse comunicazioni all’autorità competente della non conformità ai limiti di emissione del particolato”. A fronte di ciò ISPRA ha chiesto (a chi?) l’emissione di nuove diffide. Voi ve li vedete Bondi e Ronchi che si auto diffidano? Siamo davvero alle comiche. A quando quelle finali?
 Gianmario Leone (TarantoOggi, 24.10.2013)
SCARICA IL DOCUMENTO: diffida
N.B. L’ìndividuazione di questo file, nel sito del ministero dell’Ambiente, si è rivelata una vera e propria caccia al tesoro. Ciò che sfugge ai funzionari del ministero è che la ricerca di documenti così importanti dovrebbe essere facile e intuitiva per tutti,  anche per i cittadini comuni, non solo per gli addetti ai lavori e per qualche giornalista che si ostina nella ricerca. E ora c’è solo da sperare che qualcuno recepisca il messaggio. (A. Congedo)
AIA, Anzà, BAT, CROMO ESAVALENTE VI, ILVA, Italcementi decreto 693 luglio 2008, Mercurio benzopirene, Ossidi di Zolfo, PETCOKE, PRESCRIZIONI, Sansone, SORBELLO, Taranto, TOLOMEO, TUMORI, 

  ISOLA PULITA ITALCEMENTI Decadenza, per inosservanza prescrizioni,  decreto 693 18 luglio 2008

LA GIUNTA PORTOBELLO SI E’ AUTODIMESSA per DISASTRO AMBIENTALE

I DIMISSIONARI RESPONSABILI DEL DISASTRO DI ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI
ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI
ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI

ISOLA DELLE FEMMINE
COMUNICATO STAMPA “RINASCITA
ISOLANA”
Il
Movimento Politico “Rinascita Isolana” è costretto, per l’ennesima volta, a
constatare l’assoluta incapacità dell’Amministrazione in carica al Comune di
Isola delle Femmine di gestire la cosa pubblica, e la preoccupante assenza di
senso civico – prima che di responsabilità politica – in capo ai consiglieri di
maggioranza.
Stamane
(12.09.2012) si è consumato l’ennesimo insulto alla dignità e ai diritti dei
cittadini isolani: per la terza volta consecutiva (!!!) gli esponenti del
gruppo che sostiene il Sindaco pro-tempore
Gaspare Portobello – in piena emergenza
rifiuti, dinanzi ad un Paese sommerso da montagne di immondizia, che offendono
la comunità e la ammorbano di miasmi
– hanno deliberatamente deciso di far
mancare il numero legale, impedendo la celebrazione dell’assise civica, che
avrebbe dovuto discutere delle famose S.R.R.,
le società di regolamentazione del servizio di raccolta dei rifiuti, probabili
eredi del sistema ATO.
L’Amministrazione
(in uno con la sua propaggine consiliare) ha mostrato totale disinteresse per
una questione di importanza cruciale per la vita stessa degli abitanti di Isola
delle Femmine – e del comprensorio tutto – rifiutandosi persino di discutere,
in Consiglio Comunale, del problema.
La
delicatissima fuoriuscita dell’ente locale dalla fallimentare esperienza delle
società consortili (che sinora hanno gestito il servizio per conto dei
Comuni-soci), richiedeva invece una disamina approfondita e scelte meditate da
parte di coloro i quali, pur temporaneamente, rappresentano la cittadinanza: aver rimesso al Commissario regionale ogni
valutazione, significa avere vergognosamente e pavidamente abdicato al proprio
ruolo istituzionale
.
Lo
stesso Sindaco, peraltro, già il 3 agosto 2012 aveva dato il buon esempio ai suoi consiglieri,
disertando l’assise civica chiamata a valutare l’ argomento-rifiuti, per presenziare al rilascio di un
provvedimento amministrativo in favore della discoteca più glamour del Paese: ad ognuno le sue priorità.
E’chiaro
che i descritti atteggiamenti vanno letti alla luce della situazione di impasse, determinata dall’attesa delle deliberazioni ministeriali
sulla richiesta di scioglimento dell’Amministrazione Portobello per
infiltrazioni mafiose
; pur tuttavia è inaccettabile che mentre Sindaco,
assessori e consiglieri sfogliano la margherita
delle dimissioni
, il Comune di Isola delle Femmine venga trascinato in un
vortice di degrado, dissesto finanziario, insalubrità.
E’
proprio vero, gli scranni vuoti della biblioteca comunale – ove dovrebbero
svolgersi le sedute consiliari – fotografano compiutamente l’indecorosa vacatio istituzionale, che attualmente
caratterizza il nostro Paese.
Isola delle
Femmine, lì 12 settembre 2012
Movimento
Politico Rinascita Isolana

 

 

Uno dei tanti
 PERCHE’ ALLE COSTRETTE DIMISSIONI DELLA GIUNTA DEL PROFESSORE

ABBANDONIAMO LA BARCA
   CON LA SICUREZZA DI LASCIARVI IN UN MARE DI MUNNEZZA.
I CITTADINI DEVONO
SAPERE CHE NEGLI ULTIMI 
1000 MILLE GIORNI DELLA NOSTRA AMMINISTRAZIONE BEN 673  SEICENTOSETTANTATRE   PAESE E’ STATO
LETTERALMENTE RICOPERTO IN OGNI SUO SPAZIO DI MUNNEZZA DI OGNI GENERE
DALL’AMIANTO AI RESTI DI CIBO ALLE CASSETTE DI FRUTTA AVARIATA RIFIUTI DEL
LABORATORIO DI ANALISI  SCATOLETTE ALIMENTARI SCADUTE
   MATERIALE DI RISULTA DELL’EDILIZIA CARTONE VERNICI VETRO………..
PER NON PARLARE DELLA FAMOSA TESTA DI CAVALLO
NEGLI ULTIMI  MILLE GIORNI DI NOSTRA AMMINISTRAZIONE DALLE
MONTAGNE DI RIFIUTI SPARSE IN TUTTO IL PAESE SI SONO SVILUPPATI BEN  
76 INCENDI.
LE DIOSSINE DEGLI INCENDI DEI RIFIUTI SONO
RIUSCITE BENISSIMO AD UNIRSI A QUELLE PROVENIENTI DALLA ITALCEMENTI E
MISCELLARSI CON BENEZENE CROMO ESAVALENTE PM10 POLVERI SOTTILI ZOLFO …….
CI DIMETTIAMO
 PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI! VISTO COME ABBIAMO ROVINATO IL PAESE
2004 SE SAREMO ELETTI SARA’ NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’
2009 SE SAREMO ELETTI E’ NEL SEGNO DELLA
CONTINUITA’
2012 PECCATO ! PECCATO! PECCATO! 
 
Oggi ci dimettiamo
per avere concluso la nostra missione:
PORTARE ALLA
BANCAROTTA IL VOSTRO PAESE ISOLA DELLE FEMMINE
SIAMO RIUSCITI A
RIDURRE IL VOSTRO PAESE LA PERIFERIA “ZEN” DI PALERMO
SIAMO RIUSCITI A FAR
DEISTERE QUEI POCHI MALCAPITATI TURISTI A LASCIARE ANTICIPATAMENTE I NOSTRI
ALBERGHI E QUINDI IL NOSTRO PAESE
SIAMO RIUSCITI NEGLI
ANNI A FAR PASSEGGIARE I POCHI MALCAPITATI TURISTI A PASSEGGIARE FRA CUMULI DI
MUNNEZZA
PER  IL NOSTRO
 SENSO DI RESPONSABILITA’  CHE CI  CONTRADDISTINGUE 
COMUNICHIAMO AI   cittadini CHE  interrompIAMO  questo
NOSTRO  impegno portato avanti  con grande passione per il bene di 
poche e selezionate persone.
SI! SI! SI!SI SI! 
OGGI SIAMO COSTRETTI
A DIMETTERCI PRIMA CHE VOI CITTADINI VI RENDIATE CONTO DELLE GROSSE PALLE CHE
VI ABBIAMO RACCONTATO NEL PROGRAMMA ELETTORALE DEL 2009:
                    
PER
ESEMPIO PORTARE LA RACCOLTA DIFFERENZIATA AL 50%
                    
OPPURE
LA PALLA  DELLE PISTE CICLABILI
                    
OPPURE
IL POTENZIAMENTO E LA MIGLIORIA DELL’ARREDO URBANO
                    
OPPURE
LA GROSSA PALLA CHE VI ABBIAMO FATTO BERE CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE.
L’AREA PEDONALE E LA VALORIZZAZIONE DELLA ZONA TORRE IN TERRA
SU UN PUNTO DOBBIAMO
CHIEDERVI SCUSA PER NON AVERLO REALIZZATO:
-REALIZZAZIONE DI
VARCHI LIBERI PER LA FRUIZIONE DELLA SPIAGGIA LA PREVISTA VIA DI COLLEGAMENTO
DELLA VIA 
 MARTIN LUTHER KING  A VIALE DEI SARACENI. NON
VOLEVAMO DISTURBARE I SONNI TRANQUILLI DEI RESIDENTI DI VIA MARTIN LUTHER KING
A  nulla è valsa
la resistenza che abbiamo opposto al lavoro  della COMMISSIONE GOVERNATIVA
di accesso agli atti insediatasi al Comune di Isola delle Femmine, VOLUTA
AUSPICATA E DESIDERATA DA PARTE DELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI CITTADINI DI
ISOLA DELLE FEMMINE.
NOI TUTTI AD INIZIARE
DAL SOTTOSCRITTO  PROFESSOR Gaspare, Napo, Ale, Giovanni, Salvo Alberto
Zii Nipoti Cognati Generi Futuri Generi Sorelle Fratelli Cugini  ci siamo
asserragliati nel “fortino” di Via Colombo per difenderci dall’assalto di
cittadini inferociti che ritenevano NOI responsabili dei  rifiuti che
ormai ricoprivano da mesi  le strade e le piazze di Isola.
Per anni mesi
settimane giorni  abbiamo subito l’onta del discredito perché alcuni
  dei nostri  amici parenti e collettori di voti omettevano di pagare
la tassa della munnezza. E pensare che al nostro amico e collega Napo siamo
riusciti a fargli pagare per 
META’ la tassa della munnezza  della palestra affidata 
in gestione dal “parente” Sindaco (rep n 811/2003) alla moglie Lucido Maria
Stella!
Grandioso è stato
l’impegno con la 
ITALCEMENTI, nell’anno 2008 grazie alla
collaborazione della PRESIDENTESSA della Commissione Ambiente Consiliare, MA
SOPRATTUTTO DELL’INTERO GRUPPO prima “Isola per Tutti” e poi “Progetto
Cementificazione ed Inquinamento”  
Siamo riusciti grazie
all’assenza  delle associazioni  ambientaliste a far
ottenere    alla ITALCEMENTI l’Autorizzazione Integrata
Ambientale della Regione Sicilia.
Alla Italcementi
abbiamo permesso di tutto e di più nell’ASSENZA di  autorizzazioni, nello
sforamento della massa delle emissioni, nella emissioni di ogni tipo di
inquinante tipo CROMO ESAVALENTE VI.benzene diossina in quantità persino
spropositata, pm10 polveri fini sottili ultrassottili insomma di quella roba
che riesce a penetrare facilmente nel tessuto umano. 
Abbiamo concesso che
la ITALCEMENTI anzitempo bruciasse in notevoli quantità
800 TONNELLATE  i rifiuti di
refrattari
,
gessi chimici ……..
Alla Italcementi abbiamo
permesso per anni  di non ottemperare alla direttiva Europea che imponeva
l’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE entro il 30 ottobre 2007
.
Alla Italcementi, IO
 SINDACO ed il mio gruppo politico, abbiamo permesso  di non rispettare
le prescrizioni imposte dall’Autorizzazione Integrata Ambientale il quale
prevedeva l’adozione delle migliori tecnologie per tutte le aziende che
inquinano.
Sin dal luglio 2010 NOI
alla Italcementi  permettiamo l’attività produttiva anche in assenza dell’A.I.A.
in quanto decaduta per mancato rispetto delle prescrizioni.
Insomma Gaspare
Sindaco e TUTTI TUTTI NOI del gruppo politico “Progetto Isola” siamo riusciti a
creare anzitempo la nostra piccola TARANTO.
NATURALMENTE TUTTO
QUESTO GRAZIE ANCHE ALLA DISPONIBILITA’ DELLA ITALCEMENTI PER QUANTO RIGUARDA
EVENTUALI ATTREZZATURE SCOLASTICHE O PARTECIPAZIONI A SAGRE PAESANE…….
Nessuna riconoscenza
per i nostri sforzi ad implementare  l’immagine di Isola delle Femmine e
le sue strutture ludico ricettive. Vedasi le nostre frequentazioni estive al
MOMA BEACH ora FREE BEACH o le nostre incursioni alla discoteca MOMA GLAMOUR
(APERTA ANCHE IN ASSENZA DEL PAI)
Ah! Quanti sacrifici
mal ripagati!
Nessuna riconoscenza
per noi che siamo riusciti con impegno e fatica a rendere Isola delle Femmine
una perfetta periferia della peggiore Palermo fatta di delinquenza di droga
e………
Nessuna riconoscenza
per NOI che molto ci siamo prodigati a far CEMENTIFICARE, grazie al sacrificio
economico di alcuni nostri amici, le poche aree libere esistenti a Isola,
comportando un sacrificio di moltissimi cittadini che hanno dovuto fare a meno
di aree pubbliche a loro destinate (aree verdi, servizi pubblici e sociali…..).
Tutto questo ed altro
volevamo riferire al Prefetto nell’incontro di Giovedì.
Purtroppo  siamo
stati ricevuti dal Viceprefetto!!!!
Un messaggio chiaro
nemmeno Lui ha voluto parlarci, anzi il messaggio che ci è stato inviato:
DIMETTETIVI PRIMA CHE LA
BARCA AFFONDI!
OGGI A MALINCUORE CI
SIAMO DECISI A SEGUIRE IL CONSIGLIO DATOCI:
CI  SIAMO
DIMESSI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PROGETTO FIATO SUL COLLO
ASSOCIAZIONE AGENDA ROSSA DI ISOLA
DELLE FEMMINE

Ilva l’Affare s’ingrossa tangenti mascherate da donazioni all’arcivescovo di Taranto 400 morti in 10 anni. La vecchia autorizzazione va ritirata perchè illegittima

Ilva l’Affare s’ingrossa

VIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE PORTOBELLO SI RECA DAL PREFETTO

Professore Signor Sindaco PROFESSORE Gaspare Portobello, Lei
giovedì scorso, in riferimento alla Commissione governativa  di accesso agli atti al Comune che Lei e la
Sua “amministrate”, ha chiesto di essere ricevuto dal Prefetto: Bene! Mi chiedo
cosa Lei abbia potuto riferire al Prefetto di così importante! 

CERTAMENTE  NON
avrà parlato di quanto fa schifo il paese che Lei sfortunatamente amministra. 

CERTAMENTE  non avrà parlato dei cittadini residenti di via dell’agricoltura che
hanno chiesto a Lei in funzione di Sindaco e quindi di TUTORE della salute
Pubblica di intervenire far rimuovere la munnezza che ormai da mesi staziona
sulla via principale del rione, anzi Lei ha fatto cancellare nella
toponomastica di Isola delle Femmine Via dell’Agricoltura. 

CERTAMENTE Lei al
Prefetto non ha parlato dell’associazione che gestisce un BENE COMUNE la
palestra  paga la TARSU per una
superficie inferiore a quella esistente quasi la metà. Signor Sindaco sa cosa
c’è di grave in ciò non soltanto la truffa di una FALSA dichiarazione, ma il
fatto che tale TRUFFA è stata “consumata” da un parente di un rappresentante di
una Istituzione con la distrazione di un Suo Capo Settore. 

CERTAMENTE LEI  non ha
approfittato del colloquio concessoLe dal Prefetto per parlare di Isola delle
Femmine come un paese “Terremotato” e precluso ad ogni possibilità di progresso
civile economico sociale……
I CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE SONO STANCHISSIMI DI
SUBIRE QUESTA GRAVISSIMA SITUAZIONE DI DEGRADO E DI CONTINUO PERICOLO PER LA
PROPRIA SALUTE.
COMINCIAMO COL NON PAGARE PIU’ LA TASSA DEI RIFIUTI!!!!!!!
CARO SINDACO PROFESSORE GASPARE SIGNOR PORTOBELLO NOI
CITTADINI NON VOGLIAMO PIU’ PAGARE LA TASSA SULLA MUNNEZZA!!!!!!!!!!!
IL REGALO DEL SINDACO DI ISOLA DELLE FEMMINE PROFESSORE
GASPARE PORTOBELLO E DEL SUO PUPILLO ASSESSORE GEOLOGO AI MALCAPITATI  TURISTI DEL NOSTRO PAESE
ISOLA DELLE FEMMINE MUNNEZZA DI TUTTI I GENERI E IN
GRANDISSIMA QUANTITA’ IN VIA LIBERTA’
PER I CITTADINI  DI
ISOLA DELLE FEMMINE TASSE TASSE E POI TASSE 
A FRONTE DEL DISSERVIZIO NELLA NON RACCOLTA DEI RIFIUTI
I CITTADINI ONESTI DI ISOLA DELLE FEMMINE NELL’ANNO 2011
HANNO VERSATO NELLE CASSE DEL COMUNE 808 MILA 624 EURO 85 CENTESINI
PREVISIONE DI
BILANCIO 2011 ENTRATE TASSA PER LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI 1.403.430
LA DIFFERENZA DI 594 MILA 805 EURI 15 CENTESIMI LA PARTE DEL LEONE 8NON
PAGANTI) LA FANNO I  CITTADINI AMICI
PARENTI QUALCHE CONSIGLIERE COLLETTORI DI VOTI ……….
UN ESEMPIO PER TUTTI: L’ASSSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISCA BODY CENTER
RISULTA REGOLARMENTE ISCRITTA NEI RUOLI TARSU PER UNA SUPERFICIE PARI A MQ 200
LEGGIAMO DALL’INVENTARIO DEI BENI DI PROPRIETA’ DEL COMUNE DI ISOLA
DELLE FEMMINE CHE L’AREA OCCUPATA DALL’ASSOCIAZIONE DILETTANTISTICA BODY CENTER
DI VIA LIBERTA’ RAPPRESENTATA DALLA MOGLIE DELL’ASSESSORE ALLO SPORT DOTTOR
NAPOLEONE RISO
E’ PARI A 504 MQ cinquecentoquattrometriquadri
IL  COSTO DEL SERVIZIO
NON RACCOLTA DEI RIFIUTI VERSATI DAL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE ALLA
SOCIETA’ ATO PA 1 DI CUI SI E’ SOCI 1 MILIONE 336 MILA 185 EURO 45 CENTESIMI
TUTTI IN GALERA PER AVER QUOTIDIANAMENTE
E IN MANIERA SISTEMATICA  ED
ORGANIZZATA  MESSO IN PERICOLO LA SALUTE PUBBLICA DEI
CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE
TUTTI IN GALERA PER AVER QUOTIDIANAMENTE
E IN MANIERA SISTEMATICA  ED
ORGANIZZATA  AVER INVASO STRADE PIAZZE MARCIAPIEDI
AIUOLE  VIE ED OGNI ANGOLO DEL  TERRITORIO DI ISOLA DELLE FEMMINE COME UNA
UNICA E GRANDE DISCARICA
TUTTI IN GALERA PER AVER QUOTIDIANAMENTE
E IN MANIERA SISTEMATICA  ED   ORGANIZZATA 
FATTO SPRECO DI PUBBLICHE RISORSE 
ARRECANDO ALLE CASSE COMUNALI DANNI ERARIALI INCALCOLABILI
TUTTI IN GALERA PER AVER QUOTIDIANAMENTE
E IN MANIERA SISTEMATICA  ED   ORGANIZZATA 
AVER SMANTELLATO L’UFFICIO DEI TRIBUTI DEL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE
TUTTI IN GALERA PER AVER QUOTIDIANAMENTE
E IN MANIERA SISTEMATICA  ED    ORGANIZZATA 
FAVORITO PER MERI CALCOLI POLITICI ELETTORALI CHE una buona parte dei
cittadini amici parenti portaborse cercatori di voti e……… “evitassero il
pagamento della tassa della munnezza” e quando il giochetto non riusciva si
faceva in modo di DIMINUIRE la superficie su cui viene calcolata la tarsu
TUTTI IN GALERA SONO VENTI ANNI CHE SIETE
AL POTERE AVETE ROVINATO UN PAESE!
TUTTI IN GALERA PERCHE’ SIETE RIUSCITI IN
VENTI ANNI A “MASSACRARE “ IL NOSTRO TERRITORIO
UN TERRITORIO MASSACRATO DAL CEMENTO 
OGNI ANGOLO DEL TERRITORIO E’ STATO
CEMENTIFICATO NON UN METRO QUADRATO DI VERDE AVETE LASCIATO AI NOSTRI
POLMONI  (Per favore non parlatemi del
Parco delle Dune, ridotto ormai un immonnnezzaio  destinato a parcheggio per i clienti del
solarium parentale, fatto unicamente per impedire la realizzazione di una via
che collegasse Via Martin Luther King con la spiaggia  così come previsto dal Piano regolatore
Generale).
NON UNA PIAZZA SIETE RIUSCITI A CREARE ma
CEMENTO CEMENTO CEMENTO CEMENTO…..
AVETE MASSACRATO L’ARIA CHE
RESPIRIAMO 
AVETE DETURPATO IL MERAVIGLIOSO PAESAGGIO
DI ISOLA DELLE FEMMINE
AVETE RESO IL TERRITORIO DI ISOLA DELLE
FEMMINE UN’UNICA GRANDE DISCARICA DI MUNNEZZA DI RIFIUTI DI CIBO IN
PUTREFAZIONE OLI VERNICI RIFIUTI PROVENIENTI DALL’AMBULATORIO DI ANALISI,
DIOSINE CROMO ESAVALENTE INSOMA UN’UNICA E GRANDE
FETENZIA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
DI TUTTO QUESTO SIGNORI SIETE COLPEVOLI   E DUI VI SIETE RESI REPONSABILI DI GRAVISSIMI
REATI CIVILI E PENALI  ARRECANDO
NOTEVOLISSIMI DANNI ALLE PERSONE AL PATRIMONIO OLTRE CHE
ALL’ERARIO!!!!!!!!!!!!!!

ASSOCIAZIONE AGENDA ROSSA DI ISOLA DELLE FEMMINE
IL FUNZIONARIO  DEL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE
CERTIFICA CHE LA BODY CENTER DI LUCIDO
MARIA STELLA MOGLIE DELL’ASSESSORE RISO NAPOLEONE
DICHIARA UNA SUPERFICIE DI 200 METRI QUADRI AI FINI
DELLA TARSU 

GESTIONE BENI PATROIMONIALI DEL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE
SI EVINCE CHE LA SUPERFICIE DELLA PALESTRA GESTITA
DALLA BODY CENTER  DI LUCIDO MARIA STELLA
MOGLIE DELL’ASSESSORE ALLO SPORT DEL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE
SUPERFICIE 504 CINQUECENTO QUATTRO METRI QUADRI

FALSA DICHIARAZIONE?

LA PALESTRA BODY CENTER PRESIDENTE E LEGALE RAPPRESENTANTE LUCIDO MARIA STELLA
MOGLIE DELL’ASSESSORE ALLO SPORT DI ISOLA DELLE FEMMINE LA PARTE ESTERNA (SPOGLIATOI)

E’ STATA  COSTRUITA ABUSIVAMENTE E/O IN ASSENZA DI LICENZA EDILIZIA  E NON RISULTA DAL CONTRATTO DI AFFIDAMENTO IN

CONCESSIONE DELIBERA GIUNTA 243 

I CITTADINI RESIDENTI DI VIA DELL’AGRICOLTURA PROTESTANO
ED IL SINDACO PROFESSORE SIGNOR GASPARE PORTOBELLO 
SE NE FREGA E NON RISPONDE !!!!!!!!!!!!

vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA

vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA
vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA

vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA

vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA

vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA

vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA

vIA DELL’AGRICOLTURA ISOLA DELLE FEMMINE  367  METRI    DI  MUNNEZZA

Cementifici, quali similitudini tra Monselice e Taranto

Cementifici, quali similitudini tra Monselice e Taranto

L’intervento del consigliere Francesco Miazzi: «Serve un
confronto fra lavoratori e cittadinanza» 

Isola delle Femmine Via Libertà Campo Sportivo Centralina Mobile A.R.P.A. sforamenti nelle emissioni
Italcementi  24 gennaio 2006 

MONSELICE. Bassa padovana come Taranto?

Leggendo le cronache di questi giorni sulla vicenda di Taranto, è difficile
per noi, fatte le debite proporzioni, non vedere le analogie con la situazione
della Bassa padovana, zona dei cementifici e di decine di altre attività e
produzioni nocive. Lo spaccato che emerge dalle indagini, dalle intercettazioni,
dalle denuncie è quello di una realtà di gravissimo inquinamento ambientale
attutito dal ricatto occupazionale, addomesticato attraverso una fitta rete di
corruzione e complicità in tutti gli ambienti.
Vorremmo tanto raccontare della nostra realtà, dove l’indagine giudiziaria
per le decine di morti tra ex dipendenti dei cementifici non si è mai conclusa,
dove le indagini epidemiologiche non hanno mai rilevato anomalie tra la
popolazione, dove l’inquinamento seppur elevato è considerato “nella norma”,
dove cementieri e politici fanno squadra sponsorizzando manifestazioni, società
sportive e contrade, dove il Sindacato ormai non si mobilità più contro le
politiche aziendali ma contro Sindaci e Comitati che chiedono garanzie per la
salute ed un modello di sviluppo diverso.
In un contesto come la bassa padovana, dove sono presenti discariche,
impianti di trattamento rifiuti pericolosi e speciali, si accavallano
costruzioni e richieste di decine d’inceneritori di pollina e biomasse varie, si
è tramato a tutti i livelli per aggirare le indicazioni del Piano Ambientale del
Parco Colli che definisce incompatibili i cementifici presenti e indica un
percorso di dismissione programmata, con particolare riguardo ai lavoratori
impiegati. Abbiamo assistito ad una violenta campagna orchestrata da cementieri,
politici ed esponenti sindacali che cercano d’imporre ad ogni costo la
ristrutturazione di un cementificio per garantirne la presenza per altri
trent’anni, gli stessi che oggi cercano d’imporre un uso massiccio di rifiuti
nel processo produttivo in un altro di questi impianti.
Gli odori acri, l’emissione in aria di tonnellate d’inquinanti, cittadini e
lavoratori che si ammalano e muoiono, le allergie respiratorie, una normativa di
favore ai cementifici rispetto agli inceneritori etc. non sono un’invenzione ma
la tragica realtà che siamo costretti a vivere e che solo chi ha un interesse
diretto continua a negare.
Nei prossimi mesi si giocherà il futuro di questo territorio, perché ci sarà
la sentenza del Consiglio di Stato che deciderà sul ricorso dei Comuni di Este e
Baone contro il Revamping di Italcementi e la Provincia di Padova si pronuncerà
sul progetto rifiuti presentato dalla Cementeria Zillo di Monselice. Mettendo
ancora una volta sul piatto il ricatto occupazionale, si chiede alla Provincia
di ritirare la sua ordinanza che dal 2005 vieta l’uso dei rifiuti in questo
cementificio e si propone di utilizzare oltre 200.000 t/a di ceneri da centrale
e gessi chimici nel processo produttivo, sostenendo che non c’è nessun pericolo
per salute e che si risparmierà sull’escavazione di materie prime.
Riaprire e rilanciare l’uso dei rifiuti in questi impianti porterà ad uno
scenario tremendo, dal punto di vista della salute e dell’impatto ambientale. E
che siano bruciati, inceneriti o mescolati non cambia la prospettiva. Basti
guardare le denuncie che evidenziano come in parte del cemento messo in
commercio, si ritrovano ceneri, diossine, metalli pesanti, sostanze tossiche
nocive destinate alle discariche speciali e che invece si ritrovano nelle scuole
e nelle abitazioni civili.
Non intendiamo rassegnarci a questa deriva e prendendo esempio dalle
mobilitazioni di Taranto promosse dal “Comitato operai e cittadini liberi e
pensanti”, cercheremo di riaprire il confronto tra i lavoratori e la
cittadinanza, per uscire dal ricatto lavoro/salute e reclamare insieme la
riconversione ecologica di queste attività e rilanciare uno sviluppo economico
che non metta a repentaglio la vita delle persone e pregiudichi l’ambiente anche
per le generazioni future.

Francesco Miazzi

consigliere comunale di Monselice


http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2012/08/30/news/cementifici-quali-similitudini-tra-monselice-e-taranto-1.5614775


ITALCEMENTI INQUINANTI NOCIVI ALLA SALUTE PRESENTI NEL CEMENTO DA COSTRUZIONE. INFORMAZIONI AL CONSUMATORE INSUFFICIENTE E ASSENZA DI VERIFICHE SULL’IMPATTO SULLA SALUTE.

ITALCEMENTI
INQUINANTI NOCIVI ALLA SALUTE PRESENTI NEL CEMENTO DA COSTRUZIONE. INFORMAZIONI
AL CONSUMATORE INSUFFICIENTE E ASSENZA DI VERIFICHE SULL’IMPATTO SULLA SALUTE.


«Veleni nel cemento
delle nostre case» Zanoni, interrogazione in Commissione Ue

Veleni nel cemento di
case e luoghi di lavoro, Andrea Zanoni (IdV) chiede alla Commissione europea
une verifica di cosa viene bruciato nei cementifici e cosa finisce nei prodotti
finali. «Nei cementi…



Veleni nel cemento di case
e luoghi di lavoro, Andrea Zanoni (IdV) chiede alla Commissione europea une
verifica di cosa viene bruciato nei cementifici e cosa finisce nei prodotti
finali. «Nei cementi con i quali si costruiscono i nostri luoghi di vita, casa
e lavoro, finisce di tutto. In ballo c’è la salute di tutti noi. Nei
cementifici si brucia di tutto e perciò nei cementi finisce di tutto, comprese
sostanze dannose per la nostra salute». È la denuncia di Andrea Zanoni,
Eurodeputato IdV e membro della commissione Envi Ambiente, Salute pubblica e
Sicurezza alimentare, che ha presentato un’interrogazione alla Commissione
europea: «Avviare verifiche sulla compatibilità dell’utilizzo di questi cementi
nella costruzione di ambienti di vita e lavoro per garantire la massima tutela
della salute umana». «Quello che fa più paura è che queste sostanze tossico-nocive
e pericolose, che dovrebbero essere smaltite in discariche speciali, vanno
invece a finire nelle abitazioni civili», dice Zanoni, «Il problema centrale è
che in Italia i cementifici sono autorizzati a bruciare rifiuti di svariate
tipologie e utilizzano diversi tipi di ceneri nell’impasto del prodotto
finito». Tra il materiale incenerito per produrre energia troviamo rifiuti come
quelli urbani, farine e grassi animali, plastiche, gomme, pneumatici usati,
fanghi da depurazione e rifiuti pericolosi come oli usati, emulsioni oleose,
solventi non clorurati. Una volta inceneriti, finiscono nell’impasto finale del
cemento.
31 agosto 2012

Interrogazione
all’Europarlamento dell’eurodeputato Zanoni sul contenuto di inquinanti nocivi
nel cemento in commercio

L’eurodeputato
Andrea Zanoni ha presentato oggi all’Europarlamento un’interrogazione alla
Commissione circa il grave ma sconosciuto problema, degli inquinanti nocivi
alla salute presenti nel cemento da costruzione, in particolare in quello
prodotto in Italia. Riportiamo il testo integrale.
AUTORE(I):
Andrea ZANONI
OGGETTO:
inquinanti nocivi alla salute presenti nel cemento da costruzione. Informazioni
al consumatore insufficiente e assenza di verifiche sull’impatto sulla salute.
TESTO:
In
Italia i cementifici sono attualmente autorizzati a bruciare rifiuti di
svariate tipologie e inoltre utilizzano diversi tipi di ceneri nell’impasto del
prodotto finito.
Tra il materiale incenerito nei cementifici per produrre energia, troviamo
rifiuti non pericolosi come quelli urbani, farine e grassi animali, plastiche,
gomme, pneumatici usati, fanghi da depurazione e rifiuti pericolosi come oli
usati, emulsioni oleose, solventi non clorurati (1). Tutti questi rifiuti
inceneriti finiscono nell’impasto del cemento come ingredienti.
Tra i materiali utilizzati direttamente come ingredienti per la produzione del
cemento troviamo innumerevoli rifiuti derivanti da impianti di combustione
(ceneri), da impianti siderurgici (scorie, terre di fonderia, polveri, fanghi)
e dall’industria chimica (gessi, fanghi, ecc.) (2).
Con questo cemento in Europa vengono costruiti i nostri ambienti di vita e di
lavoro (abitazioni, uffici, fabbriche, scuole, ospedali, ecc.), senza particolari
verifiche in merito all’impatto di questo materiale sulla salute delle persone
che ne vengono a contatto e senza alcuna informazione ai consumatori sulla
presenza di questi componenti.
A titolo di esempio si riporta un recente caso accaduto a Musestre, frazione
del comune di Roncade in provincia di Treviso, dove una cittadina nel contesto
di un contenzioso legale contro un fornitore e un produttore di cemento, ha
fatto eseguire cinque perizie sulla propria abitazione che hanno messo in
evidenza che nel cemento utilizzato  erano presenti ceneri, diossine e
metalli pesanti (3). Queste sostanze tossico/nocive e pericolose, che
dovrebbero essere smaltite in discariche speciali, sono invece andate a finire
in un’abitazione civile.
Alla luce di quanto esposto, la Commissione non ritiene utile, necessario ed
urgente avviare verifiche sulla compatibilità dell’utilizzo di questi cementi
così prodotti nella costruzione di ambienti di vita e di lavoro, al fine di
garantire la massima tutela della salute umana ?
La Commissione non ritiene doveroso che per tale prodotto posto in commercio,
venga almeno comunicata al consumatore tramite comprensibili indicazioni, la
sua completa e dettagliata composizione chimica e fisica ?
Firma(e): Andrea ZANONI   
Data:    20.08.2012
A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA ISOLA DELLE
FEMMINE

Scontro azienda-ispettori, minerali verso la copertura

IL PRIMO VERTICE


Scontro azienda-ispettori, minerali verso la copertura


Il piano anti-dispersione nell’aria risulterebbe assai costoso.
L’incontro della Commissione per l’Aia

TARANTO – È
durato quasi sette ore ieri l’ennesimo sopralluogo nello stabilimento Ilva di
Taranto dei carabinieri del Noe e dei tre curatori del tribunale che hanno il
compito di rendere operative le disposizioni di sequestro degli impianti
inquinanti stabilite prima dal gip Patrizia Todisco e confermate dal tribunale
del riesame. Ieri gli ispettori giudiziari, accompagnati dai militari del nucleo
ecologico del maggiore Nicola Candido, si sono soffermati nell’area dei parchi
minerali dove sembra si stia concentrando l’attenzione della procura della
Repubblica che vuole chiudere subito la partita della dispersione delle polveri
quale fonte d’inquinamento del vicino quartiere Tamburi. Gli inviati del
tribunale che con il vento di ieri hanno potuto constatare di persona la
persistente emissione di pulviscolo, hanno avuto un incontro con gli ingegneri
dell’azienda i quali hanno proposto una soluzione che, secondo l’Ilva,
eliminerebbe il problema. Si tratta della continua bagnatura dei cumuli e
dell’innalzamento di barriere alte venti metri lungo tutto il perimetro dei
parchi. Il pool di curatori composto da Barbara Valenzano (gestore e
responsabile), Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, ha annotato le misure
avanzate dalla controparte su cui si esprimeranno nel prossimo rapporto che
consegneranno al procuratore capo Franco Sebastio.
Dalle prime sommarie indiscrezioni, pare che
la soluzione proposta dall’Ilva non convinca i tecnici del gip
intenzionati come sono a chiedere la definitiva e totale copertura di tutta
l’area. Uno sforzo economico non indifferente per l’azienda che dovrebbe
investire risorse dalle cifre proibitive. Per avere un’idea è sufficiente fare
un paragone con il progetto di copertura dell’area carbonile della centrale Enel
di Cerano, a Brindisi, dove una situazione analoga (15 dirigenti sotto processo
con l’accusa di avere imbrattato i campi circostanti), ha costretto la proprietà
a progettare un sistema di copertura che costa 150 milioni di euro per una
superficie che è circa un sesto di quella tarantina. Ancora più calzante e per
certi versi più preoccupante per l’Ilva dal punto di vista delle risorse
necessarie, è l’opera realizzata in Corea del Sud dal centro siderurgico della
Hyundai. L’azienda asiatica è stata la prima al mondo a realizzare un sistema di
protezione con la realizzazione di enormi cupole. L’impianto è costato cinque
milioni e mezzo di dollari e garantisce l’ambientalizzazione per una produzione
di 8 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, uno in meno di quanto ne sforna
l’Ilva nello stesso periodo. L’alternativa alla copertura, anche questa tenuta
in considerazione dai curatori nelle relazione che consegneranno in Procura, è
l’interramento del materiale con il conseguente abbassamento della linea di
vetta dei cumuli. Opera anche questa di considerevole sforzo economico oltre che
problematica dal punto di vista dell’impatto ambientale.


L’INTERVISTA AL PRESIDENTE CAVALLARI

Ilva, al Tar 36 ricorsi in 23 anni
«Inquina? Colpa anche dei
controllori»

Al Tribunale di Lecce è rimasta pendente solo la controversia relativa
all’Autorizzazione integrata

Antonio CavallariAntonio
Cavallari



LECCE – Il Tar di Lecce è stato chiamato a
intervenire dall’Ilva di Taranto 36 volte in 23 anni. Ventidue ricorsi sono già
stati decisi con sentenza, il più rilevante, ancora pendente, riguarda l’avvio
del riesame dell’Aia del 22 maggio scorso. «Salvo il caso del ricorso n. 1224
del 2010, del quale dirò appresso, il Tar di Lecce non è stato mai chiamato a
intervenire su provvedimenti sanzionatori adottati su iniziativa dell’Arpa di
Puglia nei confronti dello stabilimento siderurgico di Taranto», dice Antonio
Cavallari, presidente da circa due anni del Tribunale amministrativo regionale
di Lecce.
Presidente, in che misura le sentenze del Tar possono incidere
sul futuro dell’Ilva?

«In nessun modo nella situazione attuale, regolata
da provvedimenti dell’autorità giudiziaria penale. Parliamo di una vicenda
estremamente delicata, che riguarda un settore strategico della produzione a
livello nazionale. Il nostro compito è assicurarci che le norme e le
prescrizioni adottate dall’Autorità amministrativa siano
rispettate».
Adesso, si sollecita l’Ilva a ritirare i ricorsi presentati
al Tar. Che cosa ne pensa?

«So, da fonti di stampa, che il presidente
dell’Ilva, Bruno Ferrante, avrebbe già manifestato pubblicamente questa
volontà».
In che caso il Tar è intervenuto più direttamente sulle
questioni ambientali legate all’attività del siderurgico
tarantino?

«Faccio una premessa: se violazione delle norme e delle
prescrizioni imposte dall’Autorità c’è stata da parte dell’Ilva e se questo sarà
accertato al termine del procedimento in corso, è evidente che qualcuno dovrà
rispondere per omessi controlli. Per quanto riguarda la nostra attività, ci sono
stati in particolare tre provvedimenti impugnati dall’Ilva dinanzi al Tar, nel
2002, nel 2004 e nel 2008. Riguardavano azioni repressive messe in atto dal
Comune di Taranto, dalla Provincia e dall’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.
Due sono stati accolti, quelli contro la Provincia e l’Azienda Sanitaria, per
carenza della motivazione del provvedimento impugnato; uno è stato respinto,
quello contro il Comune, che con l’atto contestato imponeva una serie di
prescrizioni all’attività produttiva nelle operazioni di scarico dei minerali e
carbon fossile. I ricorsi di maggior rilievo hanno peró riguardato tutto lo
svolgersi del procedimento dell’Aia e l’atto conclusivo dello stesso. Queste
vicende si sono concluse con sentenze del 2012 che hanno in gran parte respinto
le censure sollevate dall’Ilva, accogliendo solo quelle relative a elementi
incongrui degli atti impugnati».
Nel caso di sentenze favorevoli all’Ilva,
quali sono stati gli elementi che hanno inciso sulla decisione dei giudici
amministrativi?

«Spesso ci siamo trovati di fronte a provvedimenti
incoerenti, nel senso che si chiedeva all’Ilva di applicare determinate
prescrizioni in materia di emissioni sulla base di parametri stabiliti in tempi
successivi. Mi spiego meglio. Il nostro compito è applicare le norme in vigore
nel momento in cui il provvedimento viene adottato. Se si stabiliscono dei
limiti alle emissioni, e poi quei limiti vengono abbassati, noi dobbiamo basarci
sui parametri in vigore nel momento in cui si contesta il superamento di quei
limiti; questo é avvenuto, ad esempio, nella vicenda oggetto del ricorso n. 1224
del 2010, che riguardava limiti di emissione del
benzo(a)pireneaerodisperso».
Ma le violazioni ci sono sicuramente
state.

«Dagli atti dei nostri procedimenti questo non risulta. Se di
notte o in altre occasioni lo stabilimento ha superato il livello di emissioni
stabilito da norme vigenti al momento della asserita violazione, qualcuno doveva
controllare, ma evidentemente non lo ha fatto».
Una dichiarazione forte,
la sua.

«Difendo la nostra attività e invito gli interessati, se mai ne
avessero voglia, a leggere con attenzione le nostre sentenze».

Francesca Mandese


“Ilva” di Taranto:
i temi dell’obbligatorietà dell’azione penale e le colpe della Sinistra
meridionale

Di fatto, il
dibattito odierno sull’industria pesante che opera nel Meridione è diventato il
cavallo di battaglia di Giudici che avanzano una forte pretesa volta non tanto
ad applicare la norma prevista dalla legge, come sarebbe giusto che fosse, bensì
a dire che cosa sia la buona vita e come essa debba essere tutelata.

Il
trionfo dell’expertise sulla politica rappresenta il dato evidente della vicenda
tarantina in cui è stata tirata in ballo, reiteratamente, l’obbligatorietà
dell’azione penale, soprattutto per giustificare i comportamenti di quegli
inquirenti che mirano a far cessare l’attività dell’acciaieria. Però,
curiosamente, questi stessi Signori rimangono tàciti quando vengano annunciati
blocchi di altro genere (magari stradali) da parte di scioperanti ostili a
provvedimenti che prevedano la perdita del loro posto di lavoro. Eppure, bene
spesso, tali forme di protesta costituiscono il risultato – tutt’altro che
spontaneo – di manifestazioni preannunciate con largo anticipo temporale.

Insomma, in passato, di fronte ad eventi che andavano dall’interruzione
di un pubblico servizio sino all’attentato alla sicurezza dei trasporti, non
risultano essersi mossi che pochi Magistrati; e ciò non può che confermare
nell’idea che l’azione penale non sempre venga esercitata seppure – come prevede
l’art. 112 della Costituzione – il Pubblico ministero abbia l’obbligo di
perseguirla, senza alcuna limitazione o condizione; dunque mai ad libitum, come
spesso accade quando ciascuna Procura si comporta come meglio ritiene, ignorando
un fatto, approfondendone un altro, lasciando languire un procedimento oppure
attivando intercettazioni, rogatorie, perquisizioni, soprattutto quando sia in
gioco un interesse non già processuale quanto piuttosto mediaticamente
importante.

Un po’ di storia, prima di commentare. A Taranto lo Stato
possedeva un’acciaieria super-sindacalizzata che emetteva schifezze d’ogni
genere. Tutti sapevano, tutti tacevano mentre l’Azienda perdeva montagne di
quattrini. Costretto dalle “liberalizzazioni”, lo Stato vendette lo Stabilimento
ad un certo Emilio Riva che – dopo di avere investìto su di esso un miliardo –
cominciò a guadagnare. Due anni fa, il Nostro venne persino reso destinatario di
un’autorizzazione integrata ambientale dal Ministero; ma poi un Magistrato lo ha
fatto arrestare, assieme ad altri, ha sequestrato gli impianti e ne ha deciso
l’inattività. Dal canto suo il Governo ritiene che, senza l’acciaio dell'”Ilva”,
l’Italia non possa avere un futuro industriale; perciò ha preannunciato un
ricorso alla Consulta, mentre una delegazione di Ministri si è recata nella
Città pugliese ed i Sindacati si sono spaccati tra filo-Magistrati e
filo-lavoratori. In Tv un’operaia ha elaborato una sintesi della situazione
(“Meglio morire di tumore che di fame!”) ed uno studioso controcorrente
(Battaglia) ha sostenuto che lo studio epidemiologico consegnato al Pm non ha
alcun valore scientifico. A questo punto la soluzione ovvia potrebbe essere: 1)
permettere che la produzione continui; 2) provvedere a che si facciano i lavori
di bonifica a spese dello Stato; 3) che si riconsegni l'”Ilva” a Riva, con i
relativi certificati di conformità. Simili comportamenti costituirebbero una
sana correttezza, sia pure intervenuta con ritardo, in ordine alla vendita di un
bene già appartenuto allo Stato, ma poi alienato ad un privato, seppure bacato
da vizi d’origine.

Ciò premesso, può darsi che l'”Ilva” non venga fatta
chiudere, ma resterebbe comunque il problema degli effetti della battaglia
processuale sulla competitività dello Stabilimento; e, alla lunga, sulla
determinazione della proprietà a continuare la produzione. Peraltro ciò che più
colpisce nel dibattito apertosi a Sinistra è la rimozione della questione degli
interessi dalla discussione pubblica, quasi che si potesse determinare – in
termini puramente giuridici – la natura del capitalismo, come se fosse in gioco
solo la contrapposizione tra diritto al lavoro e diritto alla salute e la loro
tutela costituzionale. L’industria come tale, le ragioni della conservazione di
una forte presenza italiana (in particolare meridionale) in una produzione
pesante come quella dell’acciaio, sbiadiscono dietro l’illusione di un qualche
esorcismo giurisdizionale. Il destino è stato crudele con la Sinistra sudista.
Infatti il suo lungo ciclo di governo su questi territori ha coinciso con un
forte arretramento della presenza industriale e, con esso, dell’insediamento
operaio. Per colmo di ironia è toccato proprio ad uomini profondamente legati
alle tradizioni storiche del movimento dei lavoratori di dovere gestire questa
drammatica dismissione, che non è stata soltanto di strutture e di cose
materiali ma, come in tutte le storie umane, si è portata via passioni ed idee,
saperi e culture. Alla luce di questa vicenda è possibile misurare un corso
ventennale della cultura politica della Sinistra, con l’operaista Bassolino, che
arrivò a Napoli giusto in tempo per gestire la fine del più importante
insediamento operaio in città (l’Italsider di Bagnoli); e con il berlingueriano
Niky Vendola, chiamato a fare i conti con la possibilità di una chiusura, per
via giudiziale e per gravissime colpe ambientali, di uno dei più grandi impianti
di produzione d’acciaio in Europa.

Oggi la Sinistra non ha manco più gli
strumenti intellettuali per difendere un insediamento industriale importante
qual è quello tarantino Nel corso di questi vent’anni, soprattutto al Sud, ha
provato a fare dell’ambientalismo una via d’uscita dal proprio disastro storico
e ideologico. Il paradosso oggi è che i superstiti sono chiamati da posizioni di
governo regionale a difendere le ragioni di un industrialismo che la sua cultura
diffusa non riesce più manco a pensare.

Il prestigio dei Giudici in una
certa parte della Sinistra si spiega alla luce di questa impostazione
ideologica. “Il Manifesto” ha fornito una singolare spiegazione della vicenda
dell'”Ilva” secondo i cui contenuti la decisione del Giudice di fermare la
produzione non rappresenta un attentato al diritto al lavoro; cosicché non ha
senso protestare contro la decisione perché la Costituzione, innalzando il
lavoro e le sue tutele in una sfera superiore ed intangibile di principi,
definirebbe il campo esatto del conflitto, che è quello tra la salute dei
cittadini e la libertà dell’impresa. È questa la linea attuale dello scontro, e
la decisione del Giudice non fa altro che tutelare il diritto della moltitudine
degli indifesi contro l’interesse egoistico del profitto. Ma che succede se
l’impresa chiude o se il suo interesse a continuare la produzione dovesse venir
meno? Ebbene, questo problema non riguarda il succitato giornale secondo le cui
tesi deve essere lo Stato a farsi carico del reddito dei lavoratori utilizzando
la leva della fiscalità. Il ragionamento finisce così per approdare alla totale
irresponsabilità sociale dell’impresa che, potendo contare su di una visione
così radicale del welfare, non è tenuta a nessun reale impegno nei confronti dei
suoi dipendenti, tanto meno a quello del risanamento ambientale. Una volta
chiusi gli impianti e, eventualmente, trasferita la produzione, cosa resterebbe
in concreto dei doveri dell’impresa?

Claudio de Luca





ILVA,LA MORTE INFINITA [prima
parte]





GIA’ NEL 2001 I CRIMINALI CONTRO L’UMANITA’
FURONO POSTI SOTTO SEQUESTRO, A LORO INSAPUTA E DEL GOVERNO, GLI UNICI A SAPERLO
ERANO I MORTI DI TARANTO
Il gruppo industriale guidato da Emilio Riva
acquista le acciaierie “Ilva”, sino ad allora in mano pubblica, nel maggio del
1995. 

Tra le priorità stabilite nell’atto di
acquisizione v’erano gli interventi da eseguirsi sulle batterie del reparto
cokeria, già all’epoca piuttosto obsolete ed usurate 

Nell’agosto del 1996, in una sua relazione
tecnica predisposta nella sua qualità di funzionario del “Dipartimento di
prevenzione” della A.s.l. TA/1, il dott. Giua evidenziava la rilevante presenza,
all’interno del reparto cokeria, di idrocarburi policiclici aromatici [
“i.p.a.”], sostanze cancerogene derivanti dai processi di distillazione del
carbon fossile, alla cui azione erano particolarmente esposti coloro che lì
prestavano la loro attività lavorativa, 629 persone, tra dipendenti dell’”Ilva”
e delle società appaltatrici. 

Pur dando atto di alcuni miglioramenti
introdotti nel tempo dall’azienda, il dott. Giua faceva osservare l’obsolescenza
di tali impianti ed il carattere ancora manuale di molte operazioni previste dal
ciclo operativo. 

Annotava, infine, come, nonostante l’espressa
previsione in tal senso contenuta nel D.P.R. n° 203 del 1991, le batterie di
forni a coke fossero per lo più sprovviste di dispositivi di aspirazione dei
fumi all’origine [presenti, più precisamente, solo su quelle nn. 7, 8 e
11]. 

Il 30 giugno 1997 interveniva il primo atto di
intesa tra l’azienda [all’epoca “ILVA LAMINATI PIANI s.p.a], rappresentata da
Emilio Riva, imputato poi e processato nel 2009 per responsabilità su danni
ambientali/salute pubblica, allora presidente ed amministratore delegato della
società, e la Regione Puglia. 

In quell’atto, si concordava anzitutto:

“circa l’urgente necessità e l’indispensabilità
di procedere in tempi congrui alla riduzione delle emissioni in atmosfera
derivanti dal centro siderurgico di Taranto, tramite l’utilizzazione di
tecnologie che consentano di contenere le stesse, nel medio periodo, a valori
significativamente inferiori a quelli previsti dalla attuale normativa”. 

Si dava atto, quindi, del fatto che l’”Ilva”
avesse individuato, tra i “campi di intervento in via prioritaria”, quello della
“riduzione delle emissioni diffuse della cokeria”; e si conveniva, pertanto, che
l’azienda dovesse intervenire “con l’utilizzo delle migliori tecnologie per la
riduzione delle emissioni in atmosfera”, mediante, tra gli altri, dei “sistemi
per la limitazione delle emissioni derivanti dal processo di distillazione del
carbon fossile in cokeria” [carteggio tra il “P.m.p.” della A.s.l. e l’”Ilva”,
prodotto dal P.M. all’udienza del 16.10.2006]. 

Nella convenzione Ilva/Regione Puglia, si dava
atto dell’indagine in corso da parte dell’”E.n.e.a.”, su commissione del
Ministero dell’Ambiente. 

Gli esiti di quella indagine verranno poi
recepiti e usati, costituendone l’impalcatura tecnico-scientifica, nel D.P.R.
del 23 aprile 1998, con il quale, richiamando le delibere del Consiglio dei
Ministri del 30 novembre 1990 e dell’11 luglio 1997, che avevano dichiarato e
confermato il territorio della provincia di Taranto quale “area ad elevato
rischio ambientale”, veniva approvato il “Piano di disinquinamento per il
risanamento del territorio della provincia di Taranto”. Anche in tale D.P.R.,
tra i molti interventi previsti a carico degli enti pubblici e dei vari soggetti
economici operanti nell’area, una parte non secondaria riguardava quelli
relativi alla cokeria “Ilva”.

Le ricadute ambientali di tali impianti, però,
non registrarono alcun miglioramento; e, tra continui botta e risposta tra
“P.m.p.” della A.s.l. e dirigenza “Ilva” [carteggio tra il “P.m.p.” della A.s.l.
e l’”Ilva”, prodotto dal P.M. all’udienza del 16.10.2006], si arriva al 18
novembre 2000.

Proprio in questa data con nota n° 753/00, il
dirigente coordinatore del “P.m.p.”, dott. Nicola Virtù, scriveva al competente
Assessore regionale ed al Sindaco di Taranto, informandoli che:

“frequenti e ricorrenti sono le segnalazioni,
da parte di questo Servizio nei confronti della ILVA s.p.a., in merito ad
emissioni diffuse e/o convogliate visibilmente eccedentarie dall’impianto
produzione coke [cokeria], relativamente… in particolare alla fase di
distillazione del fossile ed alle fasi di sfornamento e spegnimento del
coke”. 

Il dott. Virtù proseguiva: 

“… non può non evidenziarsi la non
transitorietà di tali situazioni, che incidono significativamente sul carico
inquinante emesso dall’area cokeria, con ovvi riflessi sulla sostenibilità
ambientale dell’area cittadina circostante. Non può sottacersi il permanere di
situazioni operative deficitarie, da ricollegarsi sostanzialmente a carenze
strutturali legate alla vetustà dei forni delle batterie 3/6 nonché alla
mancanza di un impianto di aspirazione e depolverazione delle emissioni diffuse
nella fase di sfornamento coke.”

Il dott. Virtù informava anche Regione e
Sindaco di come il più basso regime di funzionamento delle batterie nn. 3-6
fosse compensato con un’elevazione di quello delle restanti batterie, con
l’effetto di determinare:

“emissioni eccedentarie dai relativi camini per
presenza di incombusti”,[…]: ” non può prescindersi o da una riduzione della
produzione di coke con il fermo delle batterie 3/6 o, in alternativa, dalla
sostituzione delle stesse con nuove batterie, con un conseguente riequilibrio
dei ritmi di cokefazione,… e dalla installazione dell’annesso sistema di
depolverazione allo sfornamento…”. […] “… le emissioni di che trattasi
attengono ad inquinanti, oltre i primari convenzionali, con notevole valenza
igienico-sanitaria tipo idrocarburi policiclici aromatici, benzene, particolato
PM10, PM2,5.” 

Inizia una serie di richiami ufficiali e
delibere da parte dell’allora sindaco di Taranto, dott.ssa di Bello, nei
confronti dell’Ilva SpA, con i quali, per mesi viene ordinato ai dirigenti delle
acciaierie di porre immediato rimedio all’obsolescenza dei forni cokeria non a
norma, si richiedeva all’Ilva stessa di provvedere ad informare gli uffici
regionali e del sindaco di quanto concretamente avesse intenzione di porre in
essere.

La dirigenza Ilva rispondeva, è vero, anche
tempestivamente, ma solo con giustificazioni e dilazionando i tempi.

Alla luce della palese immobilità della
dirigenza Ilva, il sindaco costituisce un “Comitato Tecnico Misto” [dott. Virtù
facente parte].

Il Comitato rilevò non solo “alcun
miglioramento dei dodici parametri tecnico-impiantistici individuati come
riferimento”, ma: “un netto peggioramento complessivo degli stessi, già in
partenza ritenuti tutti al di sotto dell’indice di performance di semplice
accettabilità”; per queste ragioni chiese: 

“ulteriori misure per contenere e ridurre le
emissioni di fumi e/o gas densi generati durante sia le fasi di carica e
sfornamento, sia dall’area bariletti”; la necessità di adottare “parametri di
marcia meno spinti”, che “possono contenere in modo significativo le emissioni
diffuse”; l’inottemperanza all’obbligo di “rigoroso rispetto delle pratiche
operative di manutenzione e pulizia”, cui l’”Ilva” si era impegnata; la vaghezza
del programma di ricostruzione delle batterie in questione, presentato
dall’azienda nell’aprile precedente.

L’Ilva a questo punto ricevette diffida dal
Sindaco in data 23 aprile 2001, i dirigenti fecero finta di non vederla.

Il 23 maggio 2001, con ordinanza n. 244, la
dott.ssa Di Bello, ingiunge al direttore tecnico dello stabilimento: 


 
la “immediata sospensione dell’esercizio delle
batterie 3-6 della cokeria”. 

Tale ordine era poi ribadito, stante l’inerzia
dell’”Ilva”, con un’ulteriore ordinanza, la n° 291 dell’11 giugno seguente.
Entrambe le ordinanze, peraltro, venivano impugnate dalla società dinanzi al
T.A.R. della Puglia – sez. di Lecce.

Sia la Procura della Repubblica, con suoi
esperti inviati in ispezioni ai reparti Ilva non a norma, che il “Comitato
Tecnico Misto”, rilevarono la dolosità della dirigenza dello Stabilimento nel
non aver compiuto, ancora, alcuna azione atta a migliorare le emissioni
letali.

Ispettori del Tribunale e Comitato, chiedevano
alle competenti autorità giudiziarie un intervento ungente per la salvaguardia
della salute pubblica e dei lavoratori all’interno degli impianti.

Il 10 settembre 2001, su richiesta Procura
della Repubblica del 20 luglio, il GIP del Tribunale, dispone il sequestro
preventivo delle batterie di forni nn. 3-6, in relazione ai reati che poi
porteranno a processo Emilio Riva e la sua dirigenza.
[continua…]

Lucio
Galluzzi
http://luciogalluzzi.ilcannocchiale.it/2012/08/22/ilvala_morte_infinita_prima_pa.html

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegILVA, ALLA DE-RIVA – DALLE INTERCETTAZIONI
DELL’INCHIESTA EMERGE IL “COINVOLGIMENTO” DEI RIVA – LA MAZZETTA DA 10.000 AL
PERITO DEL PM POTREBBE ESSERE SOLO LA PUNTA DI UN ICEBERG – SULL’AUTORIZZAZIONE
AMBIENTALE LA FINANZA ANNOTA: “EMERGE COME ANCHE A LIVELLO MINISTERIALE FERVANO
I CONTATTI NON PROPRIO ISTITUZIONALI PER AMMORBIDIRE ALCUNI COMPONENTI DELLA
COMMISSIONE..” – LA RIUNIONE CON VENDOLA…



Guido Ruotolo
per La Stampa
Una nuova tempesta giudiziaria potrebbe abbattersi
sull’Ilva. In questo caso non si tratta di disastro ambientale, gli indagati
sono incriminati per corruzione in atti giudiziari. In un rapporto della Guardia
di Finanza si riportano decine di intercettazioni telefoniche dalle quali emerge
che non solo Girolamo Archinà – l’uomo delle relazioni istituzionali dell’Ilva
mandato a casa la settimana scorsa dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante – ma
anche la proprietà, attraverso Fabio Riva, figlio del patron Emilio, era
perlomeno consapevole della corruzione di un perito nominato dall’accusa, e dei
tentativi di pilotare l’approvazione delle autorizzazioni ambientali.

lapresse bruno ferranteLa diossina degli altri Per la Finanza, coinvolti
nell’«attività corruttiva» del perito del pm, Lorenzo Liberti, ci sarebbero
dunque Archinà e Fabio Riva, ma un ruolo l’avrebbe avuto pure l’ex direttore
dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso. Liberti per 10.000 euro avrebbe
«addolcito» una consulenza negando che le quantità di diossine che hanno portato
all’avvelenamento di centinaia e centinaia di pecore e capre, poi abbattute,
erano prodotte dall’acciaieria.
È il 31 marzo del 2010, il passaggio di una busta
con i soldi tra Archinà e il professore Liberti è avvenuto cinque giorni prima
(documentato dagli 007 della Finanza) in un autogrill sulla Taranto-Bari, ad
Acquaviva delle Fonti. Archinà parla con il ragionier Fabio Riva per
raccontargli l’esito dell’incontro del giorno prima tra Liberti e il direttore
dello stabilimento, Capogrosso. Riva: «Ieri come è andata?». «È andata secondo
le aspettative…». Riva: «Come siamo messi?». Archinà: «Per quanto riguarda
l’aspetto delle bricchette, la prossima settimana ci fa avere tramite un
professore del Politecnico di Bari…».

EMILIO RIVA jpegGirolamo Archinà, annotano gli uomini della
Finanza, «dice al Fabio Riva che consegnando in anteprima le analisi, potrà
iniziare a lavorare (sul Liberti) affinché non nasconda che il profilo è
identico, bensì che attesti che comunque le emissioni di diossina prodotte dal
siderurgico siano in quantitativi notevolmente inferiori a quelli accertati
all’esterno».
Una succulenta occasione Emilio e Fabio Riva, padre
e figlio, si confessano al telefono. E Fabio conferma al padre che conosceva la
perizia
Liberti ben prima della richiesta di incidente
probatorio del 28 giugno del 2010. Fabio: «La perizia tecnica sembrava andasse
tutto bene… non lo so che caz… è successo…». Sempre il figlio rivolgendosi
al padre: «Però è succulenta la cosa di beccare un Riva giovane… eh papà…».
Emilio Riva: «Ma non c’è niente… tanto hanno dimostrato che l’abbattimento
delle pecore non c’entra con la nostra diossina, ecco… è quell’altra
causa…».

ilvaL’Aia addomesticata Che fatica ottenere l’Aia,
l’autorizzazione integrata ambientale, che adesso il ministro dell’Ambiente
Corrado Clini vuole aggiornare prima possibile. Stiamo parlando di quell’Aia
concessa il 4 agosto del 2011 dopo un inter burocratico di ben sette anni.
La commissione che la
istruisce si chiama l’Ipcc, e Giorolamo Archinà si dà un gran da fare per
ottenere l’autorizzazione. Scrive il rapporto della Finanza: «L’effettiva e
buona riuscita dei contatti si rileva, come si accennava in precedenza, dai
costanti aggiornamenti che egli fornisce ai vertici aziendali, con i quali
ovviamente condivide le strategie da porre in atto, recependo le direttive che
di volta in volta vengono impartite. Nello specifico emerge come anche a livello
ministeriale fervano i contatti non proprio istituzionali per ammorbidire alcuni
componenti della Commissione Ipcc Aia; con i predetti le relazioni vengono
mantenute da tale Vittoria Romeo e in parte anche dall’avvocato
Perli».

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegI parchi scoperti Vittoria Romeo è al telefono con
Fabio Riva: «Allora dicevo ad Archinà, se Palmisano, che è quello della Regione,
tira fuori l’argomento in Commissione, siccome l’Arpa (Agenzia regionale
protezione ambientale) deve ancora dare il parere sul barrieramento e a noi
serve un parere positivo per continuare a dimostrare che non dobbiamo fare i
parchi…». Fabio Riva: «È chiarissimo. Però siccome noi non possiamo
assolutamente coprire i parchi perché non è fattibile… tanto vale rischiarla
così». Vittoria Romeo: «Valutiamo se la cosa in questi giorni la teniamo al
livello di Ticali, Pelaggi, Mazzoni (presidente e membri della commissione
ministeriale Ipcc, ndr) oppure…». Fabio Riva: «No, picchiamo… picchiamo
duro…»

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegChe termini da combattimento. Del resto quando il
direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato, firma una relazione che denuncia che i
monitoraggi dell’aria nel quartiere Tamburi – siamo nel giugno del 2010 – hanno
rivelato la presenza di benzoapirene nell’aria che proveniva dalle cokerie
dell’Ilva e che in assenza di un ridimensionamento di quelle emissioni, si dovrà
ridurre drasticamente la produzione e condizionarla alle condizioni meteo, la
reazione dell’Ilva promette sfracelli. Girolamo Archinà dice ad Alberto
Cattaneo, ex consulente esterno oggi dirigente Comunicazione dell’Ilva:
«Dobbiamo distruggere Assennato».
Riva serpente C’è un incontro tra il governatore
della Puglia Nichi Vendola, Fabio Riva, Girolamo Archinà e il direttore
dell’Ilva Capogrosso, tra le carte della Finanza. Fabio Riva ne parla con il
figlio Emilio (omonimo del nonno), il quale suggerisce al padre: «Facciamo un
comunicato stampa fuorviante, tanto “per vendere fumo” dicendo che va tutto bene
e che Ilva collabora con la Regione».

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegEMILIO RIVA jpeg

Archinà con la linea della «trasparenza» non va
molto d’accordo. Vuole comprarsi i giornalisti, tagliargli la lingua. «Mi sto
stufando perché fino a quando io so’ stato accusato di mantenere tutto sotto
coperta, però nulla è mai successo… nel momento in cui abbiamo sposato la
linea che sicuramente è più corretta, della trasparenza… non ci raccogliamo
più… La situazione è complicata e se non si ha l’umiltà di dire ritorniamo
tutti a nascondere tutto…».

Archinà dice a Fabio Riva che «consegnando in
anteprima le analisi potrà iniziare a lavorare sul professor Liberti affinché
attesti che le emissioni sono notevolmente inferiori» Fabio Riva al padre
Emilio: «La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene… non lo so che è
successo». Il padre: «Tanto hanno dimostrato che non c’entriamo con le
pecore»
Dopo gli incontri istituzionali con Nichi Vendola,
Fabio Riva parlando con il figlio dice: «Facciamo un comunicato per vendere fumo
in cui diciamo che tutto va bene e collaboriamo» Quando Giorgio Assennato
direttore dell’Arpa firma una relazione fortemente negativa sui valori dell’aria
nel quartiere Tamburi, Archinà dice: «Dobbiamo distruggerlo»
  


http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/ilva-alla-de-riva-dalle-intercettazioni-dellinchiesta-emerge-il-coinvolgimento-dei-riva-la-mazzetta-42763.htm#Scene_1

Emilio Riva. Ilva, la vera storia dell’uomo accusato di avvelenare una città

Il
tramonto da uno dei ponti dell’Ilva di Taranto

Emilio Riva. Ilva, la vera
storia dell’uomo accusato di avvelenare una città

Ritratto del fondatore dell’azienda siderurgica di
Taranto

di Guido Fontanelli

A un certo punto inizia a parlare Calisto Tanzi. I testimoni non si
ricordano le esatte parole del fondatore della Parmalat, ma il senso
dell’intervento era questo: «Noi imprenditori» diceva rivolgendosi ai membri
della giunta della Confindustria «dobbiamo modernizzarci, usare la borsa, fare
più finanza…». 



Finito il discorso, una voce lo gela: «Non sono d’accordo». È
Emilio Riva, uno che di solito parla poco. Tanzi replica irritato, ma con
tono fermo Riva lo zittisce così: «Vede, signor Tanzi, se io la prendo per i
piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece prende
me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi. Ecco qual è la
differenza tra noi due
».

La scena risale alla metà degli anni Novanta e scolpisce alla perfezione il
carattere di un uomo che, senza tanti grilli per la testa, fedele a un modello
industriale molto, fin troppo tradizionale, è ancora lì, con il suo gruppo
siderurgico, a guardarci dall’alto dei 10 miliardi di fatturato, dei
36 stabilimenti nel mondo, dei quasi 22 mila dipendenti



Nessuno
parlava di Riva mentre Tanzi finiva travolto dai suoi castelli di carte, nessuno
si ricordava di lui mentre i Falck dalla vita mondana chiudevano gli altiforni
di Sesto San Giovanni o il Lucchini dei salotti buoni vendeva gli impianti ai
russi della Severstal. Grandi dinastie dell’acciaio cancellate dalla cronaca
economica e lui sempre lì, sempre più grande. Inquisito, ma lì.





Se non ci fossero stati gli scontri che periodicamente lo hanno visto
protagonista a Cornigliano, per l’inquinamento provocato dagli ex
impianti Italsider a Genova, o per il disastro ambientale dell’Ilva di Taranto,
probabilmente a nessuno verrebbe in mente che qui in Italia abbiamo il quarto
imprenditore siderurgico d’Europa
. Stare sotto il pelo dell’acqua, del
resto, è la sua regola. Insieme al lavorare duro, usare il denaro con
parsimonia, cogliere le occasioni. Ora, nella sua casa di Milano, dove è agli
arresti domiciliari per la vicenda Ilva, sicuramente si sta rodendo il fegato.
Anche perché da questa storia qualche dubbio sulla gestione del gigante
d’acciaio sarà venuto pure a lui.





La saga della famiglia inizia nel 1954: Emilio Riva, nato nel 1926 a Milano e
figlio di un commerciante in scarti ferrosi, avvia con il fratello
Adriano un’attività di commercio di rottami, che vende ai siderurgici
bresciani. Trasporta i pezzi di ferro su un vecchio camion Dodge. Ma già nel
1957 inizia a produrre acciaio a Caronno Pertusella, a nord di Milano.
L’adozione, prima dei concorrenti, della colata continua diventa la più
importante fonte di vantaggio competitivo della nuova impresa. Riva diventa il
re del tondino, cresce e mette da parte i soldi per accaparrarsi un’acciaieria
dietro l’altra.





«Non compro mai quando va bene, compro quando va male» spiega Emilio
in una delle rarissime interviste. Negli anni Settanta è già arrivato
all’estero, con acquisizioni in Spagna e Francia. Poi la crisi mondiale
dell’acciaio investe la siderurgia pubblica europea. Riva ne approfitta subito:
entra nella gestione di Cornigliano, compra un impianto nell’ex Germania Est e
quindi, nel 1995, si aggiudica l’Ilva di Taranto. Il gruppo diventa enorme, lo
stile non cambia. «Quando l’Ilva si chiamava Italsider» ricorda un imprenditore
di Taranto, che lavorava per lo stabilimento siderurgico «i grandi manager
pubblici venivano qui in città con una sfilza di auto blu e un codazzo di
segretarie. Grandi parole in un convegno e via, tornavano a Roma. Quando invece
incontrai per la prima volta uno dei figli di Riva, accadde all’interno dello
stabilimento: arrivò a bordo di una vecchia Panda di servizio». «La presenza
della famiglia sugli impianti produttivi, a contatto con tecnici e operai» dice
un manager del gruppo «è una costante. Una cultura del lavoro che deriva dalla
figura di Emilio, adottata poi da figli e nipoti».



La famiglia è molto importante per i Riva. «Il pranzo di Natale ha un valore
simbolico forte» racconta un collaboratore di Emilio, che ha sei figli,
due femmine e quattro maschi. Il più grande, Fabio, è il vero numero due
del gruppo; Claudio, dal carattere spigoloso, è uscito dalle attività
siderurgiche e segue quelle armatoriali; Nicola, finito agli arresti con
il padre, è l’uomo della produzione; e Daniele guida lo stabilimento di
Genova. In azienda lavorano pure i nipoti Angelo e Cesare. E le
femmine? Riva preferisce tenere lontane le donne dall’azienda: le figlie fanno
altro, le nuore sono invitate a non salire ai piani superiori della sede
milanese dove ci sono gli uffici dei mariti. Ma saranno delle donne, le «donne
di Cornigliano», a fargli rimangiare la promessa che lui a Genova non avrebbe
mai chiuso l’altoforno. Due anni dopo la chiusura ammetterà: «Riconosco che nel
centro di Genova un altoforno e una cokeria non possono esistere».



Se l’obiettivo è diventare più grandi («Ho sempre aperto e comprato fabbriche
e non ne ho mai chiusa una» si vanta Riva), il metodo per realizzarlo poggia su
alcuni punti fermi: una gestione efficiente affidata prima di tutto ai figli
e ai tecnici di provata fiducia, niente top manager
da business school. Poi
attenzione maniacale ai costi: se ancora oggi Emilio, stipendiato come se
fosse un qualsiasi dirigente, si attarda in ufficio, è lui che spegne le luci al
terzo piano del quartier generale in fondo a viale Certosa, Milano.

Ed è proprio grazie alla capacità di mettere fieno in cascina che il gruppo
riesce a resistere anche nei momenti più difficili. Come quello che stiamo
vivendo ora: si produce di meno ma si riempiono comunque i piazzali di acciaio,
pronti a venderlo quando l’economia tornerà a tirare, sbaragliando ancora una
volta gli avversari. Intanto Riva si tiene buona la politica con
finanziamenti ai partiti, di destra e di sinistra, e con l’acquisto di una quota
nell’Alitalia dei «patrioti», mentre versa denari alla parrocchia di
Tamburi,
il quartiere più colpito dall’inquinamento dell’Ilva di Taranto, e
forse, come sembrano testimoniare le ultime intercettazioni telefoniche,
anche tangenti per addomesticare i risultati delle analisi ambientali.
Disposto a tutto pur di continuare a fare acciaio. In silenzio.



Con i dipendenti alterna paternalismo e durezza: numerose le cause per
comportamenti antisindacali. Ma anche attestati di stima e di ammirazione da
parte dei lavoratori e dei fornitori. Certi giornalisti vengono manipolati,
forse anche pagati, come rivelano le intercettazioni. Lo stile della casa lo fa
intuire il giovane Emilio, omonimo del nonno, che parlando col padre Fabio dopo
un incontro con Nichi Vendola suggerisce: «Facciamo un comunicato stampa
fuorviante tanto per “vendere fumo”, dicendo che va tutto bene e che l’Ilva
collabora con la regione».





Il patriarca rilascia poche interviste. E, quando si lascia convincere da una
società di comunicazione ad aprire le porte dell’Ilva di Taranto a un
giornalista, se ne pente immediatamente. Accade nel 2006, quando Panorama
spedisce un suo inviato per raccontare come funziona la più grande fabbrica
d’Europa. L’inviato, Angelo Pergolini, non può fare a meno di annotare
l’alta incidenza di infortuni (oggi molto diminuiti) e scrive: «Quando tira
vento, e a Taranto lo scirocco soffia spesso e forte, dai parchi (e dai nastri
trasportatori che li collegano al porto) si alzano nuvole impalpabili,
coprono il rione Tamburi, periferia di case popolari cresciuta parallelamente
allo stabilimento da cui è divisa solo da un muro; scendono sugli edifici
fatiscenti della città vecchia; si posano sulle vetrine eleganti di via
D’Aquino, cuore dello shopping e dello struscio. Lasciano ovunque la stessa
scia grigia e velenosa, penetrano dappertutto: polmoni compresi». Dopo la
pubblicazione del reportage, la società di relazioni pubbliche viene
licenziata.



Il fatto di essere diventato il 23esimo produttore mondiale di acciaio fa di
Riva un bravo imprenditore? Margherita Balconi, docente nella facoltà di
ingegneria dell’Università di Pavia, è un’esperta del settore. Autrice fra
l’altro del libro La siderurgia italiana (1945-1990). Tra controllo pubblico
e incentivi del mercato
(Edizioni Il Mulino), la professoressa ha scritto in
particolare un volume per il gruppo: Riva 1954-1994. Il percorso
imprenditoriale della famiglia Riva. Il suo giudizio è abbastanza
critico
: «Fino all’acquisto dell’Ilva Riva è stato soprattutto un abile
gestore di impianti e un imprenditore capace di cogliere l’opportunità di
acquistare stabilimenti in crisi e di trasferirvi i propri metodi molto efficaci
di gestione aziendale. È stato anche uno dei primi siderurgici in Europa ad
avviare un importante processo di internazionalizzazione. Ma l’acquisizione,
estremamente coraggiosa, dell’acciaieria di Taranto ha spinto il gruppo su di un
terreno tutto nuovo».

Secondo Balconi, gestire uno stabilimento di quelle dimensioni, specializzato
nel campo dei laminati piani di qualità, avrebbe comportato dei metodi di
gestione diversi da quelli che avevano costituito la forza dei Riva. Le altre
imprese europee che gestivano grandi impianti a ciclo integrale (in particolare
la francese Usinor, oggi acquistata dalla Mittal) capivano l’importanza, per
esempio, di fare ricerca e di investire per ottenere tipi di acciaio
sempre più sofisticati



Una delle prime cose che invece ha fatto Riva
dopo l’acquisto è stata allontanare dallo stabilimento i ricercatori del Centro
sviluppo materiali (Csm) che stavano conducendo ricerche su un impianto pilota
molto innovativo: tre giorni e poi fuori, senza neanche lasciare finire gli
esperimenti. Con il metodo Riva i conti sono migliorati, ma la qualità no. Tanto
è vero che l’Ilva serve ancora il mercato automobilistico, ma non rifornirebbe
più l’acciaio per le carrozzerie (che deve essere visivamente perfetto). «E a
quanto pare non fa parte della loro cultura innovare in funzione dei
miglioramenti ambientali
» commenta Balconi.



Alcuni sostengono che dietro l’uscita di Claudio dall’Ilva ci sia stato uno
scontro proprio sul tema della qualità: il figlio ne voleva di più, il padre non
era d’accordo. Ora forse Emilio dovrà cambiare idea, mentre l’azienda tratta con
la Siemens per introdurre tecnologie più moderne e pulite. Anche nelle famiglie
d’acciaio si può aprire una crepa.



http://italia.panorama.it/emilio-riva-ilva-la-vera-storia-dell-uomo-accusato-di-avvelenare-una-citta

Torna l’emergenza rifiuti, Ato 1 senza soldi: la situazione peggiora

28 agosto 2012 – 14:15 E’ tornata l’emergenza rifiuti nei 12 comuni dell’Ato Palermo 1. Da alcuni giorni a soffrire, sono sopratutto le periferie dei centri abitati. Le situazioni più gravi si registrano tra Terrasini e Cinisi, nella zona industriale di Carini e a Partinico, mentre negli altri comuni la situazione sembra regolare. “La raccolta viene effettuata allo stesso modo, in tutti i paesi” assicura il commissario liquidatore dell’Ato 1 Antonio Geraci. “Non c’è nessun problema di organizzazione, il servizio viene garantito anche se a rilento in tutti i comuni in modo omogeneo. Nelle cittadine più grandi, come a Carini e Partinico, ovviamente si produce e si accumula più spazzatura intorno ai cassonetti, lo stesso vale a Cinisi e Terrasini, dove invece nel periodo estivo aumenta la popolazione e per rimuovere l’immondizia occorre più tempo. Nei centri più piccoli invece come Montelepre, Giardinello e Borgetto, si produce sempre lo stesso quantitativo di rifiuti e quindi non si notano situazioni particolari”.
La raccolta della spazzatura dunque va a rilento e il problema è sempre lo stesso: nelle casse dell’Ato entrano pochi soldi e i comuni hanno difficoltà a pagare regolarmente il servizio.
A Cinisi, un gruppo di cittadini ha costituito un comitato civico spontaneo che chiede al Prefetto di Palermo e al sindaco Palazzolo di intervenire immediatamente dichiarando lo stato di emergenza sanitaria.
Tra giovedì e venerdì il servizio si potrebbe fermare perchè la Servizi Comunali Integrati deve liquidare le ditte e la discarica di Siculiana. “Il rischio è che la situazione precipiti ulteriormente – dichiara Geraci – noi stiamo facendo più del dovuto, perchè stiamo lavorando senza soldi. Chi si lamenta, dovrebbe invece ringraziarci”.

http://www.teleoccidente.it/wp/archives/29961

Revocate le concessioni di New Port a Palermo

Revocate le concessioni di New Port a Palermo

Porto di Palermo Petcoke scaricato dalla nave Amber k  destinazione Isola delle Femmine Italcementi

Nei giorni scorsi, secondo quanto riferito da diverse fonti di stampa
siciliane, l’Autorità Portuale di Palermo avrebbe revocato le concessioni alla
New Port Spa, titolare di diversi servizi portuali a Palermo e Termini Imerese e
concessionaria dal 1998 del terminal container del capoluogo siciliano, a
seguito di un’informativa della prefettura che denuncia la presenza
d’infiltrazioni mafiose fra i soci dell’azienda.


Nonostante la revoca, le attività della società, che
impiega circa 350 persone, comunque proseguono, perché “fermarle – secondo
quanto dichiarato alla stampa locale dal presidente dell’Autorità Portuale, Nino
Bevilacqua – significherebbe bloccare tutto il porto. Spero che nel giro di un
paio di mesi si possa sistemare tutto, magari con l’arrivo di un’altra società
capace di assorbire la parte sana dell’azienda”. 
A partire da quest’ultimo
punto, tuttavia, l’Authority non ha ancora chiarito alcuni
dettagli della vicenda. Infatti non è chiaro se si possa ipotizzare una cessione
coatta da parte dei soci della New Port accusati di legami mafiosi e se, in
questo caso, la società possa eventualmente mantenere le concessioni, o se sia
più probabile l’allontanamento (e magari la liquidazione) di New Port e la
ricerca attraverso gara dei sostituti per i vari servizi. Inoltre non è stato
chiarito se per la revoca sia sufficiente l’informativa della procura o se
occorra una procedura formale né se New Port, che da parte sua non ha commentato
la notizia, possa eventualmente opporsi in qualche modo. 

Il terminal
container
del porto di Palermo, costituito dalle banchine Puntone e
Quattroventi, ha una capacità operativa di 120.000 teu all’anno, una superficie
di 150.000 mq e affacciandosi su uno specchio acqueo con fondali di 14 metri
consente l’operatività a navi fino a 300 metri di lunghezza.

Nicola Capuzzo


http://www.trasportoeuropa.it/index.php/home/archvio/14-marittimo/5263-revocate-le-concessioni-di-new-port-a-palermo

LEGALITA’: SULLA NEW PORT SPA UNA DECISIONE DI
RILIEVO STORICO

porto palermoI provvedimenti del prefetto di Palermo di non
concedere il certificato antimafia alla società New Port spa e del presidente
dell’Autorità portuale di revocare alla stessa tutte le autorizzazioni e le
concessioni sono di rilievo storico. Il porto di Palermo per decenni è stato
condizionato dalla presenza di Cosa nostra.
La politica del passato spesso ha
ignorato e addirittura colluso con essa. Oggi finalmente si apre uno squarcio
senza precedenti.
Mi auguro che questa sia
un’occasione di grande innovazione, legalità e sviluppo non solo per l’impresa
in questione, ma per tutto il sistema. Un sistema che va monitorato con cura e
attenzione per fare dei porti di Palermo e di Termini Imerese una grande risorsa
di impresa e occupazione sana  
Giuseppe Lumia 

 http://www.giuseppelumia.it/?p=8148

Universo New Port:
ecco chi sono i 24
soci segnalati


di

Alla “casa del portuale” la mattina
presto il sole picchia e due randagi sonnacchiosi accolgono i
lavoratori del porto di Palermo, per i quali la giornata è già cominciata da
diverse ore. L’aria è elettrica e la tensione è scolpita nei loro volti. Sono
tutti soci e lavoratori della New Port, la società finita nell’occhio del
ciclone perché la prefettura di Palermo ha negato il certificato antimafia
necessario per avere rapporti con le pubbliche amministrazioni fra le quali
rientra, ovviamente, anche l’autorità portuale cittadina. Entrando nel vecchio
edificio che ospita la compagnia, una lapide ricorda il sacrificio dei portuali
palermitani che, nel 1943, sotto i bombardamenti continuarono a lavorare per
assicurare approvvigionamenti vitali per l’Isola. E molti di quei cognomi sono
gli stessi contenuti nell’informativa firmata da Giuseppe Caruso che ha
evidenziato come la posizione di 24 soci osta il rilascio della certificazione e
getta l’ombra dell’infiltrazione mafiosa nella società che – praticamente da
sempre – si occupa del porto di Palermo. Ventiquattro storie da
raccontare.

I portuali

“La Compagnia lavoratori
portuali, regolata dal codice della navigazione, nasce nel 1920. Mio nonno era
‘console’ quando sbarcarono gli americani”. Vincenzo Spataro è il presidente
della New Port e, da una vita, vive fra le banchine lambite dal mare. “Nel 1980
– continua – c’è stato un primo concorso pubblico bandito dall’ente porto in cui
sono entrate le prime centoventi persone. E c’erano due condizioni: bisognava
avere il certificato di buona condotta civile e morale e veniva data prelazione
ai figli dei portuali. Altre cento persone entrano nel 1986, con un concorso
bandito inizialmente per 60, ‘lievitato’ di altri 40 posti sotto la condizione
che la compagnia dei lavoratori portuali di Palermo incorporasse quella di
Termini Imerese”. Poi una mezza rivoluzione: “Nel 1994 – continua Spataro, che
accende una sigaretta dietro l’altra – per volontà di legge, la cooperativa
atipica che era esistita fino ad allora ha subito una trasformazione in 3
società: la In port spa, la New Port srl e la Clp arl. La prima era la
‘cassaforte’ societaria, la seconda includeva gli operai specializzati mentre
l’ultima, la cooperativa, forniva la manodopera. Poi c’è stata una fusione per
incorporazione fra In port e New port, mentre la cooperativa è rimasta. E sono
sempre gli stessi 209 soci. Nel 1995 tutti i nomi con relativi certificati
penali sono stati trasmessi alla prefettura e la cooperativa è stata iscritta
nel registro prefettizio”.
I primi problemi arrivano nel 2003 quando vengono
fuori le posizioni, segnalate dalla prefettura, di Nino Spadaro e Girolamo
Buccafusca, condannati per mafia. Così la cooperativa Clp ha votato
l’estromissione dei due mentre per quanto riguardava le partecipazioni nella New
Port, società di capitale, l’esclusione non poteva essere coattiva e quindi “si
è proceduto all’invio di formale invito a procedere alla cessione delle azioni
di cui essi risultano titolari”, come si legge nella comunicazione inviata dalla
società alla prefettura il 23 dicembre 2003. Il 18 ottobre 2004 a Nino Spadaro
vengono sequestrate le quote societarie che, però, gli vengono restituite il 25
settembre 2009. “Erano state ‘conferite per trasformazione’ – spiega Spataro –
ovvero le quote non erano state materialmente pagate da Spadaro. Gli erano state
attribuite perché derivavano dal patrimonio della compagnia lavoratori portuali
prima che si trasformasse in società. Quindi i motivi che avevano fatto decadere
Spadaro da socio sono venuti meno. Buccafusca, invece, ha messo in vendita le
quote della spa ma nessuno le ha comprate”.

I nomi e le
storie

I problemi si riaffacciano nel 2010. Questa volta, però, sono
24 i soci sospettati di “mafiosità”. E si comincia dagli stessi due: Nino
Spadaro e Girolamo Buccafusca. “Le mie colpe ce le ho ma ho pagato, in carcere
ho anche preso una laurea in scienze giuridiche – racconta quest’ultimo a ‘S’ –
Non sono più un lavoratore della New Port dal 2003 e sono pronto a fare passi
indietro e vendere le mie quote per salvaguardare i miei ex colleghi”. Nino
Spadaro, invece, è ancora in carcere. Nel frattempo, però, è possibile parlare
con il cugino Nino, colpevole a suo dire solo di “omonimia”. Nell’informativa
della prefettura, infatti, viene indicato come condannato in via definitiva a 11
anni e 6 mesi (sentenza della Corte d’assise del 10/12/1990). Una sentenza che
riguarda l’altro Nino, che è, in qualche modo, un “figlio d’arte”: suo padre è
Vincenzo Spadaro, suo zio Masino Spadaro, il “re” della Kalsa. Ma lui è
incensurato. “Nino è mio cugino, Vincenzo è mio zio. Non ho mai avuto alcuna
condanna e mio cugino Nino non lo vedo da trent’anni perché è in carcere a
Spoleto”, dice.
Ma Buccafusca e Spadaro sono solo due dei soci chiamati in
causa. Gli altri attendono nervosamente di parlare, hanno voglia di dire la loro
verità. Come Mario Ficarra, che ha ceduto le sue quote alla moglie, Rosalia Li
Greci, per incompatibilità con altre partecipazioni. “Mio padre ha subito una
condanna in primo grado ed è morto nel 1982”. Allora Rosalia Li Greci aveva
appena 11 anni: “Non l’ha mai conosciuto” aggiunge Ficarra, che ha sposato la
donna nel 1988. Un altro che si sente ingiustamente accusato è Carlo Cangemi.
“Mio fratello Giuseppe – racconta – ha subito un processo per mafia, in quanto
ritenuto affiliato alla famiglia di Brancaccio ed è stato assolto 5 anni fa.
Dopo un mese mio padre è morto e l’aveva preannunciato quando era stata emessa
la sentenza: ‘adesso posso morire in pace’”. Nell’informativa che lo riguarda si
sottolinea la compartecipazione in altre società operanti nel porto, causa di
incompatibilità, ma Cangemi nega e ribatte: “A 15 anni sono entrato nell’Azione
cattolica, nella quale tuttora milito frequentando la chiesa di Santa Teresa
alla Kalsa. Oggi ho 54 anni e faccio casa, lavoro, chiesa e volontariato alla
Lilt (Lega italiana per la lotta ai tumori, ndr). Anche mia moglie fa
volontariato alla cooperativa ‘Incontro’, recuperando dalla strada i ragazzini
dello Sperone”.

Poi c’è Mario Montalbano: la prefettura segnala che questi
era socio di Sebastiano Crivello e Giuseppe Urso (ambedue condannati) in
un’azienda che “praticamente è rimasta inattiva: aperta nel 1982, è stata chiusa
nel 1983”. Nella sua storia c’è anche una denuncia contro gli usurai che gli è
valsa un risarcimento liquidato dalla stessa prefettura. “Uno dei miei tre figli
ha fatto il militare nella guardia di finanza”, si vanta. Nel frattempo, il 22
aprile scorso, il suo usuraio è stato condannato.

Più semplice la vicenda di
Erasmo Fiore: “Nel 1994 mio fratello Giovan Battista è stato arrestato per mafia
in quanto legato alla famiglia di Borgo Vecchio. È stato assolto e io sono in
pensione dal 1996”. Più intricata, invece, la vicenda di Salvatore Macaluso:
secondo la prefettura è stato indagato con la moglie per riciclaggio, estorsione
e traffico di stupefacenti. La donna, Maria Antonietta Collura, amministrava la
“Carta ingross” che era ritenuta dagli inquirenti nella disponibilità del boss
dell’Acquasanta, Angelo Galatolo. A Macaluso sono attribuiti anche rapporti di
affinità con uomini d’onore della famiglia di Borgo Vecchio. “La moglie di
Galatolo – racconta a ‘S’ – ci ha dato mandato di rappresentanza della sua
azienda per due mesi. Poi è scattato un sequestro per 5 aziende, fra cui la
‘Carta ingross’. In pratica ci hanno considerati prestanome. Il sequestro è
avvenuto nel 2004 e nel 2010 c’è stato il dissequestro e la società ci è stata
riconsegnata. Di quello che c’è scritto non ne so nulla, non sono stato mai
indagato, non ho mai ricevuto avvisi di garanzia, né sono stato arrestato, né
altro. Il mio casellario giudiziario dice ‘nulla’”.

Paradossale appare invece
il caso di Maurilio Rubino: secondo l’informativa, suo cugino sarebbe Francesco
Madonia, dell’omonima potente famiglia mafiosa del Nisseno. “Non li conosco,
sono 40 anni che non frequento i parenti di parte paterna, ma questo parente,
comunque, non esiste. Non c’è nessun Madonia”. Anche Girolamo Buccafusca, cugino
omonimo del condannato, ha voglia di parlare: “Mio padre – dice – è stato
condannato per truffa, contrabbando di sigarette e altri reati simili. Mio
fratello è stato arrestato per traffico di droga. Mio padre è morto nel 2006,
con mio fratello non ho più contatti da anni”. Drammatica, poi, la vicenda di
Benedetto Messina: fratello di Silvana Messina, scrive la prefettura, moglie a
sua volta di Giulio Di Luvio. Entrambi sono stati condannati per favoreggiamento
della latitanza di Antonino Bosco. “Mio padre e mia madre hanno dato vita a 4
figli, fra cui io – spiega – ma mia madre è morta a 29 anni e mio padre ci ha
lasciati dalla nonna materna facendo perdere le sue tracce. Da altre relazioni
che ha avuto sono nate prima due figlie, poi altri quattro. Le altre due donne
di mio padre sono morte anche loro. Io non ho mai avuto a che fare con questi,
non so neanche se siano vivi. Mia sorella di sangue lavora nelle forze
dell’ordine, l’altro mio fratello ha due figli nell’esercito. Chi mi conosce mi
prende in giro per tutta questa storia”.

Un’altra storia è quella di
Ferdinando Parrinello: a lui sono state sequestrate nel 1993 le quote della
Brancagel, ditta che si occupava di surgelati. Il titolare della ditta era il
suocero, Martino Brancatelli, accusato di traffico di droga e legami con Cosa
nostra, che aveva distribuito le quote tra i familiari. “A scagionarlo – spiega
Parrinello – è intervenuta un’infiltrata della polizia che ha detto come non
c’entrasse nulla. Mio suocero è stato assolto dopo tanti anni e le quote sono
state restituite insieme ai beni dell’azienda”. Vicende familiari, come quelle
di Vincenzo Toscano: suo cognato, Gaspare La Malfa, è ritenuto vicino alla
famiglia di Brancaccio. “Ma io non ho mai avuto nessun tipo di rapporto con lui”
specifica. Giovanni Giuliano è troppo indignato per parlare: “Ho dato mandato al
mio avvocato” dice semplicemente. All’appello mancano altri nomi: Maurizio Gioè,
Giuseppe Onorato, Filippo Arena, Giovanni Biscari, Francesco Alfano, Ferdinando
Arcuri, Antonio e Giuseppe La Mattina: nella maggior parte si tratta di casi di
scomode parentele indirette, cognati o generi. Tutti, però, sottolineano in
egual maniera come siano lavoratori di fatica: le loro mani callose quasi
tremano mentre tengono in mano la nota del prefetto. Alcuni sorridono
amaramente, ma altri non riescono a trattenere le lacrime. Adesso rischiano il
loro posto di lavoro.

La soluzione

“Noi siamo questi”
continua a dire con orgoglio e anche un po’ di commozione Vincenzo Spataro.
“Quando si doveva tirare fuori il carro di Santa Rosalia dagli hangar del porto
siamo intervenuti noi. Ci chiamano da tutte le parti della Sicilia per avere
consigli che noi diamo senza batter ciglio. Siamo intervenuti per fare il piano
regolatore generale della città. Noi siamo questi”. E la domanda che ricorre è
sempre la stessa: ma se i soci sono rimasti sempre gli stessi 209, perché questa
storia è venuta fuori solo ora? Secondo Spataro potrebbe esserci un disegno
dietro tutta questa storia, un progetto che vuole la New Port fuori gioco per
l’ingresso di nuovi player.

Sorride amaro Spataro nel constatare che “chi
oggi si riempie la bocca e punta il dito, ieri era a braccetto con me”. I nomi
bisogna tirarglieli fuori dai denti: Giuseppe Lumia – a fianco del quale si è
candidato al consiglio comunale di Palermo riuscendo a ottenere il seggio – e
Carlo Vizzini che, da ministro della Marina mercantile, lo teneva in altissima
considerazione e gli ha anche chiesto di candidarsi a suo sostegno. “Noi abbiamo
investito sulla realtà di Termini Imerese rispettando il territorio”. Ma,
secondo Spataro, è da lì che cominciano i guai. “Questo porto che viene sempre
sponsorizzato come un importante hub sul Mediterraneo, alla fine non porta
risultati, come l’ultima operazione con la T-Link, società con un buco da 20
milioni e un debito nei nostri confronti di 1milione 200mila euro”.

Sulla
vicenda è anche intervenuta Confindustria Palermo per bocca del suo presidente
Alessandro Albanese che a “S” ha spiegato che non c’è l’intenzione di ingerenza
nelle vicende del porto di Palermo. “Deve essere chiaro che noi non vogliamo
favorire nessuno, né nostri soci né nessun altro, semplicemente contribuire a
sanare questa situazione”. La proposta: “Una newco con tutti i lavoratori ma
senza i 24 segnalati dalla prefettura. Se gli operai fanno la società siamo
anche disposti a ospitare la loro sede in Confindustria”. Una soluzione che,
però, Spataro ha già prospettato tramite la creazione di due nuove società che
rilevino i rami d’azienda: la PortItalia – per le operazioni e servizi
commerciali nel porto di Palermo e Termini – e la Tcp che si occuperebbe del
movimento dei container. Società già fondate da 10 soci ciascuna con un aumento
di capitale destinato a terzi. In queste due società dovrebbe confluire i
lavoratori-soci, esclusi i 24. E nello statuto di fondazione ecco la clausola
che metterebbe fine a situazioni di imbarazzo: i soci possono essere esclusi per
giusta causa in caso di condanna passata in giudicato per ricettazione,
riciclaggio, insolvenza fraudolenta, bancarotta, usura, sequestro di persona,
rapina e associazione mafiosa. 

http://livesicilia.it/2011/07/11/universo-new-port-ecco-chi-sono-i-24-soci-segnalati/


Tutto nuovo nel porto di Palermo!
Approvato il Piano Regolatore Portuale mentre la ex-New
Port si rigenera scorporandosi in una doppia ragione sociale

Trovata, finalmente, la convergenza a Palermo sul nuovo Piano Regolatore
Portuale. 

L’ultima assise del Consiglio Comunale ha votato l’intesa sul PRP
che era stato presentato dall’Autorità Portuale nel luglio del 2008. Dopo oltre
mezzo secolo dall’ultima edizione – il Piano Regolatore vigente risale al 1954 –
lo scalo siciliano avrà dunque un nuovo Master Plan.

Il nuovo PRP prevede il
potenziamento del porto commerciale, la razionalizzazione delle aree funzionali
e degli edifici di servizio; l’individuazione di soluzioni per rispondere
all’incremento del traffico crocieristico; l’integrazione degli spazi
urbano-portuali con la città e la realizzazione di nuovi innesti città-porto
anche attraverso la liberazione del fronte su via Crispi per consentire una
maggiore relazione, anche visiva, tra città e mare, oltre alla possibilità di
attivare opere per 400 milioni di euro.
“Finalmente potremo essere attuativi
nel rispetto della pianificazione – esulta il presidente dell’Autorità Portuale,
Nino Bevilacqua – il PRP proseguirà il suo iter e verrà sottoposto ad altri
passaggi tecnici indubbiamente più veloci: l’adozione da parte del Comitato
Portuale, la definizione della procedura VAS in corso, il parere del Consiglio
Superiore dei Lavori Pubblici e l’approvazione della Regione Siciliana. Solo
così potremo recuperare tempo e, in modo responsabile, proseguire secondo il
piano di riqualificazione, riconnettendo l’area portuale al resto della città,
riducendo le barriere murarie esistenti, nel fondamentale processo di rilancio
del porto e di rigenerazione della qualità e delle economie del waterfront
urbano. Una scommessa allargata alla città. Il PRP è un atto fondamentale del
mio mandato. Fin dal primo giorno del mio insediamento l’obiettivo è stato
quello di riorganizzare le funzioni portuali che investono lo sviluppo
commerciale, industriale, crocieristico e turistico. Abbiamo puntato al
riassetto dell’area portuale ed alla creazione di un rapporto con la città, da
tempo interrotto, tenendo conto della storia del porto. Da qui il recupero del
Castello a Mare, l’insediamento più antico, oggi entrato in un circuito
culturale internazionale; da qui la rifunzionalizzazione della Cala e la
creazione di spazi liberi per la fruizione pubblica come la passeggiata a mare.
E poi la sistemazione delle aree più strettamente tecniche, fondamentali nella
vita del porto e della portualità, luoghi di passeggeri e merci, settori dove i
numeri dimostrano un trend assai positivo per Palermo. Ci sono, inoltre, i
lavori già appaltati per il potenziamento delle banchine, mentre sta per partire
il rifacimento interno della stazione marittima”.

 
 
Due società (e mezza) dalle ceneri dell’infiltrata New
Port
 
Sono nate dalle ceneri della New Port S.p.a., società a sua volta derivante
dalla Compagnia Lavoratori Portuali e storica impresa addetta all’espletamento
di operazioni portuali e servizi portuali nei porti di Palermo e Termini
Imerese, le nuove realtà aziendali atte ai traffici commerciali dello scalo
siciliano. 

Le due distinte società costituite da poco sono rispettivamente: 

Portitalia S.r.l. che espleta operazioni portuali nei porti di Palermo e
Termini Imerese per la movimentazione di merce varia, alla rinfusa, nonché di
mezzi pesanti afferenti il traffico ro-ro, ed è altresì autorizzata ad espletare
servizi portuali di rizzaggio, derizzaggio, controllo merceologico, pulizia
merce e ricondizionamento colli. Questa impresa, che conta su un ampio parco di
mezzi meccanici (gru su rotaia, semoventi, trattori, sollevatori), è attualmente
diretta da un amministratore unico, Giuseppe Landolina, in attesa che a breve
venga effettuata la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione.
T.C.P.
Terminal Containers Palermo S.r.l. che gestisce il terminal contenitori della
banchina Puntone del porto di Palermo; anche in questo caso vi è lo stesso
amministratore unico temporaneo per la gestione delle attività terminalistiche
(operazioni e servizi portuali) con un adeguato parco di mezzi meccanici
(sollevatori, trailers, ralle) e gru (due portainers su rotaia da 42
tonn.).
Al servizio delle due nuove società agisce la Logistica e Servizi
S.r.l., una delle principali ditte che effettuano nel porto di Palermo attività
di trasporto merci per conto proprio e per conto terzi, soprattutto
containerizzate – il cui legale rappresentante è Teresa Spina – che offre
servizi di logistica e di trasporto contando su un’area di sosta per automezzi
presso la banchina Quattroventi di circa 800 metri quadrati, con sede e uffici
alla palazzina Tarantino della banchina Puntone.
Il processo di
trasformazione appena concluso fa seguito alla cessione dei rami di azienda ed
all’espletamento dell’iter istruttorio previsto dall’art.16 della Legge 84/94.
Una ‘gemmazione forzata’, a ben ricordare, visto che la cessazione d’attività
con quella ragione sociale della New Port Spa era stata sostanzialmente sancita
dall’attività investigativa della prefettura palermitana, allo scopo di
individuare le segnalate infiltrazioni mafiose, insorta la scorsa primavera,
allorquando il procedimento si era concluso obbligatoriamente con la revoca
della concessione in capo alla New Port da parte dell’Autorità Portuale (S2S n.
20/2011).
Dopo questa misura, peraltro, l’attività dell’impresa portuale –
che impiegava complessivamente fra i due scali 350 persone – non si era
interrotta per un saggia decisione di Bevilacqua, che aveva chiaro come ciò
avrebbe eventualmente significato bloccare tutto il porto. “Spero che nel giro
di un paio di mesi si possa sistemare tutto, magari con l’arrivo di un’altra
società capace di assorbire la parte sana dell’azienda” aveva auspicato il
numero uno della Port Authority.  
La New Port spa, con circa 25 anni di
attività alle spalle, era la prima impresa portuale della Sicilia con un ultimo
fatturato ufficiale di circa 12 milioni di euro (dato del 2008). Ma tra i suoi
209 soci erano stati indicati 24 nomi vicini agli appartenenti a Cosa Nostra,
così come aveva denunciato già a novembre del 2010 il Sen. Carlo Vizzini ed
ex-ministro della Marina Mercantile negli anni ‘90.
Come sia stata possibile
una tale ‘contaminazione’ non è ben chiaro, soprattutto agli stessi ‘camalli’
palermitani. In una intervista alla stampa locale dello scorso maggio Vincenzo
Spataro, storico presidente della New Port, ripercorreva la genesi societaria e
le varie tappe evolutive, a mostrare il proprio sconcerto. La Compagnia
Lavoratori Portuali nasceva nel 1920. Nel 1980 ci fu un concorso pubblico
bandito dall’ente porto che diede accesso alle prime 120 persone, tutte dotate
di certificato di buona condotta civile e morale e, prevalentemente, parenti di
lavoratori portuali. Altre 100 persone entrarono nel 1986 con un secondo
concorso che nel contempo faceva incorporare anche la Compagnia dei lavoratori
portuali della vicina Termini Imerese.
Nel 1994, in seguito alla legge di
riforma portuale n.84, per poter continuare la sua attività sotto la nuova
connotazione giuridica, la cooperativa atipica esistita fino ad allora veniva
spacchettata in tre diverse società: In port spa (‘cassaforte’ societaria), New
Port srl (l’impresa portuale che includeva gli operai specializzati) e Clp arl
(la cooperativa di fornitura della manodopera).
Una successiva fusione per
incorporazione fra In port e New port lasciava spazio a due soli soggetti i cui
209 soci già dal 1995 venivano registrati, con relativi certificati penali, in
prefettura.
Nel 2003 la prefettura segnala le posizioni di due soci – Nino
Spadaro e Girolamo Buccafusca – condannati per mafia e quindi estromessi dalla
società. Lo stesso accade nel 2010 quando diventano 24 i nomi dei sospettati di
mafia. 
Fino alla decisione finale di Spataro & C. di cancellare tutto il
passato con un colpo di spugna, azzerare le società e ricostituirne due – che ne
hanno rilevato i rispettivi rami d’azienda – con tutti i precedenti lavoratori
ma senza, ovviamente, i 24 segnalati dall’Antimafia. Ed ecco la genesi di
PortItalia e di TCP, le quali nel loro statuto di fondazione hanno inserito la
clausola che consente di escludere in automatico per giusta causa i soci
condannati per una serie di azioni criminose.

Coroneo ‘fissa’ la storia dello scalo palermitano in un bel
volume
 
È merito di Renato Coroneo, indefesso dirigente operativo dell’Autorità
Portuale di Palermo e autentico appassionato del proprio porto, l’avere dato
alle stampe un prezioso volume che illustra la storia del primo scalo siciliano. 

La meritoria fatica letteraria “Storia del Porto di Palermo” del funzionario
palermitano, edita dalla Marcello Clausi Editore, verrà ufficialmente presentata
il 2 dicembre all’Antico Stabilimento Balneare Alle Terrazze di Mondello, con
introduzione del Presidente dell’Autorità Portuale, Nino Bevilacqua,
dell’Ammiraglio Vincenzo Pace e del Prof. Arch. Maurizio Carta.

http://www.ship2shore.it/italian/articolo.php?id=8871

Il porto di Palermo è cosa nostra

di Lirio Abbate

Le famiglie hanno messo le mani su una
delle società più importanti che opera nello scalo di Palermo. Ma se le autorità
intervengono si rischia la paralisi

(23 novembre 2010)

Oggi è
stata sequestrata per mafia una delle più grosse società portuali della Sicilia.
L’Espresso aveva denunciato le infiltrazioni dei boss il 23 novembre 2010. I
soci della New Port si erano sentiti offesi, e dopo aver acquistato una intera
pagina pubblicitaria sul Giornale di Sicilia in cui respingevano l’inchiesta de
l’Espresso, con tante infamità, hanno pure querelato l’autore. I giudici hanno
dato ragione ai mafiosi e oggi il giornalista, che aveva provato le collusioni e
i contatti con Cosa nostra dei soci, è sotto processo per diffamazione…

Ci sono le mani di uomini delle cosche mafiose nell’assistenza
alle navi crociera, ai passeggeri e nella gestione delle merci al porto di
Palermo. Un affare da decine di milioni di euro l’anno che si sviluppa sui moli
del bacino siciliano.
Questi affiliati a Cosa nostra oggi sono diventati
imprenditori, ma hanno speso gli ultimi decenni fra le aule giudiziarie in cui
venivano processati, le carceri in cui hanno trascorso parte della loro vita e
infine la prima impresa portuale della Sicilia di cui sono diventati soci. La
società inquinata dai mafiosi, secondo i documenti di cui è entrato in possesso
“L’espresso” , è la New Port spa che
ha sempre avuto e continua ad avere un ruolo importante nel mondo portuale, in
particolare a Palermo e Termini Imerese, a cui l’Autorità portuale, presieduta
dall’ingegnere Nino Bevilacqua, ha affidato compiti professionali con precise
direttive. Un incarico che ha permesso alla New Port di fatturare nel 2008
dodici milioni e mezzo di euro. 
Numeri importanti per l’economia della
città che da tempo cerca di avviare le attività imprenditoriali su un percorso
di pulizia. L’Autorità portuale ha imposto direttive ferre alle imprese. Per
questo motivo Bevilacqua ha firmato un protocollo di legalità che non lascia
spazi a dubbi non solo per quel che riguarda gli appalti ma anche per le
concessioni. Ma nessuno sembra voler guardare cosa c’è dietro questa impresa. 
Infatti, nel caso in cui la Prefettura guidata da Giuseppe
Caruso, viste le relazioni e i precedenti penali dei soci, dovesse rilasciare
una informativa antimafia interdittiva, l’Autorità portuale dovrebbe revocare la
concessione della gestione dei servizi portuali. Una scelta non semplice, fanno
notare a “L’Espresso” alcuni investigatori, per i gravi riflessi negativi che si
avrebbero nel funzionamento del porto, a meno di non sostituire l’azienda con
un’altra società capace di subentrare, in tempi brevi, nello svolgimento delle
attività.
Scorrendo i 209 soci dell’impresa (gran parte dei quali
svolgono anche prestazioni lavorative come dipendenti a tempo indeterminato), si
scoprono personaggi indicati come appartenenti a Cosa nostra o altri
direttamente legati ai boss. Tutto ciò fa pensare agli investigatori che ci sia
la concreta possibilità
che la New Port possa subire il condizionamento dei clan: il presupposto che
potrebbe far negare la certificazione antimafia e cancellare ogni contratto con
la pubblica amministrazione. 
“L’espresso” ha ricostruito i passaggi
giudiziari che riguardano alcuni soci ed è emerso come in passato siano state
avviate indagini patrimoniali, discusse davanti ai giudici della sezione misure
di prevenzione del tribunale di Palermo, che hanno disposto il sequestro di
quote. Tra chi detiene azioni della New Port ci sono infatti: Girolamo
Buccafusca, già condannato per mafia perché ritenuto il capo della famiglia di
“Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino Spadaro delle famiglia di Corso dei
Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi Rosario Riccobono e Giovanni Graziano
della famiglia di Partanna Mondello, fratello del collaboratore di giustizia
Francesco Onorato, il sicario della mafia che ha confessato più di trenta
omicidi fra cui quello dell’eurodeputato Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè,
Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate e Benedetto Messina, tutti finiti in
indagini sui clan. 
Questa situazione, per gli investigatori, potrebbe
determinare una scarsa trasparenza nella gestione e nell’esecuzione delle gare
d’appalto per il nuovo Piano regolatore che prevede di realizzare nel porto
opere strutturali per circa 170 milioni di euro
PORTO DI PALERMO 13 GENNAIO 2006 

209 i soci che sembra abbiano legami con la mafia
 
L’Espresso rivela: Navi da crociera accolte da società di Cosa
Nostra

porto pa

personaggi vicini a Cosa Nostra.

L’articolo, firmato da Lirio Abbate, indica tra gli
azionisti della società: “Girolamo Buccafusca, già condannato per mafia perchè
ritenuto il capo della famiglia di “Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino
Spadaro delle famiglia di Corso dei Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi
Rosario Riccobono e Giovanni Graziano della famiglia di 





Partanna Mondello,
fratello del collaboratore di giustizia Francesco Onorato, il sicario della
mafia che ha confessato piu’ di trenta omicidi fra cui quello dell’eurodeputato
Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè, Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate
e Benedetto Messina, tutti finiti in indagini sui clan”.



http://palermo.blogsicilia.it/lespresso-rivela-navi-da-crociera-accolte-da-societa-di-cosa-nostra/17177/

Il porto di Palermo è cosa nostra

Il porto di Palermo è cosa nostra

di Lirio Abbate

Le famiglie hanno messo le mani su una
delle società più importanti che opera nello scalo di Palermo. Ma se le autorità
intervengono si rischia la paralisi


(23 novembre 2010)
 
 

 

 

Oggi è
stata sequestrata per mafia una delle più grosse società portuali della Sicilia.
L’Espresso aveva denunciato le infiltrazioni dei boss il 23 novembre 2010. I
soci della New Port si erano sentiti offesi, e dopo aver acquistato una intera
pagina pubblicitaria sul Giornale di Sicilia in cui respingevano l’inchiesta de
l’Espresso, con tante infamità, hanno pure querelato l’autore. I giudici hanno
dato ragione ai mafiosi e oggi il giornalista, che aveva provato le collusioni e
i contatti con Cosa nostra dei soci, è sotto processo per diffamazione…

 

 
 
 
Ci sono le mani di uomini delle cosche mafiose nell’assistenza
alle navi crociera, ai passeggeri e nella gestione delle merci al porto di
Palermo. Un affare da decine di milioni di euro l’anno che si sviluppa sui moli
del bacino siciliano.
 
Questi affiliati a Cosa nostra oggi sono diventati
imprenditori, ma hanno speso gli ultimi decenni fra le aule giudiziarie in cui
venivano processati, le carceri in cui hanno trascorso parte della loro vita e
infine la prima impresa portuale della Sicilia di cui sono diventati soci. La
società inquinata dai mafiosi, secondo i documenti di cui è entrato in possesso
“L’espresso” , è la New Port spa che
ha sempre avuto e continua ad avere un ruolo importante nel mondo portuale, in
particolare a Palermo e Termini Imerese, a cui l’Autorità portuale, presieduta
dall’ingegnere Nino Bevilacqua, ha affidato compiti professionali con precise
direttive. Un incarico che ha permesso alla New Port di fatturare nel 2008
dodici milioni e mezzo di euro. 
 
Numeri importanti per l’economia della
città che da tempo cerca di avviare le attività imprenditoriali su un percorso
di pulizia. L’Autorità portuale ha imposto direttive ferre alle imprese. Per
questo motivo Bevilacqua ha firmato un protocollo di legalità che non lascia
spazi a dubbi non solo per quel che riguarda gli appalti ma anche per le
concessioni. Ma nessuno sembra voler guardare cosa c’è dietro questa impresa. 
 
Infatti, nel caso in cui la Prefettura guidata da Giuseppe
Caruso, viste le relazioni e i precedenti penali dei soci, dovesse rilasciare
una informativa antimafia interdittiva, l’Autorità portuale dovrebbe revocare la
concessione della gestione dei servizi portuali. Una scelta non semplice, fanno
notare a “L’Espresso” alcuni investigatori, per i gravi riflessi negativi che si
avrebbero nel funzionamento del porto, a meno di non sostituire l’azienda con
un’altra società capace di subentrare, in tempi brevi, nello svolgimento delle
attività.
 
Scorrendo i 209 soci dell’impresa (gran parte dei quali
svolgono anche prestazioni lavorative come dipendenti a tempo indeterminato), si
scoprono personaggi indicati come appartenenti a Cosa nostra o altri
direttamente legati ai boss. Tutto ciò fa pensare agli investigatori che ci sia
la concreta possibilità
che la New Port possa subire il condizionamento dei clan: il presupposto che
potrebbe far negare la certificazione antimafia e cancellare ogni contratto con
la pubblica amministrazione. 
 
“L’espresso” ha ricostruito i passaggi
giudiziari che riguardano alcuni soci ed è emerso come in passato siano state
avviate indagini patrimoniali, discusse davanti ai giudici della sezione misure
di prevenzione del tribunale di Palermo, che hanno disposto il sequestro di
quote. Tra chi detiene azioni della New Port ci sono infatti: Girolamo
Buccafusca, già condannato per mafia perché ritenuto il capo della famiglia di
“Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino Spadaro delle famiglia di Corso dei
Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi Rosario Riccobono e Giovanni Graziano
della famiglia di Partanna Mondello, fratello del collaboratore di giustizia
Francesco Onorato, il sicario della mafia che ha confessato più di trenta
omicidi fra cui quello dell’eurodeputato Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè,
Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate e Benedetto Messina, tutti finiti in
indagini sui clan. 
 
Questa situazione, per gli investigatori, potrebbe
determinare una scarsa trasparenza nella gestione e nell’esecuzione delle gare
d’appalto per il nuovo Piano regolatore che prevede di realizzare nel porto
opere strutturali per circa 170 milioni di euro
 
 
PORTO DI PALERMO 13 GENNAIO 2006 
 
 
 
209 i soci che sembra abbiano legami con la mafia
 
 
L’Espresso rivela: Navi da crociera accolte da società di Cosa
Nostra
 
 
porto pa

personaggi vicini a Cosa Nostra.

L’articolo, firmato da Lirio Abbate, indica tra gli
azionisti della società: “Girolamo Buccafusca, già condannato per mafia perchè
ritenuto il capo della famiglia di “Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino
Spadaro delle famiglia di Corso dei Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi
Rosario Riccobono e Giovanni Graziano della famiglia di 





Partanna Mondello,
fratello del collaboratore di giustizia Francesco Onorato, il sicario della
mafia che ha confessato piu’ di trenta omicidi fra cui quello dell’eurodeputato
Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè, Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate
e Benedetto Messina, tutti finiti in indagini sui clan”.



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