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ISOLA PULITA ITALCEMENTI Decadenza, per inosservanza prescrizioni, decreto 693 18 luglio 2008

ITALCEMENTI ISOLA DELLE FEMMINE 

Assessore Territorio Ambiente
Regione Sicilia
DIRIGENTE GENERALE
Dott. Gaetano Gullo
 Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO




Regione Sicilia
1° Servizio VIA-VAS
dr. Giorgio D’Angelo
Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO




Assessore Territorio Ambiente
Regione Sicilia
Dott.sa  Mariella Lo Bello
Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO
FAX 091 7077963




IV Commissione Ambiente e Territorio
Assemblea Regionale Siciliana   
Onle Giampiero Trizzino
Piazza Indipendenza 21
90129 PALERMO
 FAX 091 7054564




Raccomandata R.R.




Anticipata via fax




Oggetto: Decadenza, per inosservanza prescrizioni,  decreto 693 18 luglio 2008




Il Sottoscritto Coordinatore del  Comitato Cittadino Isola Pulita con la presente intende ribadire  quanto dichiarato nel corso della riunione del Tavolo tecnico tenutosi presso il 1° Servizio VIA-VAS  di questo Assessorato, avente ad oggetto “Procedura A.I.A. Impianto IPPC ditta Italcementi S.p.a.”:




Considerato che la procedura di autorizzazione integrata ambientale, in particolare per I cementifici, ha diverse funzioni, quelle di maggior interesse sono le seguenti:




a) verifica puntuale delle autorizzazioni ambientali esistenti per ricondurle ad una unica autorizzazione tenendo conto del principio della applicazione della prevenzione e riduzione  dell’inquinamento, al fine di raggiungere l’obiettivo di un elevato  livello di protezione ambientale e della popolazione.




b) Verifica della applicazione delle migliori tecnologie disponibili (sulla base di linee guida redatte per conto della Commissione della Unione Europea ed a  livello nazionale) atte a ridurre gli impatti ambientali e, tenendo conto delle caratteristiche tecnologiche e la durata di vita tecnica dell’impianto, la previsione di prescrizioni atte a ricondurre l’impianto, ove necessario, a raggiungere prestazioni idonee entro tempi certi.




c) La fissazione di limiti emissivi per le diverse matrici ambientali di interesse (emissioni, scarichi, rumore, ecc) che tengano conto delle tecnologie disponibili e applicabili al caso in  esame ma anche delle caratteristiche ambientali della area limitrofa all’impianto. In tal caso possono essere prescritti limiti inferiori a quelli stabiliti dalle norme nazionali applicabili all’impianto e anche limiti inferiori alle prestazioni ottenibili dall’applicazione delle  migliori tecnologie ove le criticità locali siano tali da renderle necessarie.





d) La individuazione di dettaglio di un programma di monitoraggio a cura del gestore e di un  programma di controllo da parte degli enti preposti che riguardi oltre al rispetto dei limiti  emissivi disposti anche le specifiche modalità gestionali prescritte e il rispetto concreto  delle migliori tecnologie disponibili individuate per l’impianto.



Preso atto dell’istanza presentata, dalla  Italcementi datati 3.11.2006,, contenente un progetto di modifica dell’impianto esistente ed ammodernamento tecnologico dell’impianto.
(rintracciabile sul sito a pag 


Preso atto  che in data 31.01.08 nella seduta della Conferenza dei  Servizi la Italcementi faceva richiesta di concessione dell’A.I.A. esclusivamente per l’utilizzo del pet-coke come combustibile nel vecchio impianto, escludendo così  il progetto di modifica dell’impianto che la Italcementi aveva presentato  il 3.11.2006


Preso atto che il 29 agosto 2008 la G.U.R.S. il decreto 693 del 18 luglio 2008 con cui il “Dirigente”  del 2° Servizio VIA-VAS Ing Vincenzo Sansone rilasciava l’autorizzazione Integrata Ambientale  alla Italcementi S.p.a.




Preso atto che il decreto 693 autorizzativo:


articolo 13 recita: “ Questo Assessorato, nella qualità di Autorità competente per l’AIA, provvederà ad effettuare una visita ispettiva presso l’impianto  congiuntamente con gli enti che hanno rilasciato parere in merito ai lavori oggetto, successivamente alla comunicazione di inizio dell’attività di produzione dell’impianto, al fine di verifica  la attuazione delle prescrizioni in fase di realizzazione dei lavori. La società Italcementi S.p.a. è onerata, i quella sede, a voler consegnare ad ogni ente intervenuto copia di progetto aggiornato con le previsioni delle suddette prescrizioni….”




articolo 7 recita: “subordinato al rispetto delle condizioni e di tutte le prescrizioni impartite dalle competenti autorità intervenute  in sede di conferenze dei servizi ed indicate nei pareri sopra riportati, che fanno parte integrante e sostanziale del presente decreto. In particolare, dalla data di notifica del presente provvedimento dovranno essere osservate le prescrizioni relative all’applicazione delle migliori tecniche disponibili, dettate dai rappresentanti degli Enti preposti a rilasciare parere in conferenza di servizi decisoria qui di seguito riportate:……….”


articolo pag 6 5° capoverso recita “ E’ fatto obbligo all’azienda di procedere, entro 24 mesi dal rilascio della presente autorizzazione, alla conversione tecnologica (revamping) dell’impianto con il completo allineamento alle Migliori Tecniche Disponibili (M.T.D.) previste per il settore  cemento, al fine di ottenere un sostanziale miglioramento delle prestazioni ambientali per quanto riguarda l’abbattimento dei principali inquinanti (polveri, ossidi di azoto e ossidi di zolfo). Nell’ambito dell’intervento di conversione tecnologica  l’azienda è in ogni caso tenuta a realizzare un sistema di abbattimento delle  polveri che garantisca, per il forno di cottura (attualmente camino E35), un livello emissivo inferiore a 15 mg/Nm3 (media oraria).……….”
Visto  l’atto d’invito e diffida  a provvedere con istanza in autotutela, inviato con Raccomandata  R.R. 14344889362-1  del 21-03-2011 al 2° Servizio VIA-VAS  Assessorato TT.AA. Atto a tutt’oggi rimasto inevaso.
Considerato che alla data della presente sono ampiamente decorsi i termini (24 mesi) di adeguamento alle prescrizioni imposte alla Italcementi S.p.a., con il decreto n.693 del 18 luglio 2008 emesso dall’Assessorato Regionale Territorio Ambiente senza che risulti  realizzato alcun intervento volto ad uniformarsi alle previsioni della predetta Autorizzazione Integrata Ambientale.
Considerato che tale condotta comporta una grave responsabilità per Italcementi S.p.a. che continua ad utilizzare un impianto altamente inquinante e nocivo per la salute dei Cittadini, ma è foriero di responsabilità anche per l’Amministrazione regionale per i suoi agenti che rimanendo inerti sono solidamente responsabili con l’Italcementi S.p.a., per i danni alla salute dei cittadini;
Considerato che non risulta che l’amministrazione abbia effettuato alcun controllo in ordine all’adempimento delle prescrizioni imposte nei termini previsti dall’A.I.A., nonostante che in data 18.1.2011 è stata comunicata all’amministrazione regionale una situazione di emergenza ambientale relativa a notevoli e pericolose esalazioni di fumo provenienti dalla cementerai e che di tale emergenza è stata informata l’autorità giudiziaria;
Considerato che ogni ulteriore inerzia da parte dell’amministrazione regionale appare foriera di gravi responsabilità per la stessa e , specialmente dei suoi agenti per i gravi pericoli che corre la comunità locale in particolare i cittadini che risiedono a ridosso del cementificio;
Considerato che la tutela della salute e dell’ambiente costituiscono interessi pubblici sensibili,con valore primario e prevalente che obbliga l’amministrazione ad una maggiore sensibilità in ordine alle attività di controllo nel caso di pericolo;
Tutto quanto sopra premesso e considerato
 Questo Comitato Cittadino Isola Pulita sollecita gli  Enti in indirizzo, per le competenze che la legge affida loro, a voler provvedere con urgenza a sospendere e/o revocare l’Autorizzazione Integrata Ambientale di cui al decreto n 693 del 18 luglio 2008, per il mancato adeguamento alle prescrizioni imposte nel termine previsto dalla stessa  e/o per gli altroi motivi che l’autorità che legge la presente vorrà verificare a seguito di adeguato ed idoneo controllo sulla documentazione e sull’impianto oggetto dell’A.I.A.
 25.10.2013 PROTOCOLLATO ASSESSORATO 
Comitato Cittadino Isola Pulita
Giuseppe Ciampolillo
Via Sciascia 13
90040 Isola delle Femmine






Ilva, prosegue la farsa dell’AIA – Ecco la diffida

24 OTTOBRE 2013 13:26
ILVA

TARANTO – Domanda: i controlli effettuati congiuntamente dai tecnici ISPRA e ARPA Puglia nei giorni 10 e 11 settembre all’interno dell’Ilva e finalizzati alla verifica dello stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal riesame dell’AIA dell’ottobre del 2012, hanno realmente senso? E se sì, quale valenza giuridica hanno le violazioni accertate e le conseguenti future diffide che verranno inoltrate all’Ilva?
Perché se è vero che stando alla legge n.89 del 4 agosto il controllo del rispetto delle prescrizioni AIA è affidato al commissario Ilva Enrico Bondi, è altrettanto vero che quella stessa legge ha previsto la nomina da parte del ministero dell’Ambiente di tre esperti a cui è stato affidato il compito di stilare un piano di lavoro che rimodulasse la tempistica della realizzazione delle prescrizioni stesse (piano presentato lo scorso 11 ottobre con un ritardo di un mese sulla tabella di marcia prevista).
Ciò premesso: perché dunque mandare i tecnici di ISPRA ed ARPA all’interno dell’Ilva per accertare la scontata violazione di prescrizioni che è stato stabilito per legge siano attuate in tempi diversi rispetto a quanto prescritto dal riesame AIA dell’ottobre 2012? Facciamo alcuni esempi. Nella nuova diffida spedita lunedì scorso all’Ilva dal direttore generale per le valutazioni ambientali del ministero dell’Ambiente Mariano Grillo, vi è allegato il rapporto conclusivo stilato dal responsabile delle attività ispettive dell’ISPRA, Alfredo Pini, in cui vengono elencate le prescrizioni non rispettate, tenendo conto anche delle precedenti diffide di giugno e luglio.
SCARICA IL DOCUMENTO: diffida
Viene segnalata, ancora una volta, la mancata adozione di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti (“Sistemi di scarico per trasporto via mare”, prescrizione n. 5). Durante la penultima verifica nello scorso giugno, la tecnica di implementazione proposta dall’Ilva era stata giudicata inadeguata perché “non rientra tra quelle espressamente previste dall’autorizzazione”. Nella “Proposta del piano di lavoro” redatta dal comitato dei tre esperti, si legge che nella alternativa di adeguamento dei sistemi oggi installati pressi i 2 sporgenti di scarico tra benne ecologiche chiuse e sistemi di scaricamento automatico, “dal diretto riscontro sembra preferibile, dal punto di vista della emissione di polveri e dell’agibilità del sistema, la soluzione con benne ecologiche chiuse superiormente con chiusura e manovra automatica”.
Gli interventi da eseguire consistono dunque “nella adozione di sistemi di scarico automatici da completare con benne chiuse (ecologiche) da installare negli esistenti scaricatori automatizzati”. L’Ilva ha effettuato l’ordine per uno di tali sistemi, la cui installazione è prevista entro dicembre. Perché è stato inoltrato un solo ordine? Lo si legge nel piano dei tre esperti: “si propone di verificare l’efficacia in termini di performance ambientale e la rispondenza a quanto previsto dalla BAT n. 11, attraverso un confronto con l’ente di controllo”. Dunque, onde “spendere” soldi inutili e sbagliare qualcosina, si ordina un solo dispositivo per vedere se risponde esattamente a quanto prescritto dall’AIA.
Non è un caso allora se nel piano la tempistica di installazione su tutti e 6 gli scaricatori delle benne chiuse (ecologiche) gestite in automatico, nel caso in cui la soluzione venga ritenuta adeguata, è la seguente: scaricatore A aprile 2014; scaricatore B luglio 2014; scaricatore C ottobre 2014; scaricatore D gennaio 2015; scaricatore E aprile 2015; scaricatore F luglio 2015. Ma non finisce qui: perché, si legge sempre nel piano, l’idoneità della previsione impiantistica del sistema di scarico mediante benne ecologiche, deve comunque “trovare supporto nella implementazione delle procedure operative riportate nella BAT n.11 quali abbassamento del punto di scarico, bagnatura del cumulo (non usando acqua di mare), etc”. Secondo il riesame AIA dell’ottobre 2012, la prescrizione andava attuata entro lo scorso gennaio. A fronte di ciò, che senso ha mandare ogni tre mesi i tecnici di ISPRA ed ARPA sugli sporgenti del porto usati dall’Ilva per annotare un qualcosa di scontato?
Altro, “drammatico”, esempio. Viene segnalata per la terza volta di fila, la mancata attuazione della prescrizione n. 6, la chiusura dei nastri trasportatori, che “rimangono non allineati i tempi di ultimazione rispetto al crono programma allegato alla richiesta di modifica non sostanziale”. In pratica l’Ilva, dopo aver chiesto ed ottenuto una corposa proroga sulla tempistica prevista (l’accoglimento dell’istanza di modifica non sostanziale con nota ILVA DIR 257 del 17/12/2012 da parte della Commissione IPPC ha previsto che i 90 km di nastri che andavano coperti entro gennaio scorso fosse posticipata ad ottobre 2015), non sta rispettando lo stesso i tempi previsti. Infatti, nel piano di lavoro dei tre esperti, a tal proposito si legge che “il termine fissato dal Gestore per il completamento dell’intervento era indicato ad ottobre 2015”. Era, appunto.
Allo stato attuale, l’intervento è in corso di esecuzione (avanzamento pari al 20% circa della lunghezza complessiva dei nastri). I tempi per la realizzazione della copertura dei nastri (sulla percentuale della lunghezza totale)? 35% entro marzo 2014; 55% entro dicembre 2014; 75% entro settembre 2015; 100% entro giugno 2016. Se tutto va bene. E pensare che nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza” Ilva del 2011, i nastri trasportatori figuravano tra le opere già effettuare dall’azienda il cui costo rientrava nel famoso miliardo investito dal gruppo Riva dal ’95 al 2012 per “l’ambientalizzazione” del siderurgico.
Terzo esempio. Si segnala la mancata trasmissione, nonostante la diffida precedente, del progetto della chiusura edifici dei materiali polverulenti, “mentre Ilva attende che si pronunci il comitato di esperti”, previsto dalla prescrizione n. 4. Il maggio scorso è stata inoltrata l’ennesima istanza, accolta ancora una volta dalla Commissione IPPC, di modifica non sostanziale alla prescrizione. Sono previsti 5 nuovi fabbricati, in diverse aree; sono state effettuate le indagini geotecniche e la progettazione degli interventi di copertura per 2 aree. I lavori dovrebbero partire entro fine anno e terminare entro il 2015 (in origine dovevano essere conclusi già a gennaio).
Allorché, il dubbio sorge legittimo e spontaneo: in che modo è stata riesaminata l’AIA concessa all’Ilva nell’agosto del 2011? Che lavoro è stato effettuato dalla commissione IPPC a cui si affidò l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini? Nell’Ilva sono mai entrati? Se sì, vuol dire che il tutto è stata soltanto l’ennesima colossale presa in giro per Taranto. Visto che la tempistica per l’attuazione di tantissime prescrizioni era pressoché impossibile nei tempi previsti, anche a fronte dell’azienda più volitiva di questo mondo.
Inoltre, sono state accertate anche violazioni sul piano gestionale. Il “superamento dei 25 grammi per tonnellata di coke nelle emissioni del particolato dalle torri di spegnimento; la procedura RAMS per eliminare lo slopping applicata soltanto al convertitore 3 dell’acciaieria 2 (già a giugno fu segnalato il fatto che il sistema fosse incompleto); assenza di pavimentazione con asfalto o cemento dell’area IRF (recupero ferro) di gestione scorie; mancata adozione di misure per eliminare le emissioni diffuse polverulente durante lo scarico del dumper; mancata adozione di pratiche idonee alla gestione delle acque per il raffreddamento e inumidimento dei cumuli di scorie in area IRF; mancata distinzione delle aree adibite allo stoccaggio dei sottoprodotti da quelle utilizzate per il deposito dei rifiuti; raffreddamento e trattamento delle paiole in aree non destinate a queste operazioni; omesse comunicazioni all’autorità competente della non conformità ai limiti di emissione del particolato”. A fronte di ciò ISPRA ha chiesto (a chi?) l’emissione di nuove diffide. Voi ve li vedete Bondi e Ronchi che si auto diffidano? Siamo davvero alle comiche. A quando quelle finali?
 Gianmario Leone (TarantoOggi, 24.10.2013)
SCARICA IL DOCUMENTO: diffida
N.B. L’ìndividuazione di questo file, nel sito del ministero dell’Ambiente, si è rivelata una vera e propria caccia al tesoro. Ciò che sfugge ai funzionari del ministero è che la ricerca di documenti così importanti dovrebbe essere facile e intuitiva per tutti,  anche per i cittadini comuni, non solo per gli addetti ai lavori e per qualche giornalista che si ostina nella ricerca. E ora c’è solo da sperare che qualcuno recepisca il messaggio. (A. Congedo)
AIA, Anzà, BAT, CROMO ESAVALENTE VI, ILVA, Italcementi decreto 693 luglio 2008, Mercurio benzopirene, Ossidi di Zolfo, PETCOKE, PRESCRIZIONI, Sansone, SORBELLO, Taranto, TOLOMEO, TUMORI, 

  ISOLA PULITA ITALCEMENTI Decadenza, per inosservanza prescrizioni,  decreto 693 18 luglio 2008

LA GIUNTA PORTOBELLO SI E’ AUTODIMESSA per DISASTRO AMBIENTALE

I DIMISSIONARI RESPONSABILI DEL DISASTRO DI ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI
ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI
ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI

ISOLA DELLE FEMMINE
COMUNICATO STAMPA “RINASCITA
ISOLANA”
Il
Movimento Politico “Rinascita Isolana” è costretto, per l’ennesima volta, a
constatare l’assoluta incapacità dell’Amministrazione in carica al Comune di
Isola delle Femmine di gestire la cosa pubblica, e la preoccupante assenza di
senso civico – prima che di responsabilità politica – in capo ai consiglieri di
maggioranza.
Stamane
(12.09.2012) si è consumato l’ennesimo insulto alla dignità e ai diritti dei
cittadini isolani: per la terza volta consecutiva (!!!) gli esponenti del
gruppo che sostiene il Sindaco pro-tempore
Gaspare Portobello – in piena emergenza
rifiuti, dinanzi ad un Paese sommerso da montagne di immondizia, che offendono
la comunità e la ammorbano di miasmi
– hanno deliberatamente deciso di far
mancare il numero legale, impedendo la celebrazione dell’assise civica, che
avrebbe dovuto discutere delle famose S.R.R.,
le società di regolamentazione del servizio di raccolta dei rifiuti, probabili
eredi del sistema ATO.
L’Amministrazione
(in uno con la sua propaggine consiliare) ha mostrato totale disinteresse per
una questione di importanza cruciale per la vita stessa degli abitanti di Isola
delle Femmine – e del comprensorio tutto – rifiutandosi persino di discutere,
in Consiglio Comunale, del problema.
La
delicatissima fuoriuscita dell’ente locale dalla fallimentare esperienza delle
società consortili (che sinora hanno gestito il servizio per conto dei
Comuni-soci), richiedeva invece una disamina approfondita e scelte meditate da
parte di coloro i quali, pur temporaneamente, rappresentano la cittadinanza: aver rimesso al Commissario regionale ogni
valutazione, significa avere vergognosamente e pavidamente abdicato al proprio
ruolo istituzionale
.
Lo
stesso Sindaco, peraltro, già il 3 agosto 2012 aveva dato il buon esempio ai suoi consiglieri,
disertando l’assise civica chiamata a valutare l’ argomento-rifiuti, per presenziare al rilascio di un
provvedimento amministrativo in favore della discoteca più glamour del Paese: ad ognuno le sue priorità.
E’chiaro
che i descritti atteggiamenti vanno letti alla luce della situazione di impasse, determinata dall’attesa delle deliberazioni ministeriali
sulla richiesta di scioglimento dell’Amministrazione Portobello per
infiltrazioni mafiose
; pur tuttavia è inaccettabile che mentre Sindaco,
assessori e consiglieri sfogliano la margherita
delle dimissioni
, il Comune di Isola delle Femmine venga trascinato in un
vortice di degrado, dissesto finanziario, insalubrità.
E’
proprio vero, gli scranni vuoti della biblioteca comunale – ove dovrebbero
svolgersi le sedute consiliari – fotografano compiutamente l’indecorosa vacatio istituzionale, che attualmente
caratterizza il nostro Paese.
Isola delle
Femmine, lì 12 settembre 2012
Movimento
Politico Rinascita Isolana

 

 

Uno dei tanti
 PERCHE’ ALLE COSTRETTE DIMISSIONI DELLA GIUNTA DEL PROFESSORE

ABBANDONIAMO LA BARCA
   CON LA SICUREZZA DI LASCIARVI IN UN MARE DI MUNNEZZA.
I CITTADINI DEVONO
SAPERE CHE NEGLI ULTIMI 
1000 MILLE GIORNI DELLA NOSTRA AMMINISTRAZIONE BEN 673  SEICENTOSETTANTATRE   PAESE E’ STATO
LETTERALMENTE RICOPERTO IN OGNI SUO SPAZIO DI MUNNEZZA DI OGNI GENERE
DALL’AMIANTO AI RESTI DI CIBO ALLE CASSETTE DI FRUTTA AVARIATA RIFIUTI DEL
LABORATORIO DI ANALISI  SCATOLETTE ALIMENTARI SCADUTE
   MATERIALE DI RISULTA DELL’EDILIZIA CARTONE VERNICI VETRO………..
PER NON PARLARE DELLA FAMOSA TESTA DI CAVALLO
NEGLI ULTIMI  MILLE GIORNI DI NOSTRA AMMINISTRAZIONE DALLE
MONTAGNE DI RIFIUTI SPARSE IN TUTTO IL PAESE SI SONO SVILUPPATI BEN  
76 INCENDI.
LE DIOSSINE DEGLI INCENDI DEI RIFIUTI SONO
RIUSCITE BENISSIMO AD UNIRSI A QUELLE PROVENIENTI DALLA ITALCEMENTI E
MISCELLARSI CON BENEZENE CROMO ESAVALENTE PM10 POLVERI SOTTILI ZOLFO …….
CI DIMETTIAMO
 PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI! VISTO COME ABBIAMO ROVINATO IL PAESE
2004 SE SAREMO ELETTI SARA’ NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’
2009 SE SAREMO ELETTI E’ NEL SEGNO DELLA
CONTINUITA’
2012 PECCATO ! PECCATO! PECCATO! 
 
Oggi ci dimettiamo
per avere concluso la nostra missione:
PORTARE ALLA
BANCAROTTA IL VOSTRO PAESE ISOLA DELLE FEMMINE
SIAMO RIUSCITI A
RIDURRE IL VOSTRO PAESE LA PERIFERIA “ZEN” DI PALERMO
SIAMO RIUSCITI A FAR
DEISTERE QUEI POCHI MALCAPITATI TURISTI A LASCIARE ANTICIPATAMENTE I NOSTRI
ALBERGHI E QUINDI IL NOSTRO PAESE
SIAMO RIUSCITI NEGLI
ANNI A FAR PASSEGGIARE I POCHI MALCAPITATI TURISTI A PASSEGGIARE FRA CUMULI DI
MUNNEZZA
PER  IL NOSTRO
 SENSO DI RESPONSABILITA’  CHE CI  CONTRADDISTINGUE 
COMUNICHIAMO AI   cittadini CHE  interrompIAMO  questo
NOSTRO  impegno portato avanti  con grande passione per il bene di 
poche e selezionate persone.
SI! SI! SI!SI SI! 
OGGI SIAMO COSTRETTI
A DIMETTERCI PRIMA CHE VOI CITTADINI VI RENDIATE CONTO DELLE GROSSE PALLE CHE
VI ABBIAMO RACCONTATO NEL PROGRAMMA ELETTORALE DEL 2009:
                    
PER
ESEMPIO PORTARE LA RACCOLTA DIFFERENZIATA AL 50%
                    
OPPURE
LA PALLA  DELLE PISTE CICLABILI
                    
OPPURE
IL POTENZIAMENTO E LA MIGLIORIA DELL’ARREDO URBANO
                    
OPPURE
LA GROSSA PALLA CHE VI ABBIAMO FATTO BERE CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE.
L’AREA PEDONALE E LA VALORIZZAZIONE DELLA ZONA TORRE IN TERRA
SU UN PUNTO DOBBIAMO
CHIEDERVI SCUSA PER NON AVERLO REALIZZATO:
-REALIZZAZIONE DI
VARCHI LIBERI PER LA FRUIZIONE DELLA SPIAGGIA LA PREVISTA VIA DI COLLEGAMENTO
DELLA VIA 
 MARTIN LUTHER KING  A VIALE DEI SARACENI. NON
VOLEVAMO DISTURBARE I SONNI TRANQUILLI DEI RESIDENTI DI VIA MARTIN LUTHER KING
A  nulla è valsa
la resistenza che abbiamo opposto al lavoro  della COMMISSIONE GOVERNATIVA
di accesso agli atti insediatasi al Comune di Isola delle Femmine, VOLUTA
AUSPICATA E DESIDERATA DA PARTE DELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI CITTADINI DI
ISOLA DELLE FEMMINE.
NOI TUTTI AD INIZIARE
DAL SOTTOSCRITTO  PROFESSOR Gaspare, Napo, Ale, Giovanni, Salvo Alberto
Zii Nipoti Cognati Generi Futuri Generi Sorelle Fratelli Cugini  ci siamo
asserragliati nel “fortino” di Via Colombo per difenderci dall’assalto di
cittadini inferociti che ritenevano NOI responsabili dei  rifiuti che
ormai ricoprivano da mesi  le strade e le piazze di Isola.
Per anni mesi
settimane giorni  abbiamo subito l’onta del discredito perché alcuni
  dei nostri  amici parenti e collettori di voti omettevano di pagare
la tassa della munnezza. E pensare che al nostro amico e collega Napo siamo
riusciti a fargli pagare per 
META’ la tassa della munnezza  della palestra affidata 
in gestione dal “parente” Sindaco (rep n 811/2003) alla moglie Lucido Maria
Stella!
Grandioso è stato
l’impegno con la 
ITALCEMENTI, nell’anno 2008 grazie alla
collaborazione della PRESIDENTESSA della Commissione Ambiente Consiliare, MA
SOPRATTUTTO DELL’INTERO GRUPPO prima “Isola per Tutti” e poi “Progetto
Cementificazione ed Inquinamento”  
Siamo riusciti grazie
all’assenza  delle associazioni  ambientaliste a far
ottenere    alla ITALCEMENTI l’Autorizzazione Integrata
Ambientale della Regione Sicilia.
Alla Italcementi
abbiamo permesso di tutto e di più nell’ASSENZA di  autorizzazioni, nello
sforamento della massa delle emissioni, nella emissioni di ogni tipo di
inquinante tipo CROMO ESAVALENTE VI.benzene diossina in quantità persino
spropositata, pm10 polveri fini sottili ultrassottili insomma di quella roba
che riesce a penetrare facilmente nel tessuto umano. 
Abbiamo concesso che
la ITALCEMENTI anzitempo bruciasse in notevoli quantità
800 TONNELLATE  i rifiuti di
refrattari
,
gessi chimici ……..
Alla Italcementi abbiamo
permesso per anni  di non ottemperare alla direttiva Europea che imponeva
l’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE entro il 30 ottobre 2007
.
Alla Italcementi, IO
 SINDACO ed il mio gruppo politico, abbiamo permesso  di non rispettare
le prescrizioni imposte dall’Autorizzazione Integrata Ambientale il quale
prevedeva l’adozione delle migliori tecnologie per tutte le aziende che
inquinano.
Sin dal luglio 2010 NOI
alla Italcementi  permettiamo l’attività produttiva anche in assenza dell’A.I.A.
in quanto decaduta per mancato rispetto delle prescrizioni.
Insomma Gaspare
Sindaco e TUTTI TUTTI NOI del gruppo politico “Progetto Isola” siamo riusciti a
creare anzitempo la nostra piccola TARANTO.
NATURALMENTE TUTTO
QUESTO GRAZIE ANCHE ALLA DISPONIBILITA’ DELLA ITALCEMENTI PER QUANTO RIGUARDA
EVENTUALI ATTREZZATURE SCOLASTICHE O PARTECIPAZIONI A SAGRE PAESANE…….
Nessuna riconoscenza
per i nostri sforzi ad implementare  l’immagine di Isola delle Femmine e
le sue strutture ludico ricettive. Vedasi le nostre frequentazioni estive al
MOMA BEACH ora FREE BEACH o le nostre incursioni alla discoteca MOMA GLAMOUR
(APERTA ANCHE IN ASSENZA DEL PAI)
Ah! Quanti sacrifici
mal ripagati!
Nessuna riconoscenza
per noi che siamo riusciti con impegno e fatica a rendere Isola delle Femmine
una perfetta periferia della peggiore Palermo fatta di delinquenza di droga
e………
Nessuna riconoscenza
per NOI che molto ci siamo prodigati a far CEMENTIFICARE, grazie al sacrificio
economico di alcuni nostri amici, le poche aree libere esistenti a Isola,
comportando un sacrificio di moltissimi cittadini che hanno dovuto fare a meno
di aree pubbliche a loro destinate (aree verdi, servizi pubblici e sociali…..).
Tutto questo ed altro
volevamo riferire al Prefetto nell’incontro di Giovedì.
Purtroppo  siamo
stati ricevuti dal Viceprefetto!!!!
Un messaggio chiaro
nemmeno Lui ha voluto parlarci, anzi il messaggio che ci è stato inviato:
DIMETTETIVI PRIMA CHE LA
BARCA AFFONDI!
OGGI A MALINCUORE CI
SIAMO DECISI A SEGUIRE IL CONSIGLIO DATOCI:
CI  SIAMO
DIMESSI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PROGETTO FIATO SUL COLLO
ASSOCIAZIONE AGENDA ROSSA DI ISOLA
DELLE FEMMINE

Ilva, il perito Biggeri: un morto ogni tre mesi Inquinamento industriale: Italia condannata dalla UE,Autorizzazioni Integrate Ambientali

Ilva, il perito Biggeri: un morto ogni tre
mesi

Il presidente Ferrante: «Stiamo
già spendendo 146 milioni di euro».

Dopo l’ispezione
a sorpresa
del 18 agosto e il vertice in prefettura a Taranto coi ministri
Corrado Clini e Corrado Passera, il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante torna a
cercare il dialogo.

Finalmente «si sono create le condizioni perché la
dimensione processuale e quella politica trovino un punto di contatto. Il
governo l’ha indicato: le prescrizioni del gip Todisco inserite nella nuova
Aia», ha detto alla Stampa. «Abbiamo rinunciato a tutti i ricorsi», ha
aggiunto intervistato «un’ulteriore conferma della nostra disponibilità al
dialogo, e da lunedì i nostri tecnici saranno a Roma per lavorare insieme alle
istituzioni», ha aggiunto.

INTERVENTI DI
TUTELA.
L’Ilva, ha spiegato Ferrante, «sta già spendendo» 146 milioni
di euro per interventi a tutela dell’ambiente. «Sono già in corso le opere per
realizzare gli interventi. Potete venire a vedere la barriera frangivento ai
confini dei parchi minerari per il contenimento delle emissioni di polveri
pesanti. Abbiamo previsto l’installazione di un sistema per campionamento a
lungo termine delle diossine dal camino E312 dell’impianto agglomerato. E poi i
sistemi di monitoraggio sulle torce di sicurezza o in funzione della scoperta di
sorgenti di emissioni non convogliate».
Ottimista anche Franco Sebastio,
procuratore della Repubblica di Taranto, che ha detto in un’intervista a
Qn: «Come cittadino devo constatare che qualcosa si muove e questo fa
ben sperare. Ma come magistrato io ho il difettaccio di avere 30 anni di
esperienza e voglio vedere proprio i fatti» .
Salvaguardare le ragioni del
lavoro e quelle dell’ambiente è «quello che ognuno si augura», spiega, «ma come
magistrato non partecipo alle concertazioni. Noi dobbiamo stare rigorosamente
fuori dai tavoli», «la leale collaborazione è doverosa, ma nell’assoluto
rispetto delle rispettive competenze».

NO
AI «TERMINI GUERRESCHI»
. A chi parla di ‘vittoria’ per il fatto che la
nuova Aia accoglierà tutti i rilievi del giudice, stop degli impianti escluso,
Sebastio risponde che è «meglio abbandonare i termini guerreschi. L’azione del
magistrato deve produrre risultati in funzione dell’indagine della quale si sta
occupando, non all’esterno. Il magistrato non deve cambiare la società ma
accertare se ci sono stati reati e perseguirli. Il resto non ci deve
competere».

La magistratura tarantina, assicura, non ha chiuso occhi negli
anni: «La prima indagine contro l’Italsider è del 1982, ho personalmente
condannato l’allora direttore Sergio Noce per diffusione di polveri. Poi
l’Italsider è stata condannata per gli scarichi inquinanti a mare. E sempre per
quanto riguarda questa azienda ad ottobre ci saranno le udienze di due grossi
processi penali per la morte per mesotelioma pleurico di 30 operai».

UN MORTO OGNI TRE MESI. Annibale Biggeri, uno
dei periti incaricati dal gip di analizzare la situazione di Taranto legata
all’Ilva ribadisce il pericolo per la salute umana al quotidiano
Repubblica:«Abbiamo notato», che il picco di ricoveri e l’eccesso di
mortalità per patologie riconducibili alle emissioni di polveri industriali si
acuisce nel rione Tamburi e nel Borgo, ovviamente i più vicini agli impianti,
con un morto ogni tre mesi. Stesso discorso al Paolo VI nel quale risiedono
molti operai dello stabilimento siderurgico».

In età pediatrica, prosegue,
«si è accertato un eccesso di tumori maligni del 25%. E questo è uno degli
aspetti che consente di affermare che gli effetti sulla salute sono prodotti
dall’inquinamento attuale e non solo da quanto avvenuto in passato».
Le
rilevazioni delle centraline di Taranto, precisa, «confermano ancora oggi, a
sequestro notificato, che le emissioni sforano la soglia di legge. Basta
consultare il sito dell’Arpa. Dal 2004 gli sforamenti sono stati sempre oltre i
limiti di legge tranne che nel 2009 quando sono stati leggermente al di sotto.
Ma in quell’anno c’é stato un calo della produzione per motivi di mercato»

Inquinamento industriale: Italia condannata dalla
UE

UE condanna l'Italia

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Guai in arrivo per l’Italia in sede europea. A
qualche mese dall’apertura della procedura di
infrazione
, è stata oggi emessa la sentenza tramite la quale la Corte
europea di giustizia condanna l’Italia per la violazione della direttiva Ippc sulla
prevenzione e riduzione integrate delle emissioni inquinanti dagli impianti
industriali (direttiva 2008/1/CE).
Secondo il regolamento, tutte le attività
industriali e agricole caratterizzate da un elevato potenziale inquinante devono
essere in possesso della cosiddetta AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale),
che attesti l’impegno da parte dell’impresa di farsi carico delle attività di
prevenzione, monitoraggio e riduzione dell’inquinamento tramite il ricorso alle
migliori tecnologie attualmente disponibili.
Le autorizzazioni, inoltre, fissano una serie di
valori limite per le sostanze
maggiormente inquinanti utilizzate nell’industria e impongono alle imprese di
bonificare i siti al termine delle loro attività.
Tutti gli Stati dell’Unione avrebbero dovuto
adeguare gli impianti alla direttiva Ippc entro il 30 ottobre 2007. Nei confronti dell’Italia
era già stata assicurata una proroga al 2 aprile 2009 ma, in data 30 ottobre
2009, era emerso che su 5.669 impianti in esercizio solo 4.465 erano dotati di AIA e che i
restanti erano in funzione nonostante la mancata autorizzazione
Nonostante le giustificazioni del governo italiano,
da molte parti arriva la conferma dell’inattacabilità del provvedimento. Secondo
Stefano Ciafani, responsabile
scientifico di Legambiente:
La condanna europea nei confronti dell’Italia è ineccepibile. In Italia,
infatti, ci sono tuttora grandi impianti industriali che continuano ad emettere
inquinanti in aria, acqua e suolo e ad operare al di fuori delle regole decise a
livello comunitario.
Ciafani ha infine aggiunto:
Un esempio è l’Ilva di Taranto, uno dei più grandi complessi industriali
d’Europa, noto negli anni scorsi per le sue elevate emissioni di diossina e per
quelle di benzo(a)pirene. Ma anche per questo cancerogeno invece di intervenire
per abbassarne le emissioni, il Governo con il recente Dlgs 155/2010 ha
prorogato l’entrata in vigore del valore limite al 2012. Ci auguriamo pertanto
che, dopo questa condanna, la Commissione Aia e il Ministero dell’Ambiente
concludano al più presto le procedure di autorizzazione, evitando scorciatoie
pericolose, che al danno farebbero seguire una imperdonabile
beffa.

Leggi tutto:
http://www.greenstyle.it/inquinamento-industriale-italia-condannata-dalla-ue-2543.html#ixzz25Wm7yGdR

Autorizzazioni Integrate
Ambientali

Inquinamento industriale, Italia condannata

La Corte di Giustizia dell’Unione
Europea ha condannato l’Italia per inadempimento in relazione alla direttiva
IPPC
1 aprile 2011
Fonte: «Agenzia Dire» www.dire.it
Con sentenza del
31 marzo 2011, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato l’Italia
per inadempimento in relazione alla direttiva IPPC.
Si allega il
testo della sentenza.
(DIRE) Roma, 31 mar. – Tra marzo 2005 e febbraio
2007, la Commissione europea ha attirato l’attenzione degli Stati membri sulla
necessità di rispettare la scadenza del termine, per quanto riguarda le
condizioni di autorizzazione e di controllo del funzionamento degli impianti
esistenti ed ha invitato tutti gli Stati membri a fornirle informazioni sul
numero totale di impianti esistenti, di autorizzazioni nuove, riesaminate e
aggiornate per tali impianti. L’Italia, spiegano dalla Corte di giustizia Ue, ha
informato la Commissione dell’adozione del decreto legge n. 180/2007, che ha
prorogato al 31 marzo 2008 il termine per l’adeguamento degli impianti esistenti
alle disposizioni della direttiva Ippc e ha previsto, in caso di inadempienza
delle autorità competenti, l’attivazione urgente del potere sostitutivo dello
Stato.
“Alla luce delle informazioni trasmesse, la
Commissione ha constatato che molti degli impianti esistenti erano in funzione
senza essere dotati dell’autorizzazionesi legge nella nota della Corte- l’Italia
ha trasmesso i dati disponibili in vari momenti successivi e al 30 ottobre 2009
risultava che su 5.669 impianti esistenti in esercizio, 4.465 erano dotati di
autorizzazione integrata ambientale e per i rimanenti 1.204 impianti in
esercizio erano in corso procedure di rilascio di Autorizzazioni integrate
ambientali”. La Commissione afferma che “alla scadenza del termine del 30
ottobre 2007, numerosi impianti funzionavano senza essere dotati
dell’autorizzazione e tale situazione persisteva allo scadere del termine
previsto nel parere motivato (2 aprile 2009)”.
Da una nota dell’Italia del 14 aprile 2009 emerge
che “le autorità competenti non erano neppure in possesso di tutte le
informazioni relative al numero di impianti presenti sul territorio nazionale e
alle loro attività”. Inoltre, segnala la Corte Ue, “l’Italia non avrebbe fornito
alcuna informazione dettagliata per dimostrare l’equivalenza tra le
autorizzazioni ambientali preesistenti e le autorizzazioni integrate ambientali
ai sensi della direttiva Ippc”.
L’Italia giustifica la variazione dei dati
comunicati adducendo che, “fino alla metà del 2009, non tutte le autorità
competenti regionali avevano ancora trasmesso informazioni complete”.
La Corte ricorda innanzitutto che la data di
scadenza per rendere conformi gli impianti esistenti era fissata al 30 ottobre
2007. Dalle informazioni comunicate dall’Italia nel 2009 emerge che “soltanto
una parte delle autorizzazioni preesistenti era stata riesaminata e aggiornata,
mentre le autorità competenti non avevano ritenuto necessario riesaminare le
autorizzazioni di 608 impianti preesistenti”. Tra i vari obblighi che l’Unione
ha imposto agli Stati membri figura il rilascio dell’autorizzazione integrale
ambientale, finalizzato al conseguimento di un livello elevato di protezione
dell’ambiente nel suo complesso. Il riesame delle autorizzazioni preesistenti
“consiste in una valutazione approfondita delle condizioni esistenti al momento
del rilascio, con la conseguente possibilità di verificare la loro conformità ai
requisiti specifici della direttiva Ippc e, quindi, l’eventuale necessità di un
aggiornamento”. Dalla direttiva risulta che i requisiti relativi al
funzionamento degli impianti esistenti “si applicano allo stesso modo tanto in
sede di esame per il rilascio di un’autorizzazione integrata ambientale, quanto
in caso di riesame delle autorizzazioni preesistenti”. Pertanto, “la verifica
delle autorizzazioni preesistenti, diretta esclusivamente a valutare l’assenza
di un evidente contrasto con i requisiti della direttiva Ippc, non appare
adeguata”.

  • Sentenza (52 Kb –
    Formato pdf)
    Il 31 marzo 2011, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha condannato
    l’Italia per inadempimento in relazione alla direttiva IPPPC.  
    http://www.peacelink.it/ecologia/a/33720.html

    LAVORO O SALUTE: IL RICATTO

    Valentina Petrini e Alessandro Sortino in diretta
    dal quartiere Tamburi, Taranto.

    30/08/2012



     

    I RIBELLI DI TARANTO

    Alessandro Sortino in collegamento dal quartiere
    Tamburi di Taranto con i cittadini e l’attore tarantino Michele
    Riodino.

    31/08/2012

    IL FANGO E LA POLVERE DI TARANTO

    Alessandro Sortino e Linda Giannattasio in diretta
    dal quartiere Tamburi, Taranto.

    30/08/2012

     

Scontro azienda-ispettori, minerali verso la copertura

IL PRIMO VERTICE


Scontro azienda-ispettori, minerali verso la copertura


Il piano anti-dispersione nell’aria risulterebbe assai costoso.
L’incontro della Commissione per l’Aia

TARANTO – È
durato quasi sette ore ieri l’ennesimo sopralluogo nello stabilimento Ilva di
Taranto dei carabinieri del Noe e dei tre curatori del tribunale che hanno il
compito di rendere operative le disposizioni di sequestro degli impianti
inquinanti stabilite prima dal gip Patrizia Todisco e confermate dal tribunale
del riesame. Ieri gli ispettori giudiziari, accompagnati dai militari del nucleo
ecologico del maggiore Nicola Candido, si sono soffermati nell’area dei parchi
minerali dove sembra si stia concentrando l’attenzione della procura della
Repubblica che vuole chiudere subito la partita della dispersione delle polveri
quale fonte d’inquinamento del vicino quartiere Tamburi. Gli inviati del
tribunale che con il vento di ieri hanno potuto constatare di persona la
persistente emissione di pulviscolo, hanno avuto un incontro con gli ingegneri
dell’azienda i quali hanno proposto una soluzione che, secondo l’Ilva,
eliminerebbe il problema. Si tratta della continua bagnatura dei cumuli e
dell’innalzamento di barriere alte venti metri lungo tutto il perimetro dei
parchi. Il pool di curatori composto da Barbara Valenzano (gestore e
responsabile), Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, ha annotato le misure
avanzate dalla controparte su cui si esprimeranno nel prossimo rapporto che
consegneranno al procuratore capo Franco Sebastio.
Dalle prime sommarie indiscrezioni, pare che
la soluzione proposta dall’Ilva non convinca i tecnici del gip
intenzionati come sono a chiedere la definitiva e totale copertura di tutta
l’area. Uno sforzo economico non indifferente per l’azienda che dovrebbe
investire risorse dalle cifre proibitive. Per avere un’idea è sufficiente fare
un paragone con il progetto di copertura dell’area carbonile della centrale Enel
di Cerano, a Brindisi, dove una situazione analoga (15 dirigenti sotto processo
con l’accusa di avere imbrattato i campi circostanti), ha costretto la proprietà
a progettare un sistema di copertura che costa 150 milioni di euro per una
superficie che è circa un sesto di quella tarantina. Ancora più calzante e per
certi versi più preoccupante per l’Ilva dal punto di vista delle risorse
necessarie, è l’opera realizzata in Corea del Sud dal centro siderurgico della
Hyundai. L’azienda asiatica è stata la prima al mondo a realizzare un sistema di
protezione con la realizzazione di enormi cupole. L’impianto è costato cinque
milioni e mezzo di dollari e garantisce l’ambientalizzazione per una produzione
di 8 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, uno in meno di quanto ne sforna
l’Ilva nello stesso periodo. L’alternativa alla copertura, anche questa tenuta
in considerazione dai curatori nelle relazione che consegneranno in Procura, è
l’interramento del materiale con il conseguente abbassamento della linea di
vetta dei cumuli. Opera anche questa di considerevole sforzo economico oltre che
problematica dal punto di vista dell’impatto ambientale.


L’INTERVISTA AL PRESIDENTE CAVALLARI

Ilva, al Tar 36 ricorsi in 23 anni
«Inquina? Colpa anche dei
controllori»

Al Tribunale di Lecce è rimasta pendente solo la controversia relativa
all’Autorizzazione integrata

Antonio CavallariAntonio
Cavallari



LECCE – Il Tar di Lecce è stato chiamato a
intervenire dall’Ilva di Taranto 36 volte in 23 anni. Ventidue ricorsi sono già
stati decisi con sentenza, il più rilevante, ancora pendente, riguarda l’avvio
del riesame dell’Aia del 22 maggio scorso. «Salvo il caso del ricorso n. 1224
del 2010, del quale dirò appresso, il Tar di Lecce non è stato mai chiamato a
intervenire su provvedimenti sanzionatori adottati su iniziativa dell’Arpa di
Puglia nei confronti dello stabilimento siderurgico di Taranto», dice Antonio
Cavallari, presidente da circa due anni del Tribunale amministrativo regionale
di Lecce.
Presidente, in che misura le sentenze del Tar possono incidere
sul futuro dell’Ilva?

«In nessun modo nella situazione attuale, regolata
da provvedimenti dell’autorità giudiziaria penale. Parliamo di una vicenda
estremamente delicata, che riguarda un settore strategico della produzione a
livello nazionale. Il nostro compito è assicurarci che le norme e le
prescrizioni adottate dall’Autorità amministrativa siano
rispettate».
Adesso, si sollecita l’Ilva a ritirare i ricorsi presentati
al Tar. Che cosa ne pensa?

«So, da fonti di stampa, che il presidente
dell’Ilva, Bruno Ferrante, avrebbe già manifestato pubblicamente questa
volontà».
In che caso il Tar è intervenuto più direttamente sulle
questioni ambientali legate all’attività del siderurgico
tarantino?

«Faccio una premessa: se violazione delle norme e delle
prescrizioni imposte dall’Autorità c’è stata da parte dell’Ilva e se questo sarà
accertato al termine del procedimento in corso, è evidente che qualcuno dovrà
rispondere per omessi controlli. Per quanto riguarda la nostra attività, ci sono
stati in particolare tre provvedimenti impugnati dall’Ilva dinanzi al Tar, nel
2002, nel 2004 e nel 2008. Riguardavano azioni repressive messe in atto dal
Comune di Taranto, dalla Provincia e dall’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.
Due sono stati accolti, quelli contro la Provincia e l’Azienda Sanitaria, per
carenza della motivazione del provvedimento impugnato; uno è stato respinto,
quello contro il Comune, che con l’atto contestato imponeva una serie di
prescrizioni all’attività produttiva nelle operazioni di scarico dei minerali e
carbon fossile. I ricorsi di maggior rilievo hanno peró riguardato tutto lo
svolgersi del procedimento dell’Aia e l’atto conclusivo dello stesso. Queste
vicende si sono concluse con sentenze del 2012 che hanno in gran parte respinto
le censure sollevate dall’Ilva, accogliendo solo quelle relative a elementi
incongrui degli atti impugnati».
Nel caso di sentenze favorevoli all’Ilva,
quali sono stati gli elementi che hanno inciso sulla decisione dei giudici
amministrativi?

«Spesso ci siamo trovati di fronte a provvedimenti
incoerenti, nel senso che si chiedeva all’Ilva di applicare determinate
prescrizioni in materia di emissioni sulla base di parametri stabiliti in tempi
successivi. Mi spiego meglio. Il nostro compito è applicare le norme in vigore
nel momento in cui il provvedimento viene adottato. Se si stabiliscono dei
limiti alle emissioni, e poi quei limiti vengono abbassati, noi dobbiamo basarci
sui parametri in vigore nel momento in cui si contesta il superamento di quei
limiti; questo é avvenuto, ad esempio, nella vicenda oggetto del ricorso n. 1224
del 2010, che riguardava limiti di emissione del
benzo(a)pireneaerodisperso».
Ma le violazioni ci sono sicuramente
state.

«Dagli atti dei nostri procedimenti questo non risulta. Se di
notte o in altre occasioni lo stabilimento ha superato il livello di emissioni
stabilito da norme vigenti al momento della asserita violazione, qualcuno doveva
controllare, ma evidentemente non lo ha fatto».
Una dichiarazione forte,
la sua.

«Difendo la nostra attività e invito gli interessati, se mai ne
avessero voglia, a leggere con attenzione le nostre sentenze».

Francesca Mandese


“Ilva” di Taranto:
i temi dell’obbligatorietà dell’azione penale e le colpe della Sinistra
meridionale

Di fatto, il
dibattito odierno sull’industria pesante che opera nel Meridione è diventato il
cavallo di battaglia di Giudici che avanzano una forte pretesa volta non tanto
ad applicare la norma prevista dalla legge, come sarebbe giusto che fosse, bensì
a dire che cosa sia la buona vita e come essa debba essere tutelata.

Il
trionfo dell’expertise sulla politica rappresenta il dato evidente della vicenda
tarantina in cui è stata tirata in ballo, reiteratamente, l’obbligatorietà
dell’azione penale, soprattutto per giustificare i comportamenti di quegli
inquirenti che mirano a far cessare l’attività dell’acciaieria. Però,
curiosamente, questi stessi Signori rimangono tàciti quando vengano annunciati
blocchi di altro genere (magari stradali) da parte di scioperanti ostili a
provvedimenti che prevedano la perdita del loro posto di lavoro. Eppure, bene
spesso, tali forme di protesta costituiscono il risultato – tutt’altro che
spontaneo – di manifestazioni preannunciate con largo anticipo temporale.

Insomma, in passato, di fronte ad eventi che andavano dall’interruzione
di un pubblico servizio sino all’attentato alla sicurezza dei trasporti, non
risultano essersi mossi che pochi Magistrati; e ciò non può che confermare
nell’idea che l’azione penale non sempre venga esercitata seppure – come prevede
l’art. 112 della Costituzione – il Pubblico ministero abbia l’obbligo di
perseguirla, senza alcuna limitazione o condizione; dunque mai ad libitum, come
spesso accade quando ciascuna Procura si comporta come meglio ritiene, ignorando
un fatto, approfondendone un altro, lasciando languire un procedimento oppure
attivando intercettazioni, rogatorie, perquisizioni, soprattutto quando sia in
gioco un interesse non già processuale quanto piuttosto mediaticamente
importante.

Un po’ di storia, prima di commentare. A Taranto lo Stato
possedeva un’acciaieria super-sindacalizzata che emetteva schifezze d’ogni
genere. Tutti sapevano, tutti tacevano mentre l’Azienda perdeva montagne di
quattrini. Costretto dalle “liberalizzazioni”, lo Stato vendette lo Stabilimento
ad un certo Emilio Riva che – dopo di avere investìto su di esso un miliardo –
cominciò a guadagnare. Due anni fa, il Nostro venne persino reso destinatario di
un’autorizzazione integrata ambientale dal Ministero; ma poi un Magistrato lo ha
fatto arrestare, assieme ad altri, ha sequestrato gli impianti e ne ha deciso
l’inattività. Dal canto suo il Governo ritiene che, senza l’acciaio dell'”Ilva”,
l’Italia non possa avere un futuro industriale; perciò ha preannunciato un
ricorso alla Consulta, mentre una delegazione di Ministri si è recata nella
Città pugliese ed i Sindacati si sono spaccati tra filo-Magistrati e
filo-lavoratori. In Tv un’operaia ha elaborato una sintesi della situazione
(“Meglio morire di tumore che di fame!”) ed uno studioso controcorrente
(Battaglia) ha sostenuto che lo studio epidemiologico consegnato al Pm non ha
alcun valore scientifico. A questo punto la soluzione ovvia potrebbe essere: 1)
permettere che la produzione continui; 2) provvedere a che si facciano i lavori
di bonifica a spese dello Stato; 3) che si riconsegni l'”Ilva” a Riva, con i
relativi certificati di conformità. Simili comportamenti costituirebbero una
sana correttezza, sia pure intervenuta con ritardo, in ordine alla vendita di un
bene già appartenuto allo Stato, ma poi alienato ad un privato, seppure bacato
da vizi d’origine.

Ciò premesso, può darsi che l'”Ilva” non venga fatta
chiudere, ma resterebbe comunque il problema degli effetti della battaglia
processuale sulla competitività dello Stabilimento; e, alla lunga, sulla
determinazione della proprietà a continuare la produzione. Peraltro ciò che più
colpisce nel dibattito apertosi a Sinistra è la rimozione della questione degli
interessi dalla discussione pubblica, quasi che si potesse determinare – in
termini puramente giuridici – la natura del capitalismo, come se fosse in gioco
solo la contrapposizione tra diritto al lavoro e diritto alla salute e la loro
tutela costituzionale. L’industria come tale, le ragioni della conservazione di
una forte presenza italiana (in particolare meridionale) in una produzione
pesante come quella dell’acciaio, sbiadiscono dietro l’illusione di un qualche
esorcismo giurisdizionale. Il destino è stato crudele con la Sinistra sudista.
Infatti il suo lungo ciclo di governo su questi territori ha coinciso con un
forte arretramento della presenza industriale e, con esso, dell’insediamento
operaio. Per colmo di ironia è toccato proprio ad uomini profondamente legati
alle tradizioni storiche del movimento dei lavoratori di dovere gestire questa
drammatica dismissione, che non è stata soltanto di strutture e di cose
materiali ma, come in tutte le storie umane, si è portata via passioni ed idee,
saperi e culture. Alla luce di questa vicenda è possibile misurare un corso
ventennale della cultura politica della Sinistra, con l’operaista Bassolino, che
arrivò a Napoli giusto in tempo per gestire la fine del più importante
insediamento operaio in città (l’Italsider di Bagnoli); e con il berlingueriano
Niky Vendola, chiamato a fare i conti con la possibilità di una chiusura, per
via giudiziale e per gravissime colpe ambientali, di uno dei più grandi impianti
di produzione d’acciaio in Europa.

Oggi la Sinistra non ha manco più gli
strumenti intellettuali per difendere un insediamento industriale importante
qual è quello tarantino Nel corso di questi vent’anni, soprattutto al Sud, ha
provato a fare dell’ambientalismo una via d’uscita dal proprio disastro storico
e ideologico. Il paradosso oggi è che i superstiti sono chiamati da posizioni di
governo regionale a difendere le ragioni di un industrialismo che la sua cultura
diffusa non riesce più manco a pensare.

Il prestigio dei Giudici in una
certa parte della Sinistra si spiega alla luce di questa impostazione
ideologica. “Il Manifesto” ha fornito una singolare spiegazione della vicenda
dell'”Ilva” secondo i cui contenuti la decisione del Giudice di fermare la
produzione non rappresenta un attentato al diritto al lavoro; cosicché non ha
senso protestare contro la decisione perché la Costituzione, innalzando il
lavoro e le sue tutele in una sfera superiore ed intangibile di principi,
definirebbe il campo esatto del conflitto, che è quello tra la salute dei
cittadini e la libertà dell’impresa. È questa la linea attuale dello scontro, e
la decisione del Giudice non fa altro che tutelare il diritto della moltitudine
degli indifesi contro l’interesse egoistico del profitto. Ma che succede se
l’impresa chiude o se il suo interesse a continuare la produzione dovesse venir
meno? Ebbene, questo problema non riguarda il succitato giornale secondo le cui
tesi deve essere lo Stato a farsi carico del reddito dei lavoratori utilizzando
la leva della fiscalità. Il ragionamento finisce così per approdare alla totale
irresponsabilità sociale dell’impresa che, potendo contare su di una visione
così radicale del welfare, non è tenuta a nessun reale impegno nei confronti dei
suoi dipendenti, tanto meno a quello del risanamento ambientale. Una volta
chiusi gli impianti e, eventualmente, trasferita la produzione, cosa resterebbe
in concreto dei doveri dell’impresa?

Claudio de Luca





ILVA,LA MORTE INFINITA [prima
parte]





GIA’ NEL 2001 I CRIMINALI CONTRO L’UMANITA’
FURONO POSTI SOTTO SEQUESTRO, A LORO INSAPUTA E DEL GOVERNO, GLI UNICI A SAPERLO
ERANO I MORTI DI TARANTO
Il gruppo industriale guidato da Emilio Riva
acquista le acciaierie “Ilva”, sino ad allora in mano pubblica, nel maggio del
1995. 

Tra le priorità stabilite nell’atto di
acquisizione v’erano gli interventi da eseguirsi sulle batterie del reparto
cokeria, già all’epoca piuttosto obsolete ed usurate 

Nell’agosto del 1996, in una sua relazione
tecnica predisposta nella sua qualità di funzionario del “Dipartimento di
prevenzione” della A.s.l. TA/1, il dott. Giua evidenziava la rilevante presenza,
all’interno del reparto cokeria, di idrocarburi policiclici aromatici [
“i.p.a.”], sostanze cancerogene derivanti dai processi di distillazione del
carbon fossile, alla cui azione erano particolarmente esposti coloro che lì
prestavano la loro attività lavorativa, 629 persone, tra dipendenti dell’”Ilva”
e delle società appaltatrici. 

Pur dando atto di alcuni miglioramenti
introdotti nel tempo dall’azienda, il dott. Giua faceva osservare l’obsolescenza
di tali impianti ed il carattere ancora manuale di molte operazioni previste dal
ciclo operativo. 

Annotava, infine, come, nonostante l’espressa
previsione in tal senso contenuta nel D.P.R. n° 203 del 1991, le batterie di
forni a coke fossero per lo più sprovviste di dispositivi di aspirazione dei
fumi all’origine [presenti, più precisamente, solo su quelle nn. 7, 8 e
11]. 

Il 30 giugno 1997 interveniva il primo atto di
intesa tra l’azienda [all’epoca “ILVA LAMINATI PIANI s.p.a], rappresentata da
Emilio Riva, imputato poi e processato nel 2009 per responsabilità su danni
ambientali/salute pubblica, allora presidente ed amministratore delegato della
società, e la Regione Puglia. 

In quell’atto, si concordava anzitutto:

“circa l’urgente necessità e l’indispensabilità
di procedere in tempi congrui alla riduzione delle emissioni in atmosfera
derivanti dal centro siderurgico di Taranto, tramite l’utilizzazione di
tecnologie che consentano di contenere le stesse, nel medio periodo, a valori
significativamente inferiori a quelli previsti dalla attuale normativa”. 

Si dava atto, quindi, del fatto che l’”Ilva”
avesse individuato, tra i “campi di intervento in via prioritaria”, quello della
“riduzione delle emissioni diffuse della cokeria”; e si conveniva, pertanto, che
l’azienda dovesse intervenire “con l’utilizzo delle migliori tecnologie per la
riduzione delle emissioni in atmosfera”, mediante, tra gli altri, dei “sistemi
per la limitazione delle emissioni derivanti dal processo di distillazione del
carbon fossile in cokeria” [carteggio tra il “P.m.p.” della A.s.l. e l’”Ilva”,
prodotto dal P.M. all’udienza del 16.10.2006]. 

Nella convenzione Ilva/Regione Puglia, si dava
atto dell’indagine in corso da parte dell’”E.n.e.a.”, su commissione del
Ministero dell’Ambiente. 

Gli esiti di quella indagine verranno poi
recepiti e usati, costituendone l’impalcatura tecnico-scientifica, nel D.P.R.
del 23 aprile 1998, con il quale, richiamando le delibere del Consiglio dei
Ministri del 30 novembre 1990 e dell’11 luglio 1997, che avevano dichiarato e
confermato il territorio della provincia di Taranto quale “area ad elevato
rischio ambientale”, veniva approvato il “Piano di disinquinamento per il
risanamento del territorio della provincia di Taranto”. Anche in tale D.P.R.,
tra i molti interventi previsti a carico degli enti pubblici e dei vari soggetti
economici operanti nell’area, una parte non secondaria riguardava quelli
relativi alla cokeria “Ilva”.

Le ricadute ambientali di tali impianti, però,
non registrarono alcun miglioramento; e, tra continui botta e risposta tra
“P.m.p.” della A.s.l. e dirigenza “Ilva” [carteggio tra il “P.m.p.” della A.s.l.
e l’”Ilva”, prodotto dal P.M. all’udienza del 16.10.2006], si arriva al 18
novembre 2000.

Proprio in questa data con nota n° 753/00, il
dirigente coordinatore del “P.m.p.”, dott. Nicola Virtù, scriveva al competente
Assessore regionale ed al Sindaco di Taranto, informandoli che:

“frequenti e ricorrenti sono le segnalazioni,
da parte di questo Servizio nei confronti della ILVA s.p.a., in merito ad
emissioni diffuse e/o convogliate visibilmente eccedentarie dall’impianto
produzione coke [cokeria], relativamente… in particolare alla fase di
distillazione del fossile ed alle fasi di sfornamento e spegnimento del
coke”. 

Il dott. Virtù proseguiva: 

“… non può non evidenziarsi la non
transitorietà di tali situazioni, che incidono significativamente sul carico
inquinante emesso dall’area cokeria, con ovvi riflessi sulla sostenibilità
ambientale dell’area cittadina circostante. Non può sottacersi il permanere di
situazioni operative deficitarie, da ricollegarsi sostanzialmente a carenze
strutturali legate alla vetustà dei forni delle batterie 3/6 nonché alla
mancanza di un impianto di aspirazione e depolverazione delle emissioni diffuse
nella fase di sfornamento coke.”

Il dott. Virtù informava anche Regione e
Sindaco di come il più basso regime di funzionamento delle batterie nn. 3-6
fosse compensato con un’elevazione di quello delle restanti batterie, con
l’effetto di determinare:

“emissioni eccedentarie dai relativi camini per
presenza di incombusti”,[…]: ” non può prescindersi o da una riduzione della
produzione di coke con il fermo delle batterie 3/6 o, in alternativa, dalla
sostituzione delle stesse con nuove batterie, con un conseguente riequilibrio
dei ritmi di cokefazione,… e dalla installazione dell’annesso sistema di
depolverazione allo sfornamento…”. […] “… le emissioni di che trattasi
attengono ad inquinanti, oltre i primari convenzionali, con notevole valenza
igienico-sanitaria tipo idrocarburi policiclici aromatici, benzene, particolato
PM10, PM2,5.” 

Inizia una serie di richiami ufficiali e
delibere da parte dell’allora sindaco di Taranto, dott.ssa di Bello, nei
confronti dell’Ilva SpA, con i quali, per mesi viene ordinato ai dirigenti delle
acciaierie di porre immediato rimedio all’obsolescenza dei forni cokeria non a
norma, si richiedeva all’Ilva stessa di provvedere ad informare gli uffici
regionali e del sindaco di quanto concretamente avesse intenzione di porre in
essere.

La dirigenza Ilva rispondeva, è vero, anche
tempestivamente, ma solo con giustificazioni e dilazionando i tempi.

Alla luce della palese immobilità della
dirigenza Ilva, il sindaco costituisce un “Comitato Tecnico Misto” [dott. Virtù
facente parte].

Il Comitato rilevò non solo “alcun
miglioramento dei dodici parametri tecnico-impiantistici individuati come
riferimento”, ma: “un netto peggioramento complessivo degli stessi, già in
partenza ritenuti tutti al di sotto dell’indice di performance di semplice
accettabilità”; per queste ragioni chiese: 

“ulteriori misure per contenere e ridurre le
emissioni di fumi e/o gas densi generati durante sia le fasi di carica e
sfornamento, sia dall’area bariletti”; la necessità di adottare “parametri di
marcia meno spinti”, che “possono contenere in modo significativo le emissioni
diffuse”; l’inottemperanza all’obbligo di “rigoroso rispetto delle pratiche
operative di manutenzione e pulizia”, cui l’”Ilva” si era impegnata; la vaghezza
del programma di ricostruzione delle batterie in questione, presentato
dall’azienda nell’aprile precedente.

L’Ilva a questo punto ricevette diffida dal
Sindaco in data 23 aprile 2001, i dirigenti fecero finta di non vederla.

Il 23 maggio 2001, con ordinanza n. 244, la
dott.ssa Di Bello, ingiunge al direttore tecnico dello stabilimento: 


 
la “immediata sospensione dell’esercizio delle
batterie 3-6 della cokeria”. 

Tale ordine era poi ribadito, stante l’inerzia
dell’”Ilva”, con un’ulteriore ordinanza, la n° 291 dell’11 giugno seguente.
Entrambe le ordinanze, peraltro, venivano impugnate dalla società dinanzi al
T.A.R. della Puglia – sez. di Lecce.

Sia la Procura della Repubblica, con suoi
esperti inviati in ispezioni ai reparti Ilva non a norma, che il “Comitato
Tecnico Misto”, rilevarono la dolosità della dirigenza dello Stabilimento nel
non aver compiuto, ancora, alcuna azione atta a migliorare le emissioni
letali.

Ispettori del Tribunale e Comitato, chiedevano
alle competenti autorità giudiziarie un intervento ungente per la salvaguardia
della salute pubblica e dei lavoratori all’interno degli impianti.

Il 10 settembre 2001, su richiesta Procura
della Repubblica del 20 luglio, il GIP del Tribunale, dispone il sequestro
preventivo delle batterie di forni nn. 3-6, in relazione ai reati che poi
porteranno a processo Emilio Riva e la sua dirigenza.
[continua…]

Lucio
Galluzzi
http://luciogalluzzi.ilcannocchiale.it/2012/08/22/ilvala_morte_infinita_prima_pa.html

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegILVA, ALLA DE-RIVA – DALLE INTERCETTAZIONI
DELL’INCHIESTA EMERGE IL “COINVOLGIMENTO” DEI RIVA – LA MAZZETTA DA 10.000 AL
PERITO DEL PM POTREBBE ESSERE SOLO LA PUNTA DI UN ICEBERG – SULL’AUTORIZZAZIONE
AMBIENTALE LA FINANZA ANNOTA: “EMERGE COME ANCHE A LIVELLO MINISTERIALE FERVANO
I CONTATTI NON PROPRIO ISTITUZIONALI PER AMMORBIDIRE ALCUNI COMPONENTI DELLA
COMMISSIONE..” – LA RIUNIONE CON VENDOLA…



Guido Ruotolo
per La Stampa
Una nuova tempesta giudiziaria potrebbe abbattersi
sull’Ilva. In questo caso non si tratta di disastro ambientale, gli indagati
sono incriminati per corruzione in atti giudiziari. In un rapporto della Guardia
di Finanza si riportano decine di intercettazioni telefoniche dalle quali emerge
che non solo Girolamo Archinà – l’uomo delle relazioni istituzionali dell’Ilva
mandato a casa la settimana scorsa dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante – ma
anche la proprietà, attraverso Fabio Riva, figlio del patron Emilio, era
perlomeno consapevole della corruzione di un perito nominato dall’accusa, e dei
tentativi di pilotare l’approvazione delle autorizzazioni ambientali.

lapresse bruno ferranteLa diossina degli altri Per la Finanza, coinvolti
nell’«attività corruttiva» del perito del pm, Lorenzo Liberti, ci sarebbero
dunque Archinà e Fabio Riva, ma un ruolo l’avrebbe avuto pure l’ex direttore
dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso. Liberti per 10.000 euro avrebbe
«addolcito» una consulenza negando che le quantità di diossine che hanno portato
all’avvelenamento di centinaia e centinaia di pecore e capre, poi abbattute,
erano prodotte dall’acciaieria.
È il 31 marzo del 2010, il passaggio di una busta
con i soldi tra Archinà e il professore Liberti è avvenuto cinque giorni prima
(documentato dagli 007 della Finanza) in un autogrill sulla Taranto-Bari, ad
Acquaviva delle Fonti. Archinà parla con il ragionier Fabio Riva per
raccontargli l’esito dell’incontro del giorno prima tra Liberti e il direttore
dello stabilimento, Capogrosso. Riva: «Ieri come è andata?». «È andata secondo
le aspettative…». Riva: «Come siamo messi?». Archinà: «Per quanto riguarda
l’aspetto delle bricchette, la prossima settimana ci fa avere tramite un
professore del Politecnico di Bari…».

EMILIO RIVA jpegGirolamo Archinà, annotano gli uomini della
Finanza, «dice al Fabio Riva che consegnando in anteprima le analisi, potrà
iniziare a lavorare (sul Liberti) affinché non nasconda che il profilo è
identico, bensì che attesti che comunque le emissioni di diossina prodotte dal
siderurgico siano in quantitativi notevolmente inferiori a quelli accertati
all’esterno».
Una succulenta occasione Emilio e Fabio Riva, padre
e figlio, si confessano al telefono. E Fabio conferma al padre che conosceva la
perizia
Liberti ben prima della richiesta di incidente
probatorio del 28 giugno del 2010. Fabio: «La perizia tecnica sembrava andasse
tutto bene… non lo so che caz… è successo…». Sempre il figlio rivolgendosi
al padre: «Però è succulenta la cosa di beccare un Riva giovane… eh papà…».
Emilio Riva: «Ma non c’è niente… tanto hanno dimostrato che l’abbattimento
delle pecore non c’entra con la nostra diossina, ecco… è quell’altra
causa…».

ilvaL’Aia addomesticata Che fatica ottenere l’Aia,
l’autorizzazione integrata ambientale, che adesso il ministro dell’Ambiente
Corrado Clini vuole aggiornare prima possibile. Stiamo parlando di quell’Aia
concessa il 4 agosto del 2011 dopo un inter burocratico di ben sette anni.
La commissione che la
istruisce si chiama l’Ipcc, e Giorolamo Archinà si dà un gran da fare per
ottenere l’autorizzazione. Scrive il rapporto della Finanza: «L’effettiva e
buona riuscita dei contatti si rileva, come si accennava in precedenza, dai
costanti aggiornamenti che egli fornisce ai vertici aziendali, con i quali
ovviamente condivide le strategie da porre in atto, recependo le direttive che
di volta in volta vengono impartite. Nello specifico emerge come anche a livello
ministeriale fervano i contatti non proprio istituzionali per ammorbidire alcuni
componenti della Commissione Ipcc Aia; con i predetti le relazioni vengono
mantenute da tale Vittoria Romeo e in parte anche dall’avvocato
Perli».

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegI parchi scoperti Vittoria Romeo è al telefono con
Fabio Riva: «Allora dicevo ad Archinà, se Palmisano, che è quello della Regione,
tira fuori l’argomento in Commissione, siccome l’Arpa (Agenzia regionale
protezione ambientale) deve ancora dare il parere sul barrieramento e a noi
serve un parere positivo per continuare a dimostrare che non dobbiamo fare i
parchi…». Fabio Riva: «È chiarissimo. Però siccome noi non possiamo
assolutamente coprire i parchi perché non è fattibile… tanto vale rischiarla
così». Vittoria Romeo: «Valutiamo se la cosa in questi giorni la teniamo al
livello di Ticali, Pelaggi, Mazzoni (presidente e membri della commissione
ministeriale Ipcc, ndr) oppure…». Fabio Riva: «No, picchiamo… picchiamo
duro…»

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegChe termini da combattimento. Del resto quando il
direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato, firma una relazione che denuncia che i
monitoraggi dell’aria nel quartiere Tamburi – siamo nel giugno del 2010 – hanno
rivelato la presenza di benzoapirene nell’aria che proveniva dalle cokerie
dell’Ilva e che in assenza di un ridimensionamento di quelle emissioni, si dovrà
ridurre drasticamente la produzione e condizionarla alle condizioni meteo, la
reazione dell’Ilva promette sfracelli. Girolamo Archinà dice ad Alberto
Cattaneo, ex consulente esterno oggi dirigente Comunicazione dell’Ilva:
«Dobbiamo distruggere Assennato».
Riva serpente C’è un incontro tra il governatore
della Puglia Nichi Vendola, Fabio Riva, Girolamo Archinà e il direttore
dell’Ilva Capogrosso, tra le carte della Finanza. Fabio Riva ne parla con il
figlio Emilio (omonimo del nonno), il quale suggerisce al padre: «Facciamo un
comunicato stampa fuorviante, tanto “per vendere fumo” dicendo che va tutto bene
e che Ilva collabora con la Regione».

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegEMILIO RIVA jpeg

Archinà con la linea della «trasparenza» non va
molto d’accordo. Vuole comprarsi i giornalisti, tagliargli la lingua. «Mi sto
stufando perché fino a quando io so’ stato accusato di mantenere tutto sotto
coperta, però nulla è mai successo… nel momento in cui abbiamo sposato la
linea che sicuramente è più corretta, della trasparenza… non ci raccogliamo
più… La situazione è complicata e se non si ha l’umiltà di dire ritorniamo
tutti a nascondere tutto…».

Archinà dice a Fabio Riva che «consegnando in
anteprima le analisi potrà iniziare a lavorare sul professor Liberti affinché
attesti che le emissioni sono notevolmente inferiori» Fabio Riva al padre
Emilio: «La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene… non lo so che è
successo». Il padre: «Tanto hanno dimostrato che non c’entriamo con le
pecore»
Dopo gli incontri istituzionali con Nichi Vendola,
Fabio Riva parlando con il figlio dice: «Facciamo un comunicato per vendere fumo
in cui diciamo che tutto va bene e collaboriamo» Quando Giorgio Assennato
direttore dell’Arpa firma una relazione fortemente negativa sui valori dell’aria
nel quartiere Tamburi, Archinà dice: «Dobbiamo distruggerlo»
  


http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/ilva-alla-de-riva-dalle-intercettazioni-dellinchiesta-emerge-il-coinvolgimento-dei-riva-la-mazzetta-42763.htm#Scene_1

Emilio Riva. Ilva, la vera storia dell’uomo accusato di avvelenare una città

Il
tramonto da uno dei ponti dell’Ilva di Taranto

Emilio Riva. Ilva, la vera
storia dell’uomo accusato di avvelenare una città

Ritratto del fondatore dell’azienda siderurgica di
Taranto

di Guido Fontanelli

A un certo punto inizia a parlare Calisto Tanzi. I testimoni non si
ricordano le esatte parole del fondatore della Parmalat, ma il senso
dell’intervento era questo: «Noi imprenditori» diceva rivolgendosi ai membri
della giunta della Confindustria «dobbiamo modernizzarci, usare la borsa, fare
più finanza…». 



Finito il discorso, una voce lo gela: «Non sono d’accordo». È
Emilio Riva, uno che di solito parla poco. Tanzi replica irritato, ma con
tono fermo Riva lo zittisce così: «Vede, signor Tanzi, se io la prendo per i
piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece prende
me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi. Ecco qual è la
differenza tra noi due
».

La scena risale alla metà degli anni Novanta e scolpisce alla perfezione il
carattere di un uomo che, senza tanti grilli per la testa, fedele a un modello
industriale molto, fin troppo tradizionale, è ancora lì, con il suo gruppo
siderurgico, a guardarci dall’alto dei 10 miliardi di fatturato, dei
36 stabilimenti nel mondo, dei quasi 22 mila dipendenti



Nessuno
parlava di Riva mentre Tanzi finiva travolto dai suoi castelli di carte, nessuno
si ricordava di lui mentre i Falck dalla vita mondana chiudevano gli altiforni
di Sesto San Giovanni o il Lucchini dei salotti buoni vendeva gli impianti ai
russi della Severstal. Grandi dinastie dell’acciaio cancellate dalla cronaca
economica e lui sempre lì, sempre più grande. Inquisito, ma lì.





Se non ci fossero stati gli scontri che periodicamente lo hanno visto
protagonista a Cornigliano, per l’inquinamento provocato dagli ex
impianti Italsider a Genova, o per il disastro ambientale dell’Ilva di Taranto,
probabilmente a nessuno verrebbe in mente che qui in Italia abbiamo il quarto
imprenditore siderurgico d’Europa
. Stare sotto il pelo dell’acqua, del
resto, è la sua regola. Insieme al lavorare duro, usare il denaro con
parsimonia, cogliere le occasioni. Ora, nella sua casa di Milano, dove è agli
arresti domiciliari per la vicenda Ilva, sicuramente si sta rodendo il fegato.
Anche perché da questa storia qualche dubbio sulla gestione del gigante
d’acciaio sarà venuto pure a lui.





La saga della famiglia inizia nel 1954: Emilio Riva, nato nel 1926 a Milano e
figlio di un commerciante in scarti ferrosi, avvia con il fratello
Adriano un’attività di commercio di rottami, che vende ai siderurgici
bresciani. Trasporta i pezzi di ferro su un vecchio camion Dodge. Ma già nel
1957 inizia a produrre acciaio a Caronno Pertusella, a nord di Milano.
L’adozione, prima dei concorrenti, della colata continua diventa la più
importante fonte di vantaggio competitivo della nuova impresa. Riva diventa il
re del tondino, cresce e mette da parte i soldi per accaparrarsi un’acciaieria
dietro l’altra.





«Non compro mai quando va bene, compro quando va male» spiega Emilio
in una delle rarissime interviste. Negli anni Settanta è già arrivato
all’estero, con acquisizioni in Spagna e Francia. Poi la crisi mondiale
dell’acciaio investe la siderurgia pubblica europea. Riva ne approfitta subito:
entra nella gestione di Cornigliano, compra un impianto nell’ex Germania Est e
quindi, nel 1995, si aggiudica l’Ilva di Taranto. Il gruppo diventa enorme, lo
stile non cambia. «Quando l’Ilva si chiamava Italsider» ricorda un imprenditore
di Taranto, che lavorava per lo stabilimento siderurgico «i grandi manager
pubblici venivano qui in città con una sfilza di auto blu e un codazzo di
segretarie. Grandi parole in un convegno e via, tornavano a Roma. Quando invece
incontrai per la prima volta uno dei figli di Riva, accadde all’interno dello
stabilimento: arrivò a bordo di una vecchia Panda di servizio». «La presenza
della famiglia sugli impianti produttivi, a contatto con tecnici e operai» dice
un manager del gruppo «è una costante. Una cultura del lavoro che deriva dalla
figura di Emilio, adottata poi da figli e nipoti».



La famiglia è molto importante per i Riva. «Il pranzo di Natale ha un valore
simbolico forte» racconta un collaboratore di Emilio, che ha sei figli,
due femmine e quattro maschi. Il più grande, Fabio, è il vero numero due
del gruppo; Claudio, dal carattere spigoloso, è uscito dalle attività
siderurgiche e segue quelle armatoriali; Nicola, finito agli arresti con
il padre, è l’uomo della produzione; e Daniele guida lo stabilimento di
Genova. In azienda lavorano pure i nipoti Angelo e Cesare. E le
femmine? Riva preferisce tenere lontane le donne dall’azienda: le figlie fanno
altro, le nuore sono invitate a non salire ai piani superiori della sede
milanese dove ci sono gli uffici dei mariti. Ma saranno delle donne, le «donne
di Cornigliano», a fargli rimangiare la promessa che lui a Genova non avrebbe
mai chiuso l’altoforno. Due anni dopo la chiusura ammetterà: «Riconosco che nel
centro di Genova un altoforno e una cokeria non possono esistere».



Se l’obiettivo è diventare più grandi («Ho sempre aperto e comprato fabbriche
e non ne ho mai chiusa una» si vanta Riva), il metodo per realizzarlo poggia su
alcuni punti fermi: una gestione efficiente affidata prima di tutto ai figli
e ai tecnici di provata fiducia, niente top manager
da business school. Poi
attenzione maniacale ai costi: se ancora oggi Emilio, stipendiato come se
fosse un qualsiasi dirigente, si attarda in ufficio, è lui che spegne le luci al
terzo piano del quartier generale in fondo a viale Certosa, Milano.

Ed è proprio grazie alla capacità di mettere fieno in cascina che il gruppo
riesce a resistere anche nei momenti più difficili. Come quello che stiamo
vivendo ora: si produce di meno ma si riempiono comunque i piazzali di acciaio,
pronti a venderlo quando l’economia tornerà a tirare, sbaragliando ancora una
volta gli avversari. Intanto Riva si tiene buona la politica con
finanziamenti ai partiti, di destra e di sinistra, e con l’acquisto di una quota
nell’Alitalia dei «patrioti», mentre versa denari alla parrocchia di
Tamburi,
il quartiere più colpito dall’inquinamento dell’Ilva di Taranto, e
forse, come sembrano testimoniare le ultime intercettazioni telefoniche,
anche tangenti per addomesticare i risultati delle analisi ambientali.
Disposto a tutto pur di continuare a fare acciaio. In silenzio.



Con i dipendenti alterna paternalismo e durezza: numerose le cause per
comportamenti antisindacali. Ma anche attestati di stima e di ammirazione da
parte dei lavoratori e dei fornitori. Certi giornalisti vengono manipolati,
forse anche pagati, come rivelano le intercettazioni. Lo stile della casa lo fa
intuire il giovane Emilio, omonimo del nonno, che parlando col padre Fabio dopo
un incontro con Nichi Vendola suggerisce: «Facciamo un comunicato stampa
fuorviante tanto per “vendere fumo”, dicendo che va tutto bene e che l’Ilva
collabora con la regione».





Il patriarca rilascia poche interviste. E, quando si lascia convincere da una
società di comunicazione ad aprire le porte dell’Ilva di Taranto a un
giornalista, se ne pente immediatamente. Accade nel 2006, quando Panorama
spedisce un suo inviato per raccontare come funziona la più grande fabbrica
d’Europa. L’inviato, Angelo Pergolini, non può fare a meno di annotare
l’alta incidenza di infortuni (oggi molto diminuiti) e scrive: «Quando tira
vento, e a Taranto lo scirocco soffia spesso e forte, dai parchi (e dai nastri
trasportatori che li collegano al porto) si alzano nuvole impalpabili,
coprono il rione Tamburi, periferia di case popolari cresciuta parallelamente
allo stabilimento da cui è divisa solo da un muro; scendono sugli edifici
fatiscenti della città vecchia; si posano sulle vetrine eleganti di via
D’Aquino, cuore dello shopping e dello struscio. Lasciano ovunque la stessa
scia grigia e velenosa, penetrano dappertutto: polmoni compresi». Dopo la
pubblicazione del reportage, la società di relazioni pubbliche viene
licenziata.



Il fatto di essere diventato il 23esimo produttore mondiale di acciaio fa di
Riva un bravo imprenditore? Margherita Balconi, docente nella facoltà di
ingegneria dell’Università di Pavia, è un’esperta del settore. Autrice fra
l’altro del libro La siderurgia italiana (1945-1990). Tra controllo pubblico
e incentivi del mercato
(Edizioni Il Mulino), la professoressa ha scritto in
particolare un volume per il gruppo: Riva 1954-1994. Il percorso
imprenditoriale della famiglia Riva. Il suo giudizio è abbastanza
critico
: «Fino all’acquisto dell’Ilva Riva è stato soprattutto un abile
gestore di impianti e un imprenditore capace di cogliere l’opportunità di
acquistare stabilimenti in crisi e di trasferirvi i propri metodi molto efficaci
di gestione aziendale. È stato anche uno dei primi siderurgici in Europa ad
avviare un importante processo di internazionalizzazione. Ma l’acquisizione,
estremamente coraggiosa, dell’acciaieria di Taranto ha spinto il gruppo su di un
terreno tutto nuovo».

Secondo Balconi, gestire uno stabilimento di quelle dimensioni, specializzato
nel campo dei laminati piani di qualità, avrebbe comportato dei metodi di
gestione diversi da quelli che avevano costituito la forza dei Riva. Le altre
imprese europee che gestivano grandi impianti a ciclo integrale (in particolare
la francese Usinor, oggi acquistata dalla Mittal) capivano l’importanza, per
esempio, di fare ricerca e di investire per ottenere tipi di acciaio
sempre più sofisticati



Una delle prime cose che invece ha fatto Riva
dopo l’acquisto è stata allontanare dallo stabilimento i ricercatori del Centro
sviluppo materiali (Csm) che stavano conducendo ricerche su un impianto pilota
molto innovativo: tre giorni e poi fuori, senza neanche lasciare finire gli
esperimenti. Con il metodo Riva i conti sono migliorati, ma la qualità no. Tanto
è vero che l’Ilva serve ancora il mercato automobilistico, ma non rifornirebbe
più l’acciaio per le carrozzerie (che deve essere visivamente perfetto). «E a
quanto pare non fa parte della loro cultura innovare in funzione dei
miglioramenti ambientali
» commenta Balconi.



Alcuni sostengono che dietro l’uscita di Claudio dall’Ilva ci sia stato uno
scontro proprio sul tema della qualità: il figlio ne voleva di più, il padre non
era d’accordo. Ora forse Emilio dovrà cambiare idea, mentre l’azienda tratta con
la Siemens per introdurre tecnologie più moderne e pulite. Anche nelle famiglie
d’acciaio si può aprire una crepa.



http://italia.panorama.it/emilio-riva-ilva-la-vera-storia-dell-uomo-accusato-di-avvelenare-una-citta

Le mani dei boss sul porto di Palermo

  

Le mani dei boss sul porto di Palermo 

Sequestrati beni per 2,5 milioni di euro ai quattro indiziati

di Aaron Pettinari – 15 marzo 2012

palermo-porto-web

E’ una vicenda che parte da lontano quella che ieri ha portato
alla sospensione dell’amministrazione delle società che operano nel porto e al
sequestro di beni per quattro soci della “New port” (azienda che gestisce di
fatto in situazione di monopolio i servizi di distribuzione merci e trasporti
nel porto di Palermo).
 
Già nel 2004 infatti la Prefettura di Palermo aveva segnalato che su 218 soci
della ‘New Port’ 20 avevano avuto dei contatti con Cosa nostra. Soci e al tempo
stesso dipendenti della ditta che pur non avendo quote particolarmente rilevanti
nella società avrebbero avuto un “peso” nella vita dell’azienda derivato dalla
loro “caratura” criminale. 
 
Proprio le attenzioni dell’organo di Governo
avrebbero poi indotto la società a cambiare forma, diventando spa e allontanando
soci scomodi. Tuttavia l’operazione di “restyling” non era ultimata e così si
profilava una nuova cessione da parte della New Port Spa di due rami aziendali
alle srl Portitalia e Tcp tramite un pagamento di rate mensili in 18 anni
durante i quali la New Port avrebbe continuato ad incassare i guadagni
dell’attività.
 
 
Secondo gli inquirenti dietro a quest’ultima azione vi sarebbe
stato l’intento di mascherare le infiltrazioni mafiose, pertanto sono
intervenuti con un provvedimento interdittivo nei confronti delle tre società
(New Port, Portitalia e Tcp): una chance meno invasiva rispetto al sequestro e
alla confisca, che prevede la sospensione dei responsabili delle ditte e la loro
sostituzione con amministratori nominati dai giudici per sei mesi. Ciò avverrà
per sei mesi, ovvero il tempo necessario per capire se i sospetti che le mani
della mafia si siano allungate sul porto di Palermo siano fondati o meno. 
 
Se gli amministratori giudiziari confermeranno le ipotesi di collusione la magistratura
potrebbe procedere con un sequestro. Cosa che i giudici hanno fatto anche
stavolta, ma solo rispetto ai beni dei vecchi soci sospetti. Nel provvedimento
dei giudici sono quindi indicati gli indizi che fanno pensare a contiguità
mafiose dei 4 personaggi colpiti dal provvedimento di sequestro per 2 milioni e
mezzo di euro: Antonino Spadaro, 56 anni presunto esponente della famigli
mafiosa della Kalsa, un omonimo di 64 anni con precedenti denunce per
associazione a delinquere, Maurizio Gioè, 53 anni, fratello di un favoreggiatore
dei boss Graviano, e Girolamo Buccafusca con precedenti per traffico di droga,
associazione mafiosa ed estorsione. nomi noti in Cosa nostra, come Girolamo
Buccafusca, e meno noti visto che il procedimento di prevenzione può riguardare
anche semplici indiziati di mafia. 
 
In merito all’operazione il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che coordina il settore delle misure di prevenzione, ha detto: ”A fronte dei sospetti di infiltrazioni mafiose al porto, era
necessario contemperare l´esigenza dei controlli e delle verifiche con quella di
non pregiudicare l´attività economica e i posti di lavoro”. Ecco che allora è
stato applicato per la prima volta l´articolo 34 del nuovo codice antimafia. 
 
 “Non potevamo consentirci il lusso – ha aggiunto Teresi – di lasciare alla mafia
l´attività più importante di Palermo: mentre le attività economiche
proseguiranno, potranno essere fatte tutte le opportune verifiche sui sospetti
di infiltrazione mafiosa”.
 
Porto di Palermo operazione di carico e scarico di pet coke trasportato dalla Amber k trasportato attraversando la città di Palermo con camion
allo stabilimento Italcementi di Isola delle Femmine 
 

Le mani della mafia sul porto di
Palermo

Sequestrate tre società di container. Nominato
l’amministratore giudiziario: “Tuteleremo posti di lavoro”

 
 

 

Una sofisticata operazione di restyling, passata
attraverso una cessione societaria, non ha salvato un’azienda leader nella
gestione dei servizi nei porti di Palermo e Termini Imerese dalle ‘attenzioni’
della magistratura del capoluogo siciliano. Infatti, ieri la sezione misure di
prevenzione del Tribunale palermitano ha disposto l’amministrazione giudiziaria
di tre società, la New Port S.p.A, la Portitalia S.r.l. e la Terminal Containers
Palermo S.r.l., e il sequestro dei beni e dei rapporti bancari riconducibili a
quattro soggetti ritenuti vicini ad alcune famiglie mafiose palermitane, per un
valore complessivo di oltre 2,5 milioni di euro.

 

L’indagine della Direzione invesstigativa antimafia
parte da lontano, da quando, nel
2004, la
prefettura di Palermo segnalò che su 218 soci della New Port srl – società che
si occupa soprattutto di assistenza alle navi da crociera diventata negli ultimi
25 anni la prima impresa portuale della Sicilia capace di fatturare 12 milioni di euro
nel 2008 – 20 avevano collegamenti con la mafia.
Nel maggio dello scorso
anno l’Autorità portuale aveva ritirato le concessioni alla New Port, a seguito
di un’informativa della Prefettura.
Nei mesi successivi le attività di
logistica e trasporti gestite dall’azienda sotto osservazione erano state
ereditate dalle altre due società oggi interessate dal provvedimento del
Tribunale, a seguito di una cessione di rami d’azienda da parte della New Port,
che contestualmente aveva provveduto a un’operazione di restyling.
Ma le
iniziative sono state giudicate dagli investigatori di mero riassetto formale,
messe in atto solo allo scopo di eludere l’interdittiva antimafia.
In
particolare, a far sorgere sospetti è stata la
modalità di pagamento della
cessione dei rami aziendali che prevedeva una rateizzazione in 18 anni durante i
quali la New Port avrebbe continuato ad incassare i guadagni dell’attività
.
Così,
applicando per la prima volta a Palermo l’art. 34 del codice antimafia,
il Tribunale ha sospeso gli amministratori giudiziari delle tre ditte coinvolte
per 6 mesi imponendo un amministratore giudiziale che, per tutta la durata della
misura interdittiva, controllerà l’attività delle società ed accerterà eventuali
presenze di interessi mafiosi.
Nel provvedimento dei giudici sono
indicati gli indizi che fanno pensare a contiguità mafiose dei 4 personaggi
colpiti dal provvedimento di sequestro:
Antonino Spadaro, 56 anni
presunto esponente della famiglia mafiosa della Kalsa, un omonimo di 64 anni con
precedenti denunce per associazione a delinquere,
Maurizio Gioè, 53 anni,
fratello di un favoreggiatore dei boss Graviano, e
Girolamo Buccafusca
con precedenti per traffico di droga, associazione mafiosa ed
estorsione.

 

 

 
 
“Assicurati legalità e sviluppo” – “Il lavoro svolto
dall’Autorità portuale di Palermo, di concerto con la Prefettura, ha permesso
attraverso un’intensa, encomiabile e complessa attività investigativa, di
assicurare oggi trasparenza e legalità, senza negare lo sviluppo. La fermezza
mostrata in qualsiasi settore ha consentito di raggiungere risultati
significativi, non soltanto nel trasporto delle merci, ma anche in tutte le
altre attività che storicamente si svolgono nel porto di
Palermo”.
Soddisfatto il presidente dell’autorità portuale, Nino
Bevilacqua
, in relazione alla decisione della sezione misure di prevenzione
del Tribunale palermitano. L’Autorità portuale di
Palermo
, in una nota dice che “la New Port spa era presente
all’interno del porto di Palermo fin dal 1994, a seguito dell’attuazione della
legge 84 del 1994. L’autorità portuale di Palermo con l’attuale presidenza, a
partire dall’ottobre 2004, data dell’insediamento, non ha mai affidato alcun
incarico alla New Port spa. Di contro ogni anno, dal gennaio 2005, ha richiesto
la certificazione antimafia della New Port spa, così come di tutte le imprese
portuali operanti nel porto di Palermo”.
“L’ autorità portuale –
prosegue – il 13 ottobre 2008, ha siglato un protocollo di legalità con la
Prefettura di Palermo, in merito a qualsiasi attività all’interno del porto,
dalle concessioni alle imprese portuali, oltre che alle gare per appalti
pubblici. In base a tale protocollo, qualsiasi rilascio di concessioni o
autorizzazioni a svolgere servizi portuali è rimasto in questi anni vincolato,
pena l’annullamento dell’atto, all’informativa negativa da parte della stessa
Prefettura di Palermo”.
 

Su
richiesta specifica dell’Autorità portuale di Palermo il 13 dicembre 2008

prosefue la nota – “e, in ultimo, il 12 giugno del 2010, la Prefettura di
Palermo ha rilasciato un’informativa positiva, in data 21 aprile 2011, cui ha
fatto seguito, da parte della stessa Autorità portuale, il 26 aprile del 2011,
la comunicazione alla New Port dell’ avvio del procedimento di revoca, avvenuta
con decreto del Presidente dell’Autorità portuale, in data 23 maggio
2011”.
“In riferimento alle subentranti – conclude – (fino al
gennaio 2012, scadenza naturale della concessione) Portitalia e TCP, l’autorità
portuale di Palermo ha richiesto alla Prefettura di Palermo, in data 16 giugno
2011 – in fase preventiva rispetto al subentro delle due società, avvenuto il
primo settembre del 2011 – l’informativa che, a seguito di specifiche indagini,
è pervenuta positiva, in data 10 febbraio 2012. La stessa Autorità portuale, il
14 febbraio 2012, ha comunicato l’avvio del procedimento di revoca, con firma
del decreto del Presidente dell’Autorità portuale, il 5 marzo 2012. Dunque, a
partire dal 5 marzo 2012, anche le società Portitalia e TCP hanno cessato
qualsiasi rapporto con l’Autorità portuale, fermo restando un periodo concesso
di 90 giorni, a partire dalla data di revoca, per liberare il suolo demaniale da
mezzi e strutture di proprietà delle stesse”.

 

L’Autorità portuale di
Palermo ha già provveduto, con decreto del 23 dicembre 2011 e, ultimo, del 28
febbraio 2012, alla pubblicazione del nuovo bando di gara per il rilascio della
concessione del terminal containers.

 

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign,
Corriere del Mezzogiorno, ANSA, Lasiciliaweb.it]

I
boss della Mafia al porto di Palermo

Le mani della mafia sul porto Sequestrati beni per oltre 2 milioni

Con un finto restyling si volevano nascondere le infiltrazioni mafiose della
New Port Spa, azienda in cui su 218 soci oltre venti avevano collegamenti con la
malavita organizzata


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I
boss della Mafia al porto di Palermo

 

Il porto di Palermo

 

Il porto di
Palermo 
Un’operazione di restyling per mascherare le
infiltrazioni mafiose dell’azienda che gestisce di fatto in situazione di
monopolio i servizi di distribuzione merci e trasporti al porto: ci
sarebbe questo dietro la cessione da parte della New Port Spa
di due rami aziendali alle srl Portitalia e Tcp. Un escamotage che, secondo la
Dia, sarebbe stato finalizzato a evitare i sospetti degli investigatori dopo le
segnalazioni del rischio di infiltrazioni mafiose nella società fatte dalla
prefettura di Palermo.

Ma il tentativo è stato scoperto dagli inquirenti che, applicando per la
prima volta a Palermo l’art. 34 del codice antimafia, hanno
sospeso gli amministratori giudiziari delle tre ditte coinvolte per 6 mesi e
imposto un amministratore giudiziale che, per tutta la durata della misura
interdittiva, controllerà l’attività delle società ed accerterà eventuali
presenze di interessi mafiosi. Il provvedimento di sostituzione
degli amministratori, emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale
di Palermo, è stato illustrato durante una conferenza stampa dal procuratore
aggiunti di Palermo Vittorio Teresi. I giudici, inoltre, hanno ordinato il
sequestro di appartamenti, auto e conti correnti, per un
valore di 2 milioni e mezzo, riconducibili a 4 persone indiziate di mafia: si
tratta di vecchi soci della New Port, ritenuti vicini a Cosa
nostra
I
boss della Mafia al porto di Palermo

L’indagine della Dia parte da lontano: da quando, nel 2004, la prefettura di
Palermo segnalò che su 218 soci della New Port srl, 20 avevano collegamenti con
la mafia. La società si trasformò in Spa, poi, nel 2011, la cessione dei due
rami aziendali che ha insospettito gli inquirenti. In particolare a far sorgere
il dubbio che dietro al restyling ci fosse solo l’intenzione di
allontanare i sospetti di collusioni mafiose è stata la
modalità di pagamento della cessione dei rami aziendali che prevedeva una
rateizzazione in 18 anni durante i quali la New Port avrebbe continuato ad
incassare i guadagni dell’attività. Nel provvedimento dei
giudici sono indicati gli indizi che fanno pensare a contiguità mafiose dei 4
personaggi colpiti dal provvedimento di sequestro: A. S., 56 anni presunto
esponente della famiglia mafiosa della Kalsa, un omonimo di 64
anni con precedenti denunce per associazione a delinquere, M. G., 53 anni,
fratello di un favoreggiatore dei boss Graviano, e G. B. con
precedenti per traffico di droga, associazione
mafiosa ed estorsione
 

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Revocate le concessioni di New Port a Palermo

Porto di Palermo Petcoke scaricato dalla nave Amber k  destinazione Isola delle Femmine Italcementi
Nei giorni scorsi, secondo quanto riferito da diverse fonti di stampa
siciliane, l’Autorità Portuale di Palermo avrebbe revocato le concessioni alla
New Port Spa, titolare di diversi servizi portuali a Palermo e Termini Imerese e
concessionaria dal 1998 del terminal container del capoluogo siciliano, a
seguito di un’informativa della prefettura che denuncia la presenza
d’infiltrazioni mafiose fra i soci dell’azienda.
 
Nonostante la revoca, le attività della società, che
impiega circa 350 persone, comunque proseguono, perché “fermarle – secondo
quanto dichiarato alla stampa locale dal presidente dell’Autorità Portuale, Nino
Bevilacqua – significherebbe bloccare tutto il porto. Spero che nel giro di un
paio di mesi si possa sistemare tutto, magari con l’arrivo di un’altra società
capace di assorbire la parte sana dell’azienda”. 
A partire da quest’ultimo
punto, tuttavia, l’Authority non ha ancora chiarito alcuni
dettagli della vicenda. Infatti non è chiaro se si possa ipotizzare una cessione
coatta da parte dei soci della New Port accusati di legami mafiosi e se, in
questo caso, la società possa eventualmente mantenere le concessioni, o se sia
più probabile l’allontanamento (e magari la liquidazione) di New Port e la
ricerca attraverso gara dei sostituti per i vari servizi. Inoltre non è stato
chiarito se per la revoca sia sufficiente l’informativa della procura o se
occorra una procedura formale né se New Port, che da parte sua non ha commentato
la notizia, possa eventualmente opporsi in qualche modo. 

 

Il terminal
container
del porto di Palermo, costituito dalle banchine Puntone e
Quattroventi, ha una capacità operativa di 120.000 teu all’anno, una superficie
di 150.000 mq e affacciandosi su uno specchio acqueo con fondali di 14 metri
consente l’operatività a navi fino a 300 metri di lunghezza.

Nicola Capuzzo



http://www.trasportoeuropa.it/index.php/home/archvio/14-marittimo/5263-revocate-le-concessioni-di-new-port-a-palermo

LEGALITA’: SULLA NEW PORT SPA UNA DECISIONE DI
RILIEVO STORICO

 

porto palermoI provvedimenti del prefetto di Palermo di non
concedere il certificato antimafia alla società New Port spa e del presidente
dell’Autorità portuale di revocare alla stessa tutte le autorizzazioni e le
concessioni sono di rilievo storico. Il porto di Palermo per decenni è stato
condizionato dalla presenza di Cosa nostra.
La politica del passato spesso ha
ignorato e addirittura colluso con essa. Oggi finalmente si apre uno squarcio
senza precedenti.
Mi auguro che questa sia
un’occasione di grande innovazione, legalità e sviluppo non solo per l’impresa
in questione, ma per tutto il sistema. Un sistema che va monitorato con cura e
attenzione per fare dei porti di Palermo e di Termini Imerese una grande risorsa
di impresa e occupazione sana  
Giuseppe Lumia 

 http://www.giuseppelumia.it/?p=8148

 

Universo New Port:
ecco chi sono i 24
soci segnalati

 

di

Alla “casa del portuale” la mattina
presto il sole picchia e due randagi sonnacchiosi accolgono i
lavoratori del porto di Palermo, per i quali la giornata è già cominciata da
diverse ore. L’aria è elettrica e la tensione è scolpita nei loro volti. Sono
tutti soci e lavoratori della New Port, la società finita nell’occhio del
ciclone perché la prefettura di Palermo ha negato il certificato antimafia
necessario per avere rapporti con le pubbliche amministrazioni fra le quali
rientra, ovviamente, anche l’autorità portuale cittadina. Entrando nel vecchio
edificio che ospita la compagnia, una lapide ricorda il sacrificio dei portuali
palermitani che, nel 1943, sotto i bombardamenti continuarono a lavorare per
assicurare approvvigionamenti vitali per l’Isola. E molti di quei cognomi sono
gli stessi contenuti nell’informativa firmata da Giuseppe Caruso che ha
evidenziato come la posizione di 24 soci osta il rilascio della certificazione e
getta l’ombra dell’infiltrazione mafiosa nella società che – praticamente da
sempre – si occupa del porto di Palermo. Ventiquattro storie da
raccontare.
 
I portuali
 
“La Compagnia lavoratori
portuali, regolata dal codice della navigazione, nasce nel 1920. Mio nonno era
‘console’ quando sbarcarono gli americani”. Vincenzo Spataro è il presidente
della New Port e, da una vita, vive fra le banchine lambite dal mare. “Nel 1980
– continua – c’è stato un primo concorso pubblico bandito dall’ente porto in cui
sono entrate le prime centoventi persone. E c’erano due condizioni: bisognava
avere il certificato di buona condotta civile e morale e veniva data prelazione
ai figli dei portuali. Altre cento persone entrano nel 1986, con un concorso
bandito inizialmente per 60, ‘lievitato’ di altri 40 posti sotto la condizione
che la compagnia dei lavoratori portuali di Palermo incorporasse quella di
Termini Imerese”. Poi una mezza rivoluzione: “Nel 1994 – continua Spataro, che
accende una sigaretta dietro l’altra – per volontà di legge, la cooperativa
atipica che era esistita fino ad allora ha subito una trasformazione in 3
società: la In port spa, la New Port srl e la Clp arl. La prima era la
‘cassaforte’ societaria, la seconda includeva gli operai specializzati mentre
l’ultima, la cooperativa, forniva la manodopera. Poi c’è stata una fusione per
incorporazione fra In port e New port, mentre la cooperativa è rimasta. E sono
sempre gli stessi 209 soci. Nel 1995 tutti i nomi con relativi certificati
penali sono stati trasmessi alla prefettura e la cooperativa è stata iscritta
nel registro prefettizio”.
I primi problemi arrivano nel 2003 quando vengono
fuori le posizioni, segnalate dalla prefettura, di Nino Spadaro e Girolamo
Buccafusca, condannati per mafia. Così la cooperativa Clp ha votato
l’estromissione dei due mentre per quanto riguardava le partecipazioni nella New
Port, società di capitale, l’esclusione non poteva essere coattiva e quindi “si
è proceduto all’invio di formale invito a procedere alla cessione delle azioni
di cui essi risultano titolari”, come si legge nella comunicazione inviata dalla
società alla prefettura il 23 dicembre 2003. Il 18 ottobre 2004 a Nino Spadaro
vengono sequestrate le quote societarie che, però, gli vengono restituite il 25
settembre 2009. “Erano state ‘conferite per trasformazione’ – spiega Spataro –
ovvero le quote non erano state materialmente pagate da Spadaro. Gli erano state
attribuite perché derivavano dal patrimonio della compagnia lavoratori portuali
prima che si trasformasse in società. Quindi i motivi che avevano fatto decadere
Spadaro da socio sono venuti meno. Buccafusca, invece, ha messo in vendita le
quote della spa ma nessuno le ha comprate”.
 
I nomi e le
storie
 
I problemi si riaffacciano nel 2010. Questa volta, però, sono
24 i soci sospettati di “mafiosità”. E si comincia dagli stessi due: Nino
Spadaro e Girolamo Buccafusca. “Le mie colpe ce le ho ma ho pagato, in carcere
ho anche preso una laurea in scienze giuridiche – racconta quest’ultimo a ‘S’ –
Non sono più un lavoratore della New Port dal 2003 e sono pronto a fare passi
indietro e vendere le mie quote per salvaguardare i miei ex colleghi”. Nino
Spadaro, invece, è ancora in carcere. Nel frattempo, però, è possibile parlare
con il cugino Nino, colpevole a suo dire solo di “omonimia”. Nell’informativa
della prefettura, infatti, viene indicato come condannato in via definitiva a 11
anni e 6 mesi (sentenza della Corte d’assise del 10/12/1990). Una sentenza che
riguarda l’altro Nino, che è, in qualche modo, un “figlio d’arte”: suo padre è
Vincenzo Spadaro, suo zio Masino Spadaro, il “re” della Kalsa. Ma lui è
incensurato. “Nino è mio cugino, Vincenzo è mio zio. Non ho mai avuto alcuna
condanna e mio cugino Nino non lo vedo da trent’anni perché è in carcere a
Spoleto”, dice.
Ma Buccafusca e Spadaro sono solo due dei soci chiamati in
causa. Gli altri attendono nervosamente di parlare, hanno voglia di dire la loro
verità. Come Mario Ficarra, che ha ceduto le sue quote alla moglie, Rosalia Li
Greci, per incompatibilità con altre partecipazioni. “Mio padre ha subito una
condanna in primo grado ed è morto nel 1982”. Allora Rosalia Li Greci aveva
appena 11 anni: “Non l’ha mai conosciuto” aggiunge Ficarra, che ha sposato la
donna nel 1988. Un altro che si sente ingiustamente accusato è Carlo Cangemi.
“Mio fratello Giuseppe – racconta – ha subito un processo per mafia, in quanto
ritenuto affiliato alla famiglia di Brancaccio ed è stato assolto 5 anni fa.
Dopo un mese mio padre è morto e l’aveva preannunciato quando era stata emessa
la sentenza: ‘adesso posso morire in pace’”. Nell’informativa che lo riguarda si
sottolinea la compartecipazione in altre società operanti nel porto, causa di
incompatibilità, ma Cangemi nega e ribatte: “A 15 anni sono entrato nell’Azione
cattolica, nella quale tuttora milito frequentando la chiesa di Santa Teresa
alla Kalsa. Oggi ho 54 anni e faccio casa, lavoro, chiesa e volontariato alla
Lilt (Lega italiana per la lotta ai tumori, ndr). Anche mia moglie fa
volontariato alla cooperativa ‘Incontro’, recuperando dalla strada i ragazzini
dello Sperone”.
 
Poi c’è Mario Montalbano: la prefettura segnala che questi
era socio di Sebastiano Crivello e Giuseppe Urso (ambedue condannati) in
un’azienda che “praticamente è rimasta inattiva: aperta nel 1982, è stata chiusa
nel 1983”. Nella sua storia c’è anche una denuncia contro gli usurai che gli è
valsa un risarcimento liquidato dalla stessa prefettura. “Uno dei miei tre figli
ha fatto il militare nella guardia di finanza”, si vanta. Nel frattempo, il 22
aprile scorso, il suo usuraio è stato condannato.
 
Più semplice la vicenda di
Erasmo Fiore: “Nel 1994 mio fratello Giovan Battista è stato arrestato per mafia
in quanto legato alla famiglia di Borgo Vecchio. È stato assolto e io sono in
pensione dal 1996”. Più intricata, invece, la vicenda di Salvatore Macaluso:
secondo la prefettura è stato indagato con la moglie per riciclaggio, estorsione
e traffico di stupefacenti. La donna, Maria Antonietta Collura, amministrava la
“Carta ingross” che era ritenuta dagli inquirenti nella disponibilità del boss
dell’Acquasanta, Angelo Galatolo. A Macaluso sono attribuiti anche rapporti di
affinità con uomini d’onore della famiglia di Borgo Vecchio. “La moglie di
Galatolo – racconta a ‘S’ – ci ha dato mandato di rappresentanza della sua
azienda per due mesi. Poi è scattato un sequestro per 5 aziende, fra cui la
‘Carta ingross’. In pratica ci hanno considerati prestanome. Il sequestro è
avvenuto nel 2004 e nel 2010 c’è stato il dissequestro e la società ci è stata
riconsegnata. Di quello che c’è scritto non ne so nulla, non sono stato mai
indagato, non ho mai ricevuto avvisi di garanzia, né sono stato arrestato, né
altro. Il mio casellario giudiziario dice ‘nulla’”.
 
Paradossale appare invece
il caso di Maurilio Rubino: secondo l’informativa, suo cugino sarebbe Francesco
Madonia, dell’omonima potente famiglia mafiosa del Nisseno. “Non li conosco,
sono 40 anni che non frequento i parenti di parte paterna, ma questo parente,
comunque, non esiste. Non c’è nessun Madonia”. Anche Girolamo Buccafusca, cugino
omonimo del condannato, ha voglia di parlare: “Mio padre – dice – è stato
condannato per truffa, contrabbando di sigarette e altri reati simili. Mio
fratello è stato arrestato per traffico di droga. Mio padre è morto nel 2006,
con mio fratello non ho più contatti da anni”. Drammatica, poi, la vicenda di
Benedetto Messina: fratello di Silvana Messina, scrive la prefettura, moglie a
sua volta di Giulio Di Luvio. Entrambi sono stati condannati per favoreggiamento
della latitanza di Antonino Bosco. “Mio padre e mia madre hanno dato vita a 4
figli, fra cui io – spiega – ma mia madre è morta a 29 anni e mio padre ci ha
lasciati dalla nonna materna facendo perdere le sue tracce. Da altre relazioni
che ha avuto sono nate prima due figlie, poi altri quattro. Le altre due donne
di mio padre sono morte anche loro. Io non ho mai avuto a che fare con questi,
non so neanche se siano vivi. Mia sorella di sangue lavora nelle forze
dell’ordine, l’altro mio fratello ha due figli nell’esercito. Chi mi conosce mi
prende in giro per tutta questa storia”.
 
Un’altra storia è quella di
Ferdinando Parrinello: a lui sono state sequestrate nel 1993 le quote della
Brancagel, ditta che si occupava di surgelati. Il titolare della ditta era il
suocero, Martino Brancatelli, accusato di traffico di droga e legami con Cosa
nostra, che aveva distribuito le quote tra i familiari. “A scagionarlo – spiega
Parrinello – è intervenuta un’infiltrata della polizia che ha detto come non
c’entrasse nulla. Mio suocero è stato assolto dopo tanti anni e le quote sono
state restituite insieme ai beni dell’azienda”. Vicende familiari, come quelle
di Vincenzo Toscano: suo cognato, Gaspare La Malfa, è ritenuto vicino alla
famiglia di Brancaccio. “Ma io non ho mai avuto nessun tipo di rapporto con lui”
specifica. Giovanni Giuliano è troppo indignato per parlare: “Ho dato mandato al
mio avvocato” dice semplicemente. All’appello mancano altri nomi: Maurizio Gioè,
Giuseppe Onorato, Filippo Arena, Giovanni Biscari, Francesco Alfano, Ferdinando
Arcuri, Antonio e Giuseppe La Mattina: nella maggior parte si tratta di casi di
scomode parentele indirette, cognati o generi. Tutti, però, sottolineano in
egual maniera come siano lavoratori di fatica: le loro mani callose quasi
tremano mentre tengono in mano la nota del prefetto. Alcuni sorridono
amaramente, ma altri non riescono a trattenere le lacrime. Adesso rischiano il
loro posto di lavoro.
 
La soluzione
 
“Noi siamo questi”
continua a dire con orgoglio e anche un po’ di commozione Vincenzo Spataro.
“Quando si doveva tirare fuori il carro di Santa Rosalia dagli hangar del porto
siamo intervenuti noi. Ci chiamano da tutte le parti della Sicilia per avere
consigli che noi diamo senza batter ciglio. Siamo intervenuti per fare il piano
regolatore generale della città. Noi siamo questi”. E la domanda che ricorre è
sempre la stessa: ma se i soci sono rimasti sempre gli stessi 209, perché questa
storia è venuta fuori solo ora? Secondo Spataro potrebbe esserci un disegno
dietro tutta questa storia, un progetto che vuole la New Port fuori gioco per
l’ingresso di nuovi player.
 
Sorride amaro Spataro nel constatare che “chi
oggi si riempie la bocca e punta il dito, ieri era a braccetto con me”. I nomi
bisogna tirarglieli fuori dai denti: Giuseppe Lumia – a fianco del quale si è
candidato al consiglio comunale di Palermo riuscendo a ottenere il seggio – e
Carlo Vizzini che, da ministro della Marina mercantile, lo teneva in altissima
considerazione e gli ha anche chiesto di candidarsi a suo sostegno. “Noi abbiamo
investito sulla realtà di Termini Imerese rispettando il territorio”. Ma,
secondo Spataro, è da lì che cominciano i guai. “Questo porto che viene sempre
sponsorizzato come un importante hub sul Mediterraneo, alla fine non porta
risultati, come l’ultima operazione con la T-Link, società con un buco da 20
milioni e un debito nei nostri confronti di 1milione 200mila euro”.
 
Sulla
vicenda è anche intervenuta Confindustria Palermo per bocca del suo presidente
Alessandro Albanese che a “S” ha spiegato che non c’è l’intenzione di ingerenza
nelle vicende del porto di Palermo. “Deve essere chiaro che noi non vogliamo
favorire nessuno, né nostri soci né nessun altro, semplicemente contribuire a
sanare questa situazione”. La proposta: “Una newco con tutti i lavoratori ma
senza i 24 segnalati dalla prefettura. Se gli operai fanno la società siamo
anche disposti a ospitare la loro sede in Confindustria”. Una soluzione che,
però, Spataro ha già prospettato tramite la creazione di due nuove società che
rilevino i rami d’azienda: la PortItalia – per le operazioni e servizi
commerciali nel porto di Palermo e Termini – e la Tcp che si occuperebbe del
movimento dei container. Società già fondate da 10 soci ciascuna con un aumento
di capitale destinato a terzi. In queste due società dovrebbe confluire i
lavoratori-soci, esclusi i 24. E nello statuto di fondazione ecco la clausola
che metterebbe fine a situazioni di imbarazzo: i soci possono essere esclusi per
giusta causa in caso di condanna passata in giudicato per ricettazione,
riciclaggio, insolvenza fraudolenta, bancarotta, usura, sequestro di persona,
rapina e associazione mafiosa. 
 

http://livesicilia.it/2011/07/11/universo-new-port-ecco-chi-sono-i-24-soci-segnalati/

 

Tutto nuovo nel porto di Palermo!
Approvato il Piano Regolatore Portuale mentre la ex-New
Port si rigenera scorporandosi in una doppia ragione sociale

Trovata, finalmente, la convergenza a Palermo sul nuovo Piano Regolatore
Portuale. 
L’ultima assise del Consiglio Comunale ha votato l’intesa sul PRP
che era stato presentato dall’Autorità Portuale nel luglio del 2008. Dopo oltre
mezzo secolo dall’ultima edizione – il Piano Regolatore vigente risale al 1954 –
lo scalo siciliano avrà dunque un nuovo Master Plan.



Il nuovo PRP prevede il
potenziamento del porto commerciale, la razionalizzazione delle aree funzionali
e degli edifici di servizio; l’individuazione di soluzioni per rispondere
all’incremento del traffico crocieristico; l’integrazione degli spazi
urbano-portuali con la città e la realizzazione di nuovi innesti città-porto
anche attraverso la liberazione del fronte su via Crispi per consentire una
maggiore relazione, anche visiva, tra città e mare, oltre alla possibilità di
attivare opere per 400 milioni di euro.
“Finalmente potremo essere attuativi
nel rispetto della pianificazione – esulta il presidente dell’Autorità Portuale,
Nino Bevilacqua – il PRP proseguirà il suo iter e verrà sottoposto ad altri
passaggi tecnici indubbiamente più veloci: l’adozione da parte del Comitato
Portuale, la definizione della procedura VAS in corso, il parere del Consiglio
Superiore dei Lavori Pubblici e l’approvazione della Regione Siciliana. Solo
così potremo recuperare tempo e, in modo responsabile, proseguire secondo il
piano di riqualificazione, riconnettendo l’area portuale al resto della città,
riducendo le barriere murarie esistenti, nel fondamentale processo di rilancio
del porto e di rigenerazione della qualità e delle economie del waterfront
urbano. Una scommessa allargata alla città. Il PRP è un atto fondamentale del
mio mandato. Fin dal primo giorno del mio insediamento l’obiettivo è stato
quello di riorganizzare le funzioni portuali che investono lo sviluppo
commerciale, industriale, crocieristico e turistico. Abbiamo puntato al
riassetto dell’area portuale ed alla creazione di un rapporto con la città, da
tempo interrotto, tenendo conto della storia del porto. Da qui il recupero del
Castello a Mare, l’insediamento più antico, oggi entrato in un circuito
culturale internazionale; da qui la rifunzionalizzazione della Cala e la
creazione di spazi liberi per la fruizione pubblica come la passeggiata a mare.
E poi la sistemazione delle aree più strettamente tecniche, fondamentali nella
vita del porto e della portualità, luoghi di passeggeri e merci, settori dove i
numeri dimostrano un trend assai positivo per Palermo. Ci sono, inoltre, i
lavori già appaltati per il potenziamento delle banchine, mentre sta per partire
il rifacimento interno della stazione marittima”.
 
 
Due società (e mezza) dalle ceneri dell’infiltrata New
Port
 
Sono nate dalle ceneri della New Port S.p.a., società a sua volta derivante
dalla Compagnia Lavoratori Portuali e storica impresa addetta all’espletamento
di operazioni portuali e servizi portuali nei porti di Palermo e Termini
Imerese, le nuove realtà aziendali atte ai traffici commerciali dello scalo
siciliano. 
Le due distinte società costituite da poco sono rispettivamente: 



Portitalia S.r.l. che espleta operazioni portuali nei porti di Palermo e
Termini Imerese per la movimentazione di merce varia, alla rinfusa, nonché di
mezzi pesanti afferenti il traffico ro-ro, ed è altresì autorizzata ad espletare
servizi portuali di rizzaggio, derizzaggio, controllo merceologico, pulizia
merce e ricondizionamento colli. Questa impresa, che conta su un ampio parco di
mezzi meccanici (gru su rotaia, semoventi, trattori, sollevatori), è attualmente
diretta da un amministratore unico, Giuseppe Landolina, in attesa che a breve
venga effettuata la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione.
T.C.P.
Terminal Containers Palermo S.r.l. che gestisce il terminal contenitori della
banchina Puntone del porto di Palermo; anche in questo caso vi è lo stesso
amministratore unico temporaneo per la gestione delle attività terminalistiche
(operazioni e servizi portuali) con un adeguato parco di mezzi meccanici
(sollevatori, trailers, ralle) e gru (due portainers su rotaia da 42
tonn.).
Al servizio delle due nuove società agisce la Logistica e Servizi
S.r.l., una delle principali ditte che effettuano nel porto di Palermo attività
di trasporto merci per conto proprio e per conto terzi, soprattutto
containerizzate – il cui legale rappresentante è Teresa Spina – che offre
servizi di logistica e di trasporto contando su un’area di sosta per automezzi
presso la banchina Quattroventi di circa 800 metri quadrati, con sede e uffici
alla palazzina Tarantino della banchina Puntone.
Il processo di
trasformazione appena concluso fa seguito alla cessione dei rami di azienda ed
all’espletamento dell’iter istruttorio previsto dall’art.16 della Legge 84/94.
Una ‘gemmazione forzata’, a ben ricordare, visto che la cessazione d’attività
con quella ragione sociale della New Port Spa era stata sostanzialmente sancita
dall’attività investigativa della prefettura palermitana, allo scopo di
individuare le segnalate infiltrazioni mafiose, insorta la scorsa primavera,
allorquando il procedimento si era concluso obbligatoriamente con la revoca
della concessione in capo alla New Port da parte dell’Autorità Portuale (S2S n.
20/2011).
Dopo questa misura, peraltro, l’attività dell’impresa portuale –
che impiegava complessivamente fra i due scali 350 persone – non si era
interrotta per un saggia decisione di Bevilacqua, che aveva chiaro come ciò
avrebbe eventualmente significato bloccare tutto il porto. “Spero che nel giro
di un paio di mesi si possa sistemare tutto, magari con l’arrivo di un’altra
società capace di assorbire la parte sana dell’azienda” aveva auspicato il
numero uno della Port Authority.  
La New Port spa, con circa 25 anni di
attività alle spalle, era la prima impresa portuale della Sicilia con un ultimo
fatturato ufficiale di circa 12 milioni di euro (dato del 2008). Ma tra i suoi
209 soci erano stati indicati 24 nomi vicini agli appartenenti a Cosa Nostra,
così come aveva denunciato già a novembre del 2010 il Sen. Carlo Vizzini ed
ex-ministro della Marina Mercantile negli anni ‘90.
Come sia stata possibile
una tale ‘contaminazione’ non è ben chiaro, soprattutto agli stessi ‘camalli’
palermitani. In una intervista alla stampa locale dello scorso maggio Vincenzo
Spataro, storico presidente della New Port, ripercorreva la genesi societaria e
le varie tappe evolutive, a mostrare il proprio sconcerto. La Compagnia
Lavoratori Portuali nasceva nel 1920. Nel 1980 ci fu un concorso pubblico
bandito dall’ente porto che diede accesso alle prime 120 persone, tutte dotate
di certificato di buona condotta civile e morale e, prevalentemente, parenti di
lavoratori portuali. Altre 100 persone entrarono nel 1986 con un secondo
concorso che nel contempo faceva incorporare anche la Compagnia dei lavoratori
portuali della vicina Termini Imerese.
Nel 1994, in seguito alla legge di
riforma portuale n.84, per poter continuare la sua attività sotto la nuova
connotazione giuridica, la cooperativa atipica esistita fino ad allora veniva
spacchettata in tre diverse società: In port spa (‘cassaforte’ societaria), New
Port srl (l’impresa portuale che includeva gli operai specializzati) e Clp arl
(la cooperativa di fornitura della manodopera).
Una successiva fusione per
incorporazione fra In port e New port lasciava spazio a due soli soggetti i cui
209 soci già dal 1995 venivano registrati, con relativi certificati penali, in
prefettura.
Nel 2003 la prefettura segnala le posizioni di due soci – Nino
Spadaro e Girolamo Buccafusca – condannati per mafia e quindi estromessi dalla
società. Lo stesso accade nel 2010 quando diventano 24 i nomi dei sospettati di
mafia. 
Fino alla decisione finale di Spataro & C. di cancellare tutto il
passato con un colpo di spugna, azzerare le società e ricostituirne due – che ne
hanno rilevato i rispettivi rami d’azienda – con tutti i precedenti lavoratori
ma senza, ovviamente, i 24 segnalati dall’Antimafia. Ed ecco la genesi di
PortItalia e di TCP, le quali nel loro statuto di fondazione hanno inserito la
clausola che consente di escludere in automatico per giusta causa i soci
condannati per una serie di azioni criminose.
Coroneo ‘fissa’ la storia dello scalo palermitano in un bel
volume
 
È merito di Renato Coroneo, indefesso dirigente operativo dell’Autorità
Portuale di Palermo e autentico appassionato del proprio porto, l’avere dato
alle stampe un prezioso volume che illustra la storia del primo scalo siciliano. 
La meritoria fatica letteraria “Storia del Porto di Palermo” del funzionario
palermitano, edita dalla Marcello Clausi Editore, verrà ufficialmente presentata
il 2 dicembre all’Antico Stabilimento Balneare Alle Terrazze di Mondello, con
introduzione del Presidente dell’Autorità Portuale, Nino Bevilacqua,
dell’Ammiraglio Vincenzo Pace e del Prof. Arch. Maurizio Carta.


http://www.ship2shore.it/italian/articolo.php?id=8871

Il porto di Palermo è cosa nostra

di Lirio Abbate

Le famiglie hanno messo le mani su una
delle società più importanti che opera nello scalo di Palermo. Ma se le autorità
intervengono si rischia la paralisi

(23 novembre 2010)
 
 
Oggi è
stata sequestrata per mafia una delle più grosse società portuali della Sicilia.
L’Espresso aveva denunciato le infiltrazioni dei boss il 23 novembre 2010. I
soci della New Port si erano sentiti offesi, e dopo aver acquistato una intera
pagina pubblicitaria sul Giornale di Sicilia in cui respingevano l’inchiesta de
l’Espresso, con tante infamità, hanno pure querelato l’autore. I giudici hanno
dato ragione ai mafiosi e oggi il giornalista, che aveva provato le collusioni e
i contatti con Cosa nostra dei soci, è sotto processo per diffamazione…
 
 
 
Ci sono le mani di uomini delle cosche mafiose nell’assistenza
alle navi crociera, ai passeggeri e nella gestione delle merci al porto di
Palermo. Un affare da decine di milioni di euro l’anno che si sviluppa sui moli
del bacino siciliano.
 
Questi affiliati a Cosa nostra oggi sono diventati
imprenditori, ma hanno speso gli ultimi decenni fra le aule giudiziarie in cui
venivano processati, le carceri in cui hanno trascorso parte della loro vita e
infine la prima impresa portuale della Sicilia di cui sono diventati soci. La
società inquinata dai mafiosi, secondo i documenti di cui è entrato in possesso
“L’espresso” , è la New Port spa che
ha sempre avuto e continua ad avere un ruolo importante nel mondo portuale, in
particolare a Palermo e Termini Imerese, a cui l’Autorità portuale, presieduta
dall’ingegnere Nino Bevilacqua, ha affidato compiti professionali con precise
direttive. Un incarico che ha permesso alla New Port di fatturare nel 2008
dodici milioni e mezzo di euro. 
 
Numeri importanti per l’economia della
città che da tempo cerca di avviare le attività imprenditoriali su un percorso
di pulizia. L’Autorità portuale ha imposto direttive ferre alle imprese. Per
questo motivo Bevilacqua ha firmato un protocollo di legalità che non lascia
spazi a dubbi non solo per quel che riguarda gli appalti ma anche per le
concessioni. Ma nessuno sembra voler guardare cosa c’è dietro questa impresa. 
 
Infatti, nel caso in cui la Prefettura guidata da Giuseppe
Caruso, viste le relazioni e i precedenti penali dei soci, dovesse rilasciare
una informativa antimafia interdittiva, l’Autorità portuale dovrebbe revocare la
concessione della gestione dei servizi portuali. Una scelta non semplice, fanno
notare a “L’Espresso” alcuni investigatori, per i gravi riflessi negativi che si
avrebbero nel funzionamento del porto, a meno di non sostituire l’azienda con
un’altra società capace di subentrare, in tempi brevi, nello svolgimento delle
attività.
 
Scorrendo i 209 soci dell’impresa (gran parte dei quali
svolgono anche prestazioni lavorative come dipendenti a tempo indeterminato), si
scoprono personaggi indicati come appartenenti a Cosa nostra o altri
direttamente legati ai boss. Tutto ciò fa pensare agli investigatori che ci sia
la concreta possibilità
che la New Port possa subire il condizionamento dei clan: il presupposto che
potrebbe far negare la certificazione antimafia e cancellare ogni contratto con
la pubblica amministrazione. 
 
“L’espresso” ha ricostruito i passaggi
giudiziari che riguardano alcuni soci ed è emerso come in passato siano state
avviate indagini patrimoniali, discusse davanti ai giudici della sezione misure
di prevenzione del tribunale di Palermo, che hanno disposto il sequestro di
quote. Tra chi detiene azioni della New Port ci sono infatti: Girolamo
Buccafusca, già condannato per mafia perché ritenuto il capo della famiglia di
“Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino Spadaro delle famiglia di Corso dei
Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi Rosario Riccobono e Giovanni Graziano
della famiglia di Partanna Mondello, fratello del collaboratore di giustizia
Francesco Onorato, il sicario della mafia che ha confessato più di trenta
omicidi fra cui quello dell’eurodeputato Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè,
Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate e Benedetto Messina, tutti finiti in
indagini sui clan. 
 
Questa situazione, per gli investigatori, potrebbe
determinare una scarsa trasparenza nella gestione e nell’esecuzione delle gare
d’appalto per il nuovo Piano regolatore che prevede di realizzare nel porto
opere strutturali per circa 170 milioni di euro
 
 
PORTO DI PALERMO 13 GENNAIO 2006 
 
 
 
209 i soci che sembra abbiano legami con la mafia
 
 
L’Espresso rivela: Navi da crociera accolte da società di Cosa
Nostra
 
 

porto pa

personaggi vicini a Cosa Nostra.

L’articolo, firmato da Lirio Abbate, indica tra gli
azionisti della società: “Girolamo Buccafusca, già condannato per mafia perchè
ritenuto il capo della famiglia di “Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino
Spadaro delle famiglia di Corso dei Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi
Rosario Riccobono e Giovanni Graziano della famiglia di 





Partanna Mondello,
fratello del collaboratore di giustizia Francesco Onorato, il sicario della
mafia che ha confessato piu’ di trenta omicidi fra cui quello dell’eurodeputato
Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè, Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate
e Benedetto Messina, tutti finiti in indagini sui clan”.



http://palermo.blogsicilia.it/lespresso-rivela-navi-da-crociera-accolte-da-societa-di-cosa-nostra/17177/

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Ilva, il sistema di pressione della proprietà: Ilva di Taranto, Clini: “Non farei mai crescere mio nipote lì. Serve svolta”“L’ispezione del Ministero va pilotata” Clini, l’uomo che sussurra alle aziende

Ilva, il sistema di
pressione della proprietà: “L’ispezione del Ministero va pilotata”

Il quartier generale
dell’impianto petrolchimico di Taranto voleva condizionare le valutazioni dei
tecnici Arpa, quelle del governo e dei giornalisti. Girolamo Archinà, l’uomo
delle pubbliche relazioni della famiglia Riva, si era adoperato per riuscire a
farlo, vantando amicizie importanti con politici regionali

ilva taranto interna nuova

ILVA, NUOVI INDAGATI NELL’INCHIESTA BIS

http://tg.la7.it/cronaca/video-i583756

VIDEO 17/08/2012 13:55 ILVA, NUOVI INDAGATI NELL’INCHIESTA BIS Manager, politici e funzionari pubblici tra le sedici persone finite nell’inchiesta della Guardia di Finanza da cui emerge il sistema adottato dai vertici dell’azienda per evitare i controlli Servizio di Rossana Russo

 

IMPRESA E AMBIENTE

 

Diretta / Ilva, finisce il
vertice con i ministri
Ferrante: “Dall’Ilva altri 56 milioni per bonifica” manifestanti in attesa di Clini e
Passera

Zona rossa  attorno alla prefettura e cortei
vietati: queste le misure di sicurezza adottate in occasione del vertice con i
ministri Clini e Passera, protesano gli ambientalisti.  Malumori per la
decisione del questore di limitare cortei “sotto la prefettura e nelle relative
adiacenze”.

 

http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/08/17/news/diretta_ilva_tensione_a_taranto_cortei_vietati_nella_zona_rossa_mappa_in_arrivo_i_ministri_clini_e_passera-41067862/ 

 
 
 
Cronache
17/08/2012 –

Politici, funzionari, manager Inchiesta bis con
13 indagati

 

 

Corruzione, la mazzetta al perito
consegnata in autogrill

Guido Ruotolo inviato a Taranto
 
 
 
Tredici indagati, per concussione e
corruzione. Politici, funzionari pubblici, dirigenti Ilva, il rampollo del
patron Emilio, il «ragioniere» Fabio Riva. Gli uomini della Finanza l’hanno
chiamata «environment sold out», ambiente svenduto. E rende l’idea di una città
disperata, sotto ricatto permanente. Da un anno la procura di Franco Sebastio ha
l’esplosiva informativa dal nucleo operativo della Guardia di Finanza di
Taranto. Che solo in minima parte, con tantissimi omissis, è stata depositata al
Riesame, che ha confermato il sequestro degli impianti Ilva.

 

 

 

Sarà anche
vero che l’Italsider pubblica era un «assumificio» per clientele e notabilati
politici. Ma anche il privato, Emilio Riva, che ha preso l’acciaieria nel ’95,
ha messo sotto tutela la città. L’ha comprata, corrotta, intimidita, blandita,
come dimostra questa inchiesta con le sue chiarissime intercettazioni
telefoniche e ambientali.

 

 
L’uomo nero di questa storia è Girolamo
Archinà, il potente pr, pubbliche relazioni Ilva, detronizzato dal presidente
dell’Ilva Ferrante appena avuta lettura degli stralci di intercettazioni
depositate al Riesame. C’è una storia, che può apparire banale, ordinaria per la
sua dinamica. Un autogrill, le telecamere della sicurezza che riprendono i due
uomini passeggiare, con uno che consegna all’altro una busta bianca. Storia
ordinaria di corruzione. Solo che uno dei due è un professor universitario, un
perito nominato dal pm Mariano Buccoliero, Lorenzo Liberti, e l’altro è il
grande corruttore (che agisce su mandato della proprietà) Girolamo Archinà. Sono
loro, anche perché riconosciuti da una dipendente dell’autogrill in questione.
Liberti era uno dei periti che doveva accertare la provenienza delle diossine
che avevano avvelenato capre e pecore.
 
Il giorno prima di questa
sequenza, Archinà chiamò il cassiere dell’Ilva, Francesco Cinieri, chiedendogli
di preparare 10.000 euro («dieci per domani, se sono da cinquecento è meglio»).
Ma i tagli utilizzati furono da 50 e 100 euro. «E’ tutto pronto… tra un’oretta
c’è G. (l’autista, ndr) da te». «Ma devo portare la valigetta per ritirare la
somma?». Cinieri: «La busta entra in tasca…».
 
Grande Archinà, che non
delega il lavoro sporco a qualche suo sottoposto. E’ lui che consegna le buste.
Che ha rapporti con sindacalisti diventati politici, politici diventati uomini
delle istituzioni, pubblici funzionari e persino prelati. Sempre nella logica di
fare opere di bene. In cambio, però, di non far disturbare il manovratore. Ci
voleva pure l’Aia, autorizzazione integrata ambientale, con tutte le
prescrizioni e un inter burocratico di sette anni.
 
«Per quanto riguarda
la commissione Ipcc (la commissione delegata a fare l’istruttoria per l’Aia,
ndr), si rileva che il Girolamo Archinà si è appositamente accordato con il
dottor Palmisano, che è un funzionario della Regione Puglia incaricato di
rappresentare l’ente nelle riunioni della conferenza dei servizi che si tengono
presso il ministero dell’Ambiente, finalizzate a istruire la pratica per il
rilascio dell’Aia. Dalle telefonate si rileva che l’intervento dell’Archinà
verso il predetto Palmisano sia stato finalizzato a sensibilizzare quest’ultimo
nel dare una mano all’Ilva. Emerge anche il tentativo di pilotare i lavori della
commissione Ipcc a favore dell’Ilva, evidenza, questa, che ancora una volta
dimostra la capacità di infiltrazione degli uomini dell’Ilva a tutti i
livelli».
 
Era l’inviato a L’Avana, Palmisano. Ufficialmente partecipava
alle riunioni per conto della Regione, in realtà, sospettano gli uomini della
Finanza, curava gli interessi dell’Ilva. Un doppiogiochista, insomma. «Il fatto
che la commissione debba essere pilotata e che, comunque, sia stata in un certo
modo in parte avvicinata, si rileva anche dalla seguente conversazione nella
quale l’avvocato Perli di Milano (legale esterno dell’Ilva) aggiorna il
ragionier Fabio Riva sui rapporti avuti con l’avvocato Luigi Pelaggi, che è capo
dipartimento presso il ministero dell’Ambiente. Perli gli comunica che Pelaggi
gli ha anche riferito che la commissione ha accettato il 90 per cento delle loro
osservazioni e la visita riguarda il 10 per cento restante. Perli aggiunge che
non avranno sorprese e comunque la visita della commissione in stabilimento va
un po’ pilotata».

 

 
 
 
Che presenza soffocante, l’Ilva a Taranto. Adesso il nuovo numero uno, Bruno
Ferrante, promette di voltare pagina. Ma il passato rischia di tornare
attualissimo. Sotto forma di un provvedimento dell’autorità
giudiziaria.
 

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/465735/ 

 
 

 

http://tg.la7.it/cronaca/video-i583756

VIDEO 17/08/2012 13:55 ILVA, NUOVI INDAGATI NELL’INCHIESTA BIS Manager, politici e funzionari pubblici tra le sedici persone finite nell’inchiesta della Guardia di Finanza da cui emerge il sistema adottato dai vertici dell’azienda per evitare i controlli Servizio di Rossana Russo

 

I medici dell’Isde: “La nube della discarica è tossica”

 
 
 
L’Isde, Associazione Medici per l’Ambiente, ha inviato una lettera al sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, all’assessore alla Vivibilità, Giuseppe Barbera, e all’Aziende partecipate, Cesare La Piana, per chiedere un incontro sull’emergenza nella discarica di Bellolampo. Il sito, come sottolinea il chimico Gioacchino Genchi, membro dell’Albo degli Esperti di ISDE Italia, “continua a fumare, come ha dichiarato ieri il capo dei vigili del fuoco, il quale ha confermato che l’incendio non è finito e ci vorrà ancora tempo per lo spegnimento”. Vi proponiamo, di seguito, il testo integrale della lettera.
 
 
ISDE Palermo, sezione provinciale di ISDE Italia-AIMPA-Associazione Medici per l’Ambiente, che ha già dato la sua disponibilità alla collaborazione gratuita con codesta Amministrazione, riguardo alla vicenda relativa all’incendio di Bellolampo chiede un incontro con il Sindaco On. Prof Leoluca Orlando e gli assessori Cesare La Piana e Giuseppe Barbera, mettendo a disposizione i propri esperti per valutare e affrontare al meglio il rischio sanitario legato all’immissione in ambiente e catene alimentari di sostanze tossiche (particolato ultrafine, metalli pesanti, molecole diossina-simili, IPA etc. ) a partire dalle seguenti considerazioni:
 
1 Come medici, biologi, chimici impegnati da anni nel campo dell’epidemiologia e della cancerogenesi ambientale pur apprezzando l’Ordinanza comunale emessa, temiamo vengano sottovalutatati i rischi di medio-lungo termine per la salute di centinaia di migliaia di cittadini, che per circa una settimana sono esposti a considerevoli quantità di sostanze tossiche e mutagene e deprechiamo la carenza di dati certi concernenti la tipologia e le quantità di inquinanti (riguardo ai dati ARPA rimarchiamo che non vengono fornite chiare informazioni sulla durata oraria dei campionamenti e neppure sulla direzione del vento in relazione ai siti campionati al momento degli stessi)
 
2 A fronte delle comprensibili rassicurazioni da parte delle autorità e delle istituzioni che devono tutelare la salute dei cittadini, è infatti impossibile negare che la nube che ha gravitato sulla città (inevitabilmente carica di particolato ultrafine, metalli pesanti, idrocarburi poliaromatici, diossine) ha tutti i motivi per essere “tossica”. Dal RAPPORTO PRELIMINARE DI ARPA SICILIA 3 AGOSTO 2012 si evince, del resto, la presenza di elevati valori, “tipici di un processo di combustione incontrollata”, di composti organici volatili-VOCs -solventi organici aromatici, derivati fenolici, solventi organici clorurati, Idrocarburi Policiclici Aromatici, derivanti prevalentemente dalla degradazione di materiali organici plastici e cellulosici e BTEX (Benzene, Toluene, Etilbenzene e Xileni)- e di un modesto incremento dei valori di PM10 rispetto ai valori ordinariamente rilevati (non appare del tutto convincente l’asserzione secondo cui il modesto incremento di particolato fine PM10 sarebbe indizio di una ricaduta non elevata di diossine).
 
3 Più facilmente eseguibile (anche se non dirimente) sarebbe un rapido computo degli effetti sanitari immediati della nube tossica, (mediante un semplice conteggio dei decessi) per cause verosimilmente connesse all’inquinamento (confrontando i dati di mortalità per patologie cardiovascolari e respiratorie acute con quelli delle settimane precedenti e dello stesso periodo degli altri anni). Dobbiamo peraltro sottolineare che i reali effetti sulla salute di una simile, protratta immissione in ambiente e catene alimentari delle suddette sostanze tossiche persistenti saranno in gran parte dilazionati nel tempo e quindi di impossibile valutazione.
 
Il valore della extra-mortalità (morti attribuibili ad una certa causa) potrebbe comunque contribuire a convincere anche i nostri più restii concittadini e amministratori a impegnarsi finalmente nell’attuazione di una corretta filiera di trattamento dei materiali post-consumo basata (come prescritto da tutte le normative nazionali ed europee) su prevenzione e raccolta differenziata spinta, che rappresentano l’unica soluzione vera al problema dello smaltimento dei rifiuti. Vorremmo a questo proposito chiedere ai Sig. Commissari dell’AMIA a che punto sia la predisposizione delle filiere di riciclo del materiale raccolto, con particolare riferimento all’organico, visto che sarebbe stata attivata da tempo una sperimentazione sulla raccolta differenziata. Temendo che la risposta sia “non c’è niente di realmente operativo” vorremmo dare loro qualche suggerimento: l’attivazione rapida della raccolta e trattamento dell’organico, che rappresenta da solo il 50% di tutto il volume prodotto dai cittadini ed è attivabile immediatamente purché se ne abbia voglia e si impegni tutto il personale disponibile, rappresenta una priorità assoluta. A meno che dietro al colpevole, annoso “ritardo” nell’attuazione delle normative e nel raggiungimento degli obiettivi minimi prescritti non ci siano: da un lato la precisa volontà di perpetuare circuiti viziosi che permettano a vari soggetti di lucrare in vario modo e a vario livello su una cattiva gestione dei rifiuti; dall’altro la programmazione di impianti (inceneritori, pirogassificatori etc.) che renderebbero per sempre impossibile la realizzazione di una corretta filiera di riciclo e riuso di materiali preziosi (carta, imballaggi, plastiche etc.) con grande risparmio per i cittadini e per le istituzioni e salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica.
 
Con la presente chiediamo al Sindaco di Palermo On. Prof. Leoluca Orlando e agli assessori competenti un incontro urgente con i nostri esperti indicati in calce, con l’obiettivo di dare a codesta Amministrazione, nella quale riponiamo grande fiducia, un contributo concreto per la corretta valutazione dei rischi e per l’attuazione delle strategie precauzionali utili a ridurre l’esposizione dei soggetti maggiormente a rischio (donne in gravidanza, bambini, anziani).



Con osservanza



Ernesto Burgio, pediatra, Presidente ISDE Scientific Committee (International Society of Doctors for Environment); Coordinatore Comitato Scientifico ISDE Italia; Presidente ISDE Palermo



M.Gabriella Filippazzo, epidemiologa, membro dell’Albo degli Esperti di ISDE Italia e Vicepresidente ISDE Palermo



Gioacchino Genchi, chimico, membro dell’Albo degli Esperti di ISDE Italia

Il gip: “Ilva mossa da logica del profitto sequestro per tutelare la vita umana”

ultimo aggiornamento  4 agosto 2012

VIDEO:

IMPRESA E AMBIENTE Il GIP

“ILVA mossa da logica del profitto sequestro per tutelare la vita umana”

Danni gravissimi alla salute provocati dallo stabilimento. I Passaggi più significativa dell’ordinanza con cui sono stati disposti i sigilli a parte degli impianti

 

GIP Patrizia Todisco

 

 
“Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Sono pesantissime le conclusioni a cui è giunto il gip di Taranto Patrizia Todisco che oggi ha disposto il sequestro di sei reparti a caldo del siderurgico tarantino e ha ordinato l’arresto per otto persone, coloro che per anni hanno gestito lo stabilimento dell’Ilva.
 
 
Secondo il giudice la gestione del siderurgico più grande d’Europa è “sempre caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni provocati”, ha un impatto “devastante” sull’ambiente e sui cittadini e ha prodotto un inquinamento che “ancora oggi” provoca disastri nelle aree più vicine allo stabilimento. Nelle circa 600 pagine che compongono i due provvedimenti cautelari (di sequestro dello stabilimento e di arresto) il gip fa a pezzi tutti coloro che nei decenni hanno guidato l’impianto siderurgico. E, soprattutto, afferma che lo stop alle acciaierie deve essere immediato “a doverosa tutela di beni di rango costituzionale” come la salute e la vita umana “che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta”. Gli accertamenti e le risultanze emersi nel corso del procedimento,
 

infatti, hanno “denunciato a chiare lettere l’esistenza, nella zona del tarantino, di una grave e attualissima emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive, dallo stabilimento Ilva”.E siccome “la salute e la vita umana sono beni primari dell’individuo, la cui salvaguardia va assicurata in tutti i modi possibili”, ribadisce il giudice riportando un passaggio della richiesta dei pm, l’impianto va fermato. Anche perchè chi ha diretto lo stabilimento doveva farlo “salvaguardando la salute delle persone”, adottando “tutte le misure e utilizzando tutti i mezzi tecnologici che la scienza consente, al fine di fornire un prodotto senza costi a livello umano”. Dunque “non si potrà mai parlare di inesigibilità tecnica o economia quando è in gioco la tutela di beni fondamentali di rilevanza costituzionale, quali il diritto alla salute, cui l’art. 41 della Costituzione condiziona la libera attività economica”.Ed invece, dice il giudice, i vertici dell’Ilva hanno fatto tutto il contrario. “L’attuale gruppo dirigente – afferma infatti – si è insediato nel (maggio) 1995, periodo in cui erano assolutamente noti non solo il tipo di emissioni nocive che scaturivano dagli impianti ma anche gli impatti devastanti che tali emissioni avevano sull’ambiente e sulla popolazione”. Così come “chiarissimi” erano gli effetti subiti dalle aziende agricole. Ma non solo: “già nel 1997 e poi a seguire fino ad oggi gli accertamenti dell’Arpa evidenziavano i problemi per la salute che determinavano le emissioni del siderurgico”.

Di fronte a tutto ciò, l’intero gruppo dirigente ha sottoscritto degli “atti d’intesa volti a migliorare le prestazioni ambientali dell’impianto” (il Gip cita il primo del gennaio 2003 seguito da uno del febbraio e uno del dicembre 2004 e l’ultimo dell’ottobre 2006) che vengono definiti come “la più grossolana presa in giro compiuta dai vertici dell’Ilva”. Non c’è quindi alcun dubbio che si è di fronte ad un disastro colposo.

“L’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente e non…ha cagionato e continua a cagionare non solo un grave pericolo per la salute (pubblica) delle persone esposte a tali sostanze nocive ma, addirittura, un gravissimo danno per le stesse”. Danno, conclude il gip che “si è concretizzato in malattie e morte”. Morte documentata della popolazione di Taranto – secondo i dati snocciolati dal giudice – dagli “eccessi significativi di mortalità per tutte le cause e per il complesso delle patologie tumorali, per singoli tumori e per importanti patologie non tumorali, quali le malattie del sistema circolatorio, del sistema respiratorio e dell’apparato digerente, prefigurando quindi un quadro di mortalità molto critico”. Da 1995 al 2002 è stata inoltre registrata “significativamente in eccesso la mortalità per tutti i tumori in età pediatrica (0-14 anni)”.

(27 luglio 2012)
 
 
TARANTO
 
Diretta/Blocchi stradali, Comune Occupato Il GIP: “Solo maquiollage”. Sospette mazzette
“ILVA non lascia Taranto!: Allarme Confindustria  Blocchi stradali, quattro statali interrotte, Taranto paralizzata. La protesta degli operai dello stabilimento dove da ieri sono sotto sequestro sei reparti dell’area a caldo. Venerdì prossimo riesame. Lavoratori in strada anche a Genova.  Il Caso in Cdm. Il Pg: ” Non c’era alternativa al sequestro”. L’azienda: “Vogliamo garantire l’occupazione”. Squinzi: “A rischio la vocazione industriale del Paese”

 

Taranto la Manifestazione degli operai dell’ILVA

 

 
 
 
ORE 20.30 – Sciopero fino a domani mattina, giovedì 24 ore di stop
 
Durerà fino a domattina lo sciopero dei lavoratori dell’Ilva di Taranto, la protesta avrà una pausa sabato e domenica anche per rispetto per la città che da ieri è praticamente paralizzata. Lo hanno deciso le organizzazioni sindacali, la mobilitazione, sia pure con una articolazione diversa, riprenderà lunedì. Inoltre è già stata prevista una manifestazione sindacale il 2 agosto alla vigilia della convocazione del Tribunale del riesame sul ricorso presentato dai legali dell’Ilva.ORE 19.15 – Clini: “Chiusura avrebbe effetti devastanti”
“La chiusura dell’Ilva di Taranto avrebbe conseguenze di tipo occupazionale di livello nazionale. Nessuno di noi pensa che accada”. Così il ministro in una intervista a Sky Tg24. Ci sono due ipotesi, spiega: “Un sequestro che blocca le attività, che chiude gli impianti ha un significato devastante per la protezione dell’ambiente di Taranto perché blocca il processo di risanamento e lascia ferme problematiche che invece sono in fase di soluzione”. E “un sequestro che, come avviene in molti casi soprattutto nel caso di questo tipo di impianti, è condizionato a un esercizio che rispetta le regole ambientali e che attua i programmi di risanamento ambientale, questa è una situazione gestibile”. Nella prima ipotesi, prosegue Clini, allora “dovremo affrontare questa situazione prima di tutto dal punto di vista della sicurezza ambientale” perché “è una situazione assolutamente delicata da gestire e poi non voglio neppure immaginare gli impatti sociali di questa ipotesi”. Ma “voglio anche ricordare che, se questa fosse l’ipotesi su cui si va a finire, avremo effetti economici a catena a livello nazionale perché le imprese nazionali che si approvvigionano con i prodotti di Ilva dovranno ricorrere a fornitori diversi, che sono quei produttori tedeschi, francesi, polacchi che eserciscono i loro impianti sulla base delle stessi leggi, degli stessi criteri ai quali deve corrispondere Ilva. Per cui si creerebbe anche a livello europeo una situazione che potrebbe avere effetti importanti sulla lealtàa della concorrenza”.
ORE 18.50 – Il presidente Ferrante: “Decreto duro e pesante per l’azienda”
“E’ un decreto particolarmente duro, pesante per la società, perché prevede la chiusura di alcune aree anche se si dice di voler tutelare l’integrità degli impianti perché la chiusura sarebbe irreversibile”, dice Ferrante. E poi ammette. “Se fossi stato presidente all’epoca, avrei scelto strategie diverse non solo processualmente ma anche di dialogo con la città”. “Se c’è una minima disponibilità al dialogo e al confronto – assicura – l’Ilva non si sottrarrà”

ORE 18.29 – Squinzi: “A rischio la vocazione industriale del Paese”“Siamo molto preoccupati per lo stabilimento Ilva di Taranto. Non sono solo a rischio le sorti della prima acciaieria di Europa, di decine di migliaia di lavoratori e di un intero territorio; ad essere a rischio, proprio in un momento così delicato per l’Italia, è la stessa vocazione industriale del nostro paese”, avverte il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. “Un provvedimento di questo tipo colpisce un’azienda che ha lavorato nel corso degli anni per adeguarsi alle norme ambientali e rappresenta un segnale difficile da comprendere per gli investitori, soprattutto esteri”, spiega. “Ci aspettiamo che sia garantita la continuità dei processi produttivi – dice – e difesa l’Ilva nella sua interezza”.ORE 18.28 – Parla l’ex prefetto Ferrante, operai irrompono in sala“Non c’è alcuna intenzione da parte del gruppo Riva di lasciare Taranto” lo ha affermato il presidente dell’Ilva Taranto Bruno Ferrante nel corso di una conferenza stampa in cui, pur ribadendo il rispetto per il ruolo della magistratura, ha rivendicato il pieno di diritto di tutelarsi. “Se c’è diponibilità al confronto Ilva non si sottrae – ha aggiunto – noi siamo sicuri che in questo Paese si possano coniugare ambiente, salute, sicurezza, lavoro e impresa”. Durante il suo discorso, una trentina di operai e rappresentanti dei centri sociali hanno fatto irruzione in sala e la conferenza stampa è stata interrotta. “E’ stato un provvedimento duro e pesante – ha detto ancora Ferrante – si parla anche di tutelare l’integrità degli impianti, ma penso che la chiusura o lo spegnimento di alcune attività possa essere irreversibile e che quindi sarà difficile tutelare l’integrità degli impianti”. “Il fatto che il 3 agosto il tribunale del Riesame esaminerà la nostra istanza è importante e vuol dire che il tribunale ha preso atto della necessità di dare una risposta pronta: è un elemento di grande rilievo. Aspettiamo fiduciosi l’esame e speriamo in un esito positivo su tutte le misure adottate”. “Se potremo lavorare e continueremo a lavorare nello stabilimento di Taranto, assicureremo i livelli occupazionali come già avvenuto in passato”.
ORE 17.01 – Occupato il municipioAlcune decine di lavoratori dell’Ilva hanno occupato la sede del municipio di Taranto. E’ questa una delle manifestazioni di protesta che i dipendenti dell’Ilva di Taranto stanno mettendo in atto in difesa del loro posto di lavoro in seguito al provvedimento di sequestro degli impianti da parte della magistratura. Restano i presidi in corrispondenza delle vie d’accesso alla città e il blocco del ponte girevole. Il sindaco Ippazio Stefano ha comunicato al prefetto Claudio Sammartino l’iniziativa dei lavoratori del Siderurgico precisando di aver autorizzato la manifestazione. Gli operai si sono sistemati nel Salone degli Specchi di palazzo di città.ORE 16.45 – Ai sindacati le rassicurazioni di FerranteIl presidente dell’Ilva, l’ex prefetto Bruno Ferrante, ha accolto con soddisfazione la fissazione a breve scadenza del ricorso dinanzi al Riesame e ha rassicurato i sindacati – con i quali ha in corso un incontro – sostenendo che l’Ilva comunque non ha intenzione di chiudere lo stabilimento di Taranto. Lo si apprende da fonti sindacali. L’incontro tra Ferrante e i sindacalisti nazionali e territoriali si tiene nella sede del centro studi Ilva, nella città vecchia di Taranto. Secondo quanto si è appreso, il presidente dell’Ilva ha sottolineato che il provvedimento del gip colpisce in maniera dura e significativa l’azienda e mette in pericolo il lavoro. Il sequestro – ha aggiunto Ferrante – secondo quanto viene spiegato da fonti sindacali, ha l’obiettivo dichiarato di fermare gli impianti. Una condizione che Ferrante giudica contraddittoria rispetto alla salvaguardia dello stabilimento. ORE 16.27 – Clini: “Mi auguro che l’azienda collabori”“Mi auguro che l’azienda collabori con il ministero dell’Ambiente per superare i contenziosi che ci sono stati – ha fatto sapere il ministro dell’Ambiente – ho manifestato la mia disponibilità a riconsiderare le procedure. Mi auguro che ognuno faccia la sua parte: Regione Puglia e Ministero hanno il dovere di proseguire nell’esercizio delle competenze per fare in modo che venga rispettata la legge, la magistratura ha un compito diverso e mi auguro che non ci siano interferenze”.
ORE 15.38 – “Subito il Riesame, sbaglia chi lo chiede”“Se qualcuno dice di auspicare un riesame immediato delle misure di sequestro, non fa una valutazione corretta e accettabile e certamente sbaglia lui non certo i giudici”. Così il pg della Corte d’Appello di Lecce – sezione di Taranto, Ciro Saltalamacchia. Il magistrato ha fatto riferimento alle dichiarazioni di ieri del ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, il quale aveva per l’appunto auspicato un immediato riesame della misura di sequestro di sei impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico tarantino.ORE 15.34 – Pg: “Non è solo con la diossina che si avvelena Taranto”“Si fa riferimento a un momento particolare negli ultimi sette anni, richiamato spesso da chi ha interesse a dire che il passaggio dall’Italsider all’Ilva ha rappresentato un abattimento delle emissioni di diossina. Questo è anche vero ma non è soltanto con la diossina che oggi stiamo avvelenando Taranto”, ha spiegato il pg di Lecce, Vignola. “Ci sono le polveri sottili, i Pm10 e altri agenti patogeni – ha aggiunto – che in alcuni centinaia di casi hanno dato purtroppo quell’esito letale di cui tutti hanno sentito parlare. Vi sono ancora migliaia di persone, all’interno della stessa Ilva, e quindi parliamo degli operai, in nome e per conto della loro salute la Procura della Repubblica è intervenuta. Parliamo anche degli abitanti dei quartieri confinanti, il quartiere Tamburi, o anche che abitano anche in quartieri più lontani dove ci sono ipotesi di inquinamento e di malattie”.

ORE 15.32 – Occupazione in ComuneI lavoratori dell’Ilva sono entrati nella sala degli specchi di Palazzo di Città a Taranto. I lavoratori sono intenzionati ad occupare anche l’aula del Consiglio comunale e in municipio è atteso l’arrivo del sindaco Ezio Stefano. “Ho attraversato tutti i blocchi stradali e ho detto ai lavoratori di venire in Comune, cinque per presidio – aveva detto stamani il sindaco Ezio Stefàno – occupate anche il Comune perché voglio che si capisca che questa è la battaglia di tutta Taranto per difendere il lavoro, l’ambiente e la salute”.
ORE 15.30 – Federmeccanica: “Colpo insopportabile”Il provvedimento di sequestro all’Ilva di Taranto “desta grandissima preoccupazione in tutti gli imprenditori metalmeccanici” e “rappresenta un colpo insopportabile non solo per la siderurgia italiana, ma per tutto il manifatturiero nazionale”. Lo afferma in una nota il presidente di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi.

ORE 15.06 “Troppo pochi 320 milioni per la bonifica” “Sullo scontro tra salute e lavoro gioca in modo indegno la proprietà – scrive Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci, sul profilo fb. “Si tenta di strumentalizzare la rabbia e la disperazione dei lavoratori per bloccare la sentenza della magistratura. Ma d’altra parte non appare congrua la cifra stanziata per la bonifica dello stabilimento nell’intesa raggiunta ieri da governo, istituzioni locali, proprietà e sindacati. 330 milioni di euro sono nulla di fronte alla mole di interventi necessari. Lo dimostra la bonifica attuata in Liguria per cui sono stati stanziati ben 2 miliardi di euro”.
ORE 14.47 – Il procuratore generale di Lecce: non è solo la diossina il veleno di Taranto “Si fa riferimento a un momento particolare negli ultimi sette anni, richiamato spesso da chi ha interesse a dire che il passaggio dall’Italsider all’Ilva ha rappresentato un abbattimento delle emissioni di diossina. Questo è anche vero ma non è soltanto con la diossina che oggi stiamo avvelenando Taranto”. Lo ha sottolineato il procuratore generale della Corte di Appello di Lecce, Giuseppe Vignola, alla conferenza stampa di stamane convocata, insieme al procuratore della Repubblca del capoluogo jonico Franco Sebastio, per chiarire alcuni aspetti del sequestro delle aree più importanti – agglomerati, cokerie, acciaierie, parchi minerali – dello stabilimento siderurgico Ilva. “Ci sono le polveri sottili, i Pm10 e altri agenti patogeni – ha aggiunto – che in alcuni centinaia di casi hanno dato purtroppo quell’esito letale di cui tutti hanno sentito parlare. Vi sono ancora migliaia di persone, all’interno della stessa Ilva, e quindi parliamo degli operai, in nome e per conto della loro salute la Procura della Repubblica è intervenuta. Parliamo anche degli abitanti dei quartieri confinanti, il quartiere Tamburi, o anche che abitano anche in quartieri più lontani dove ci sono ipotesi di inquinamento e di malattie”.

ORE 14.34 – Federacciai condanna il sequestro: “Disposto in base a valutazioni opinabili”“Se un impianto in regola con le norme ecologiche”, “può essere chiuso da un magistrato sulla base di opinabili correlazioni tra l’esistenza dell’impianto industriale e la salute, non vi è più alcuna certezza del diritto”. Lo afferma la Federacciai, in una nota. “In Europa – si legge ancora – vi sono molti impianti come l’Ilva di Taranto. Ovunque istituzioni, imprese, parti sociali hanno lavorato di comune accordo per migliorare l’impatto ambientale e per raggiungere un equilibrio virtuoso tra ambiente e lavoro; così come si è fatto in questi anni per Taranto (…). Mai è avvenuto in Europa che provvedimenti unilaterali della magistratura bloccassero questo processo”. “La siderurgia italiana – si legge ancora – reagirà duramente a ogni tentativo di mettere in discussione, per una distorta ideologia ambientalista, la presenza dell’industria sul territorio e si batterà con tutte le energie di cui dispone per la salvaguardia di attività che rispettano la legge e che come tali vogliono continuare a operare”.

ORE 14.33 – “Le conclusioni dei periti terrificanti, non c’era alternativa al sequestro”
“Le conclusioni dei periti incaricati dal gip sono terrificanti”, tanto che “si è parlato di disastro ambientale relativo agli ultimi sette anni. Ci si trovava di fronte a un’azione da interrompere”, ha spiegato il procuratore generale di Lecce, Giuseppe Vignola. “I magistrati non si trovavano di fronte a “un bivio tra lavoro e ambiente, non c’era possibilità di scelta o discrezionalità. Il sequestro era obbligato, non si poteva ignorare la conclusione delle perizie, anche se il provvedimento – ha precisato Vignola – non è stato preso a cuor leggero. I magistrati si sono mossi nella legalità. Non potevano prendere altri provvedimenti in una situazione del genere”. Quindi ha affermato che “i responsabili dell’inquinamento non sono né il gip né la Procura: le responsabilità sono altre. Quelle penali le abbiamo trovate noi, quelle politiche, economiche e amministrative non spetta a noi cercarle e trovarle. Noi ci siamo mossi in un recinto, per usare un’espressione molto cara al nostro governatore è quello disegnato dalla Carta costituzionale”.
DOCUMENTI/1 Le coclusioni della perizia epidemiologica
DOCUMENTI/2 I risultati dell’indagine dei chimici

ORE 14.26 – Arresti e sequestro, venerdì prossimo al RiesameE’ stata fissata per venerdì prossimo, 3 agosto, la discussione dinanzi al tribunale del Riesame di Taranto del ricorso presentato dall’Ilva contro il sequestro degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento e le misure cautelari nei confronti degli 8 indagati (tra dirigenti ed ex dirigenti) da ieri agli arresti domiciliari.
ORE 14.04 – Blocchi stradali, il tilt il trasporto locale: “Servizio al 50 per cento”I blocchi stradali organizzati dai lavoratori dell’Ilva stanno provocando notevoli disagi alla circolazione e al trasporto pubblico locale. Ci sono presidi di operai in via Cesare Battisti, via Magnaghi, ponte girevole, porta Napoli. Diversi gli automobilisti che non hanno potuto raggiungere il posto di lavoro, tanti gli autobus rimasti fermi durante il servizio o in deposito.

ORE 13.35 – Arresti, gip: “Una busta al perito”. I sospetti sulle mazzetteMentre svolgeva, assieme ad altri due professionisti, una consulenza collegiale per conto della procura di Taranto sull’inquinamento da diossina e Pcb prodotto dall’Ilva, il docente universitario di ingegneria Lorenzo Liberti incontrò in un’area di servizio della A14 un dirigente dell’Ilva dal quale ricevette una busta bianca. Lo si legge nel provvedimento di arresto per gli otto dirigenti. Il giudice definisce l’incontro “sconcertante”, anche perché vi è il sospetto che nella busta vi fossero 10.000 euro in contanti. L’incontro avvenne il 26 marzo 2010 in un piazzale adibito a parcheggio di autoarticolati sul retro di una stazione di servizio nei pressi di Acquaviva delle Fonti, nel Barese, ed è stato filmato dalla Guardia di finanza. Poco prima, quella mattina, il dirigente dell’Ilva si era fatto consegnare da un altro dipendente dello stabilimento Ilva con mansioni di responsabile della contabilità generale la somma di 10.000 euro (uscita di cassa imputata nei registri Ilva al conto “6120 – erogazioni liberali – omaggi e regalie”); ma prima ancora, non appena aveva saputo dal contabile che la somma era pronta, aveva telefonato a uno stretto collaboratore di Liberti “affidandogli un messaggio criptico per lo stesso docente”. Liberti, interrogato sulla vicenda in qualità di indagato l’8 novembre 2011, ha ammesso le circostanze dell’incontro ma ha negato di aver ricevuto danaro “senza però fornire – annota il giudice – una spiegazione convincente né sulle circostanze nelle quali l’incontro ebbe a verificarsi né sul contenuto della busta a lui consegnata”. Anche per questo motivo il giudice ha ritenuto che a carico degli indagati sia sussistente il pericolo di inquinamento probatorio, oltre a quello di fuga e di reiterazione dei reati contestati.
ORE 13.38 – Pg di Lecce: “Di giorno rispettava le leggi, di notte le violava”L’Ilva “mentre di giorno rispettava le prescrizioni imposte, di notte le violava”, e questo “è confermato da rilievi fotografici eseguiti per 40 giorni nel corso dell’inchiesta”. Lo ha detto il pg di Lecce, Giuseppe Vignola, nella conferenza stampa in corso a Taranto. Vignola ha aggiunto che “l’azienda non può fare una ‘imbiancata’ o interventi di facciata”. “Ricordo i morti sul lavoro di Marghera e Genova – ha aggiunto – i nostri morti non sono di serie B, hanno diritto di essere tutelati”.
ORE 13.36 – Gip: “Le misure introdotte dall’Ilva, solo abile opera di maquillage”“Non vi è dubbio che gli indagati, adottando strumenti insufficienti nell’evidente intento di contenere il budget di spesa, hanno condizionato le conseguenze dell’attività produttiva per la popolazione mentre soluzioni tempestive e corrette secondo la migliore tecnologia avrebbero sicuramente scongiurato il degrado di interi quartieri della città di Taranto”. Lo scrive il gip di Taranto Patrizia Todisco nel provvedimento di arresto notificato agli otto indagati nel procedimento Ilva. “Neppure può affermarsi – annota il giudice – che i predetti (indagati, ndr) non abbiano avuto il tempo necessario, una volta creato e conosciuto il problema, per risolverlo, …”. A questo proposito il giudice, con specifico riferimento al problema delle polveri, ricorda che con precedenti sentenze del tribunale “è stato chiaramente ribadito che tutte le misure introdotte si sono rivelate, a tutto concedere, un’abile opera di maquillage, verosimilmente dettata dall’intento di lanciare un ‘segnale’ per allentare la pressione sociale e/o delle autorità locali ed ambientali…”.

LEGGI L’ORDINANZA DEL GIP

ORE 13.04 – “Non c’era alternativa al sequestro”“Il lavoro dei periti è stato ineccepibile: non c’era altra strada se non il sequestro, non c’era possibilità di adottare altri provvedimenti”. Lo ha detto il pg di Lecce, Giuseppe Vignola, parlando del sequestro di sei reparti dell’area a caldo dell’Ilva e degli otto arresti eseguiti ieri. “Le responsabilità politiche, amministrative, economiche non spetta a noi cercarle. Abbiamo operato – ha detto Vignola nel corso della conferenza stampa in corso a Taranto – nel recinto delimitato dal Codice”. “Non può esserci un bivio per la magistratura tra la tutela del posto di lavoro e la tutela dell’ambiente. Esiste – ha concluso – l’obbligatorietà dell’azione penale e la necessità di perseguire i reati”.

ORE 13.02 – Cdm, Clini espone le misure adottate per Taranto
Il consiglio dei ministri ha esaminato la questione delle misure urgenti per la bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione territoriale di Taranto. “Gli obiettivi del protocollo – si legge in una nota – verranno realizzati nelle prossime settimane attraverso appositi accordi e sotto la guida di un comitato di sottoscrittori e di una cabina di regia coordinata e gestita dalla Regione Puglia. Lo stanziamento complessivo previsto dal protocollo è di 336.668.320 euro, di cui 329.468.000 di parte pubblica e 7.200.000 di parte privata”.

ORE 13 – Bloccate quattro statali
Sono quattro le statali bloccate dai blocchi. Sulla strada statale 7 ‘Appia’ il traffico è fermo all’ altezza di Statte, direzione Taranto, con deviazione sulla strada statale 172 in direzione Martina Franca. Sulla strada statale 7 ter ‘Salentina’ c’è un blocco in località Monteparano, con deviazione allo svincolo per la provinciale 104. Sulla strada statale 106 ‘Jonica’ il traffico è bloccato all’altezza di Taranto – Raffineria Eni. Infine, sulla statale 172 ‘dei Trulli’ un blocco è segnalato in zona Taranto-ospedale.
ORE 12.42 – Il procuratore Sebastio: “L’impianto non chiederà, il provvedimento non è stato eseguito”
Sulle voci di una possibile chiusura, il procuratore Franco Sebastio ha chiarito in conferenza stampa: “A oggi sono soltanto stati notificati i provvedimenti di sequestro dell’area a caldo, ma la fase di attuazione del provvedimento “non è ancora iniziata per due motivi, sia perché ci saranno richieste al riesame, il cui pronunciamento avverrà a brevissima scadenza e poi perché parliamo di procedure tecniche da adottare che non sono affatto facili”. Si tratta di impianti – ha aggiunto – che “per essere disattivati hanno bisogno di tecnici all’altezza, di una messa totale in sicurezza e di una graduale disattivazione degli impianti che sono a ciclo continuo e marciano a temperature elevatissime. Se si dovessero spegnere di colpo – ha detto Sebastio – accadrebbe un disastro”. Sulle modalità di un eventuale spegnimento degli impianti, il gip ha comunque “dato delle indicazioni che verranno perfezionate se si dovesse arrivare alla fase di esecuzione concreta del decreto. Qualunque richiesta sarà esaminata da noi con la massima attenzione e coscienza
“.

ORE 12.25 – Assofermet: “Sequestro Taranto colpisce intera filiera”
“Fortissima preoccupazione per le sorti del sistema industriale e produttivo italiano, colpito in uno dei settori strategici e portanti dell’economia nazionale”. Si legge in una nota dell’associazione dei commercianti di ferro e acciaio aderente a Confcommercio.

ORE 12.18 – Viabilità:, bloccate le statali 7, 7ter, 106 E 172
Disagi alla circolazione alla viabilità dell’intera area metropolitana di Taranto. Lo comuncia l’Anas. Le arterie di accesso alla città di Taranto sono bloccate, in particolare sulla strada statale 7 “Via Appia” il traffico è bloccato in località Statte, direzione Taranto, con deviazione sulla strada statale 172 in direzione Martina Franca.
ORE 12.10 – Landini: “No a contrapposizioni inutili”“Abbiamo deciso di proseguire con la mobilitazione per tutta la giornata con presidi in tutta la città, è chiaro che per noi la strada non è chiudere l’Ilva ma dare una continuità produttiva”. Così Maurizio Landini, Fiom. “Vogliamo evitare contrapposizioni inutili, ma è importante che anche l’azienda faccia la sua parte”.

ORE 12.05 – Genova, i lavoratori in prefetturaUna delegazione di Cgil, Cisl e Uil è in prefettura per un incontro con i rappresentanti del governo. Un migliaio gli operai degli stabilimenti scesi in piazza, per manifestare contro la chiusura degli impianti di Taranto.

ORE 12.01 – Riccardi: “Sono molto preoccupato” – LEGGI
“In Consiglio dei ministri ne abbiamo parlato. Io sono molto preoccupato, bisogna fare in modo che non ci siano conseguenze per i lavoratori e per l’economia pugliese”. Così il ministro per la Cooperazione Andrea Riccardi sul caso Ilva.

ORE 11.59 – “Provvedimento sofferto ma obbligato” “E’ stato un provvedimento estremamente sofferto, la sofferenza è in ogni rigo. La magistratura si è mossa solo per rispondere al dettato costituzionale che impone l’obbligatorietà dell’azione penale. Non c’era possibilità di scelta. La collega gip si è impegnata con professionalità elevata sulla base del lavoro svolto dai colleghi della Procura”. Sono le parole del procuratore generale presso la Corte di Appello di Lecce, Giuseppe Vignola nel corso dell’incontro con la stampa cui partecipa anche il procuratore di Taranto Francesco Sebastio.

ORE 11.40 – Saccomanno (Pdl): “Governo dichiari stato di emergenza”“Il governo dichiari lo stato di emergenza per Taranto. Prima di riferire in Parlamento, il governo con urgenza determini l’adozione di percorsi autorizzativi, che consentano di riprendere il lavoro agli operai. Il presidente Monti ed i ministri Clini e Passera guardino a Taranto con la stessa preoccupazione con cui ogni giorno confrontano le loro mosse con il resto d’Europa”. Lo chiede il senatore Pdl Michele Saccomanno. “E’ improcrastinabile – prosegue – un’iniziativa che consenta alla magistratura non di assolvere Riva, ma di riaprire l’Ilva”.

ORE 11.11 – Blocchi stradali in diversi punti della città, Taranto paralizzata “La produzione non si è fermata: noi non ci fermiamo e non ci fermeremo”. Gli operai dell’Ilva stanno presidiando con dei blocchi diversi ingressi della città: ce ne sono due sulla Statale 7 Appia, prolungamento della Statale 100 per Bari; un altro davanti alla stazione ferroviaria, prima del Ponte di Pietra, e poi in città sul Ponte Girevole. Presidiate anche la strada per Statte, la 106 Ionica per Reggio Calabria e la strada per San Giorgio Ionico. E’ quasi impossibile superare i blocchi: il passaggio viene consentito soltanto a chi deve raggiungere l’ospedale, ai mezzi di soccorso e ai giornalisti ma con molte difficoltà. Tensioni si registrano anche tra alcuni residenti e i manifestanti.

ORE 11.03 – I lavoratori: “Non c’è futuro senza questa azienda”
“In Italia le bonifiche non vengono fatte da oltre 12 anni e a Taranto da 50 anni. E’ giusto che Taranto sia risanata, ma è giusto anche che l’Ilva continui a produrre. Non c’è futuro senza questa fabbrica”. E’ lo sfogo di uno dei lavoratori dell’Ilva che stanno scioperando.”Siamo tutti qui – commenta un altro operaio – a testimoniare la nostra disperazione. Se l’Ilva chiude come faremo, come daremo da mangiare alle nostre famiglie? Siamo ingegneri, tecnici, operai: non c’è distinzione di figure professionali. Siamo tutti nella stessa situazione. Se per loro mandare per strada tutte queste persone è una cosa giusta, io non lo so”. Molti lavoratori non sono tornati a casa e la notte scorsa hanno dormito per strada. “Il posto di lavoro è la prima cosa, ma si possono conciliare occupazione, ambiente e diritto alla salutè, dice un altro manifestante. E un suo collega aggiunge: “Siamo indignati. Pensiamo che non sia corretto quello che sta avvenendo in questo momento verso i lavoratori, verso un’azienda che nel corso degli anni ha fatto passi da gigante rispetto a quella che era la gestione precedente”.
ORE 10.32 – E’ cominciata la riunione del Consiglio dei ministri. Nel corso del Cdm, come ha annunciato il ministro Clini, sarà affrontata anche la questione dell’Ilva di Taranto.
ORE 10.30 – Ambientalisti: “La magistratura è intervenuta dove la politica ha fallito”“La storia di Taranto è cambiata per sempre. Nulla sarà come prima”. Lo si legge in una nota dei rappresentanti delle associazioni ambientaliste ‘Taranto respira’. “Dopo anni di omissioni, incuria, negligenza e connivenza sono arrivati al pettine tutti i nodi irrisolti dell’Ilva. La malapolitica a Taranto non ha protetto il suo territorio e la salute della collettività. Per anni una lobby di potere ha messo il silenziatore alla sofferenza. La verità sul tappeto è che la magistratura è intervenuta perché la politica ha fallito. In questo momento deve prevalere il senso di responsabilità per dare un futuro a tutti i lavoratori e per costruire assieme un’alternativa di sviluppo ecosostenibile”.

ORE 10.26 – “Senza salvaguardia, voragine occupazionale”
“Senza la salvaguardia del sito dell’Ilva di Taranto si creerà una voragine occupazionale”. Lo ha detto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, intervenendo a Radio Anch’io.

ORE 9.50- Taranto bloccata dalla protesta degli operaiSi prospetta una giornata campale a Taranto praticamente bloccata dalla protesta degli operai ovviamente preoccupati sugli effetti occupazionali del provvedimento di sequestro di alcune aree produttive dell’Ilva disposto ieri dal gip Patrizia Todisco nell’ambito dell’inchiesta su inquinamento ambientale che ha portato anche agli arresti domiciliari di otto fra dirigenti e tecnici del gruppo siderurgico. Attualmente sono bloccate le statali 100, per Bari, e 106 per Reggio Calabria, un presidio è segnalato sulla superstrada che Taranto va verso Grottaglie e Brindisi, all’altezza dello svincolo per Statte a ridosso dell’area industriale.
ORE 9.46 – Il caso Ilva all’attenzione del governoIl caso dell’Ilva di Taranto “è all’ordine del giorno” del Consiglio dei ministri di questa mattina. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ospite di Radio Anch’io su Rai Radio1. “Ci sarà uno scambio di informazioni”, ha aggiunto Clini, “e illustrerò il protocollo sottoscritto ieri”. Il ministro spiegherà la necessità di “sostenere la continuazione del programma di risanamento ambientale degli impianti di Taranto”.

ORE 9.30 – Sciopero anche a Genova
Gli operai dell’Ilva di Genova stanno manifestando in corteo, a Cornigliano, al termine di una assemblea convocata dai sindacati dopo la notizia del sequestro, disposto dalla magistratura, dell’intera area a caldo dello stabilimento di Taranto, che mette a rischio l’attività in quello ligure, dove lavorano 1760 persone, di cui 900 con contratto di solidarietà, che scade a settembre. L’Ilva di Genova ha solo 5 giorni di autonomia dopo la chiusura dello stabilimento pugliese, l’unico in grado di produrre acciaio dalla materia prima.

ORE 9.15 – “Bloccheremo la città”
Assemblea all’alba degli operai Ilva con i segretari nazionali di Fiom Fim e Uilm Landini, Bentivogli, Palombella. I lavoratori decidono di “bloccare tutto”. Non si entra e non si esce dal capoluogo ionico. Landini: “Fermare lo stabilimento non permette di risanare. No alla contrapposizione tra noi e la magistratura. Il tempo delle furbizie è finito. Ilva investi nel risanamento, metta i soldi. Questo è un problema nazionale: Monti deve intervenire”.

ORE 9 – Il sindaco: “Svolta per il futuro”
“Vorrei ringraziare la magistratura, perché se non si fa luce e giustizia non si risolvono i problemi. E adesso, dopo aver accertato che quella industria inquinava e produceva morti possiamo voltare pagina”. Così il sindaco Ippazio Stefano, sottolineando che “l’accordo siglato a Roma rappresenta una svolta per il futuro” della città: 330 milioni di euro da spendere per le bonifiche, l’ambiente – spiega – non sono parole e promesse ma certezze”. “E’ comprensibile la tensione e la preoccupazione dei lavoratori che temono di perdere il lavoro e io mi sento di esprimere loro la massima solidarietà. Ma deve essere chiaro che la magistratura deve andare fino in fondo, accertare i fatti e fare giustizia”.

8.30 – Lavoratori in assemblea
Migliaia di lavoratori in assemblea all’interno dello stabilimento Ilva di Taranto per discutere della situazione venutasi a creare dopo il sequestro degli impianti e degli otto arresti notificati ieri dalla magistratura tarantina. All’assemblea sono presenti i segretari generali di Uilm, Fiom e Fim, Rocco Palombella, Maurizio Landini e Marco Bentivoglio.
LEGGI Sigilli all’Ilva, Taranto paralizzata

ORE 8 – Sciopero a oltranza
E’ sciopero a oltranza nella fabbrica, proclamato ieri e confermato stamattina durante l’incontro già convocato in precedenza, tra gli operai dello stabilimento siderurgico sotto accusa per disastro ambientale. I segretari nazionali dei metalmeccanici hanno assicurato il loro impegno affinchè il governo centrale mantenga alta l’attenzione sulla situazione dei circa 12mila operai che rischiano il posto di lavoro. L’invito è stato quello a rimanere uniti.
FOTO MIGLIAIA DI OPERAI IN CORTEO
VIDEO/1 LA PAURA E LA RABBIA
VIDEO/2 “IL LAVORO NON SI TOCCA”
Gli operai, che già da ieri hanno bloccato la statale 7 Appia, (prolungamento della statale 100 per Bari), davanti all’ingresso principale dello stabilimento, quello nei pressi della direzione, sono intenzionati ad attivare tra poco presidi e blocchi a seconda del turno sulla via per Statte, sulla statale 106 jonica per Reggio Calabria, in città sul ponte girevole e sulla strada per San Giorgio. Intanto il prefetto Claudio Sammartino ha convocato nuovamente per stamane i sindacati nella sede del palazzo di governo. Questa mattina è prevista anche la conferenza stampa del procuratore capo di Taranto Franco Sebastio per chiarire alcuni aspetti de provvedimento che, oltre a sequestrare gli impianti, ha sottoposto agli arresti domiciliari otto dirigenti dell’Ilva.

(27 luglio 2012)

http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/07/27/news/ilva_migliaia_di_lavortori_in_assemb-39808369/

Ilva, ovvero come dalle ciminiere non nascono le nuvole. E come dal latte non può nascere la diossina.

Rosy Battaglia – 27 luglio 2012

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/bat-blog/ilva-ovvero-come-dalle-ciminiere-non-nascono-le-nuvole-e-come-dal-latte-non-puo-nasce#ixzz22aZ7Ru5k

ILVA DALLE CIMINIERE  NON NASCONO LE NUVOLE E COME DAL LATTE NON PUO’ NASCERE  LA DIOSSINA
Rosy Battaglia – 27 luglio 2012

Quando ieri ho appreso della manifestazione degli operai a Taranto in seguito al sequestro della magistratura dell’impianto a caldo dell’Ilva, “senza facoltà d’uso”, il mio pensiero è andato ad un racconto.In realtà un testo teatrale struggente come “Venticinque mila granelli di sabbia” di Alessandro Langiu, (qui ne potete vedere un estratto), autore tra l’altro di “Di fabbrica si muore”, la storia di Nicola Lovecchio morto di tumore al petrolchimico di Manfredonia.

Alessandro Langiu ci mostra una Taranto attraverso gli occhi di due ragazzini che vivono tra le “Palazzine Italia”, metafora, forse, del quartiere Tamburi, il più colpito dall’inquinamento dell’Ilva. Simbolo, in ogni caso, di quell’umanità popolare che vive a ridosso di tutte le aree industriali del nostra penisola, da Livorno a Casale, da Brescia a Marghera.
Dove “ci sta la polvere rossa che copre dappertutto”. Dove “ci sta poca luce” ma dove “ci sta pure” il campetto di calcio, dove il terriccio è misto alla sabbia rossa onnipresente.

Cosa è davvero la fabbrica che decide del loro destino, Mustazz e Nunzio, i giovani protagonisti del racconto, lo capiranno durante la gita in barca che, faranno con il nonno pescatore, nel Mare Piccolo.
Da lì, per un attimo e per la prima volta, distanti dalla città e dalle Palazzine Italia, assisteranno alla nascite delle nuvole. Ma quello che vedranno, davvero, sarà il fumo delle ciminiere. La nuvola rossa che copre e ammanta la città.

Quel fumo, ieri dalle bocche dell’Italsider, oggi dalle bocche dell’Ilva, non esce più. O meglio non così. Sparite le polveri, o rese meno visibili dai filtri particolato, i livelli di emissione delle diossine sono diventati accettabili . Eppure “la situazione dell’Ilva impone l’immediata adozione -scrive negli atti il Giudice per le Indagini Preliminari- a doverosa tutela dei beni che non ammettono contemperamenti, compromessi, o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo”.

Già , perché le diossine si sedimentano nei tessuti grassi degli animali e ovviamente dell’uomo, dice lo stesso Ministero della Salute. Senza dimenticare i 174 morti accertati per tumore in 7 anni  ( in 13 anni sarebbero 386 decessi totali, 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie, in gran parte tra i bambini, 17 casi di tumore maligno in età pediatrica) , ecco perché oltre i 2170 animali abbattuti, i 4 milioni euro di cozze appena sequestrate, a Taranto c’è la più alta presenza di diossine nel sangue materno . Fino a 20 picogrammi per grammo di grasso, quando la dose settimanale tollerabile è stata fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a 14. Come ai tempi di Seveso. O peggio.

Un veleno che arriva da lontano. Se la magistratura individua il dolo e la responsabilità del disastro ambientale negli attuali proprietari e  dirigenti Ilva, ricordiamo che l’avvelenamento non è partito con la privatizzazione del 1995 ma almeno sessant’anni fa. Allora il proprietario dello stabilimento Italsider era l’IRI, di fatto, lo Stato italiano. Oggi tutti reclamano la riapertura dell’impianto,promettendo finalmente l’attenzione alle norme di tutela e sicurezza ambientale. Dallo stesso Ministro dell’Ambiente Clini, al presidente della Regione Puglia, agli stessi operai che in queste ore stanno protestando per il loro diritto al lavoro. Ai sindacati che oggi dicono “diritto al lavoro e diritto alla salute devono e possono andare di pari passo”.

Rileggo l’epilogo di “Venticinque mila granelli di sabbia”. Mentre uno dei due amici parte con il nonno e gli animali, l’altro rimane. Riceve dalle mani della madre ammalata una lettera.
“In conseguenza del pensionamento anticipato per le gravi condizioni di salute di sua madre il nostro aiuto e il tentativo di starle vicino di manifesta nella proposta di inserimento nell’organico del centro siderurgico Italsider, con la qualifica di metalmeccanico(..) “.
Mustazz contro il volere di chi lo ha generato rimarrà, e sogna lavorando, facendo i turni, chissà, di comprarsi la macchina e forse “la sua casa fuori dalle Palazzine Italia”:

Così oggi all’Ilva ci sono tanti Mustazz. L’ 80% dei dodicimila dipendenti ha un età tra i 20 e i 39 anni. Giovani uomini che hanno accettato e lottano per quel lavoro che avvelena il latte dei loro figli, l’unico possibile.
“Ma chi rimane sceglie di non vedere” dice la voce narrante di “Venticinque mila granelli di sabbia”
Ed è qui che vorrei che il racconto avesse un altro epilogo.
Che per una volta ci svegliassimo tutti insieme per reclamare insieme agli operai dell’Ilva, il diritto al lavoro. Ma anche e soprattutto il diritto alla salute. E alla vita.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/bat-blog/ilva-ovvero-come-dalle-ciminiere-non-nascono-le-nuvole-e-come-dal-latte-non-puo-nasce#ixzz22aZwWVEv

 

Ilva, tutte le carte dell’inchiesta

 Un operaio dell’Ilva scrive ad Affari

Gent.mo direttore

vi disturbo nuovamente per il seguente motivo: sono rimasto indignato dalla notizia il cui link è allegato a ben vedere per un, non dico banale in questa stagione ma quasi, incendio se pur in una discarica che lo stesso sprigioni diossina il neo sindaco ha subito vietato vedite di ortaggi e simili (leggerà nell’articolo) impedito la circolazione di auto a diesel fin tanto che le strade non saranno lavate per eliminare il rischio diossina… e addirittura esaminare le mamme per vedere se il latte non sia inquinato dalla diossina (cosa sacrosanta intendiamoci ma solo passeggera in fondo è un incendio scoppiato nel mese più caldo degli untimi 100 anni e canadair e pompieri hanno gia domato per buona parte di qui la domanda ma sono loro molto sensibili o sono i tarantini che non capiscono un tubo? Noi che viviamo da oramai mezzo secolo passato in queste condizioni , come se fosse cosa ordinaria e naturale pensa sia cosa normale? e pensare che abbiamo un sindaco che è un MEDICO almeno l’ultimo , non so se dire l’ultimo sindaco (ormai da più di 5 anni) sindaco medico oppure l’ultimo dei medici che è sindaco. se non mi fossi innervosito nel leggerlo riderei della assurda situazione a cui ci stiamo trovando e ancora peggio è che la notizia è del 30/7/2012 prima di parte del macello che stanno creando in città per proteggere uno stabilimento che per SUA NATURA produce diossina … ma qui in questi anni nessuno ha mai posto o proposto l’idea di una sceennig della popolazione o quanto meno un lavaggio più frequente delle strade (non una volta al mese) è cosa logica? non penso proprio…. cordiali saluti

Gianni Marino

La risposta del direttore di Affari, Angelo Maria Perrino

Caro Marino,

lei ha perfettamente ragione, sono gravissime le responsabilita’ della politica locale, della classe dirigente tutta, del sindacato silente e quindi colluso (il loro compito non e’ difendere il diritto dei lavoratori? E quello alla vita e alla salute non e’ un diritto dei lavoratori)?
Ora, per fortuna, grazie al severo intervento dei magistrati si e’ aperto un varco verso un ripensamento complessivo e una svolta. Che pero’ richiedera’ l’impegno solidale di tutti, senza quegli opportunismi e scambi sottobanco che hanno trascinato Taranto nel fango della diossina e in quel malcostume anarchico generalizzato che ho definito nel titolo del libro appena prodotto da Affaritaliani “il Patto d’acciaio”.

Ora chi e’ fuori da quel patto scellerato(c’e’ piu’ di qualcuno a Taranto che ha mantenuto l’indipendenza e l’onesta intellettuale) aiuti chi ci e’ caduto dentro per un malinteso e fuorviante stato di necessita’a divincolarsi e a romperlo. Per avviare Taranto e la sua provincia a una nuova vita, nella quale l’industria continui a operare ma  nel piu’ rigoroso e severo rispetto della legge e la politica e l’economia locali,oltre ad esercitare quei controlli finora mai esistiti, attraggano nuove risorse pubbliche e private verso iniziative imprenditoriali alternative, coerenti con il territorio e le sue straordinarie ricchezze.

ILVA TUTTE LE CARTE DELL’INCHIESTA

di Paolo Fiore e Lorenzo Lamperti

DAL PATRON AI CAPI AREA – La Procura di Taranto ha disposto il provvedimento di custodia cautelare agli arresti domiciliari per otto indagati: il patron dell’Ilva Emilio Riva e suo figlio Nicola, il direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, il capo dell’area parchi Marco Anselmi, il capo area agglomerato Angelo Cavallo, il capo area cokerie Ivan Di Maggio, il capo area Altoforno Salvatore De Felice e il capo area acciaieria Salvatore D’Alò.

“UN DISEGNO CRIMINOSO” – Secondo il gip Patrizia Todisco, gli otto indagati hanno messo in atto un “disegno criminoso, in concorso tra loro, nelle (loro) rispettive qualità”. In particolare, non avrebbero impedito “una quantità imponente di emissioni diffuse e fuggitive nocive in atmosfera in assenza di autorizzazione”. Emissioni derivanti dall’area parchi, dall’area cokeria, dall’area agglomerato, dall’area acciaieria e dall’attività di smaltimento operata nell’area Grf e dalle diverse “torce” dell’area acciaieria. Attraverso queste torce, l’impianto smaltiva “abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi. Tutte emissioni che si diffondevano all’interno del siderurgico” e, cosa ancor più grave “nell’ambiente urbano circostante per la salute pubblica”. L’attività degli otto indagati, secondo il gip, “operavano e non impedivano con continuità e piena consapevolezza una massiva attività di sversamento nell’aria (…) determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei quartieri vicino il siderurgico”. Il tutto seguendo una “logica del profitto” che ha arrecato danni a “diverse aziende agricole locali (…) causando l’avvelenamento da diossina di circa 2.271 capi di bestiame destinati all’alimentazione diretta e indiretta con i loro derivati”. Non solo, a essere contaminati sarebbero stati anche “decine di edifici pubblici e privati (…) ubicati nel Quartiere Tamburi (…) Con l’aggravante di danno arrecato a edifici pubblici o destinati all’esercizio di un culto”. E le responsabilità che il gip ascrive ai dirigenti Ilva sono molto gravi: “Nelle imprese di grosse dimensioni, gli amministratori delegati ed i dirigenti che continuano la produzione nonostante la stessa appaia inequivocabilmente dannosa per la collettività omettono di improntare la propria condotta a quei canoni di diligenza, prudenza e perizia che le specifiche funzioni espletate impongono. Inoltre, avendo i predetti deciso di proseguire la produzione con gli stessi sistemi già ritenuti insufficienti a contenere i gravi fenomeni di inquinamento ambientale, non esperendo ulteriori e più radicali interventi, si può senz’altro ritenere che la condotta degli stessi è senz’altro supportata dall’elemento psicologico del dolo”.

LA RESPONSABILITA’ DI RIVA – Secondo il gip, uno dei primi responsabili del disastro ambientale, il reato ipotizzato dalla Procura di Taranto, è il patron: “Delle due l’una: o Riva era ben consapevole “ab origine” di tutti i suindicati profili o, comunque, ne ha avuto contezza almeno dall’anno 1997 – come rivela il primo “protocollo d’intesa” – e però ha deliberatamente omesso le scelte che era chiamato a compiere al fine di impedire che si realizzassero gli eventi previsti dalle norme incriminatrici ascrittegli, agendo a costo di cagionarli, ovvero non ha ben valutato ogni aspetto dell’attività dell’impresa e per ciò solo versa in colpa, trattandosi, pur sempre, di inosservanza del dovere di “diligenza”. L’agire come portatore di un determinato ruolo sociale, invero, comporta l’assunzione di responsabilità di saper riconoscere ed affrontare i problemi legati a quel ruolo, secondo i canoni di diligenza, capacità e conoscenze per esso richiesti, ovvero di ricercare il conforto dei dati tecnici necessari a dominare quella determinata fonte di pericolo o di danno connessa all’attività esercitata. Tanto, peraltro, sul decisivo rilievo che non si era in presenza di fenomeni occasionalmente cagionati dall’attività produttiva ma di caratteristica costante e connaturata alla peculiare strutturazione del ciclo produttivo integrale ed alla specifica dislocazione dell’area parchi nell’ambito dello stabilimento Ilva di Taranto”.

“EMERGENZA AMBIENTALE E SANITARIA” – A sostegno dei provvedimenti adottati c’è un impianto probatorio di “tale solidità, consistenza e chiarezza da imporre con assoluta cogenza” l’immediata messa in atto del sequestro, “reso non più eludibile dalla gravissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria”. Il gip sottolinea come “agli esiti degli accertamenti peritali”, ovvero delle perizie ordinate dalla Procura diretta da Franco Sebastio e svolte dai dottori Mauro Sanna, Rino Felici, Nazzareno Santilli e Roberto Monguzzi. “non sia stata contrapposta dagli indagati (…) alcuna propria relazione di consulenza”.

“LA FARSA DEI RIVA”- Nella parte preliminare dell’ordinanza di sequestro, il gip Todisco cita direttamente la direttiva della Commissione Europea del 28 febbraio 2012 in materia ambientale, che stabilisce i livelli massimi di emissione. E sottolinea che al forum per l’elaborazione del documento condiviso e valente in tutti gli Stati membri “hanno preso parte attiva (…) rappresentanti delle industrie interessate tra cui in prima fila rappresentanti dell’Ilva s.p.a. di Taranto”. Insomma, l’Ilva non poteva non sapere quali erano le regole da seguire. “Essa, dunque, sa bene quali siano le migliori tecniche disponibili per la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento da emissioni industriali, cosicché non può invocare alcuna buona fede per giustificare le persistenti, gravissime inerzie accertate nel corso delle indagini (…) che costituiscono solo il frutto di una pervicace politica aziendale ispirata esclusivamente dalla logica del profitto, a detrimento della tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini. Nulla è cambiato sino ad oggi nonostante la farsa degli atti di intesa”.

“LE POLVERI KILLER” – Concretamente, l’inquinamento deriva dalla zona calda, da dove proviene un “annoso e insuperato problema delle emissioni di polveri”. Aree per la quale “non sono previsti sistemi di monitoraggio delle emissioni. Si registra la presenza di “tracce di metalli pesanti” come l’arsenico, ferro e ossidi di ferro, tutti aerodispersi, cioè diffusi nell’aria della città tarantina. Ma non solo: “Nei residui massivi prelevati nelle aree adiacenti il parco minerale sono state rilevate tracce di metalli pesanti come piombo, vanadio e nichel”. Tutte queste sostanze sarebbero quelle di cui i residenti del quartiere Tamburi hanno denunciato la presenza. Insomma, quelle polveri di “colore rossastro-bruno” che contaminano soprattutto “le postazioni immediatamente a ridosso dei parchi minerali” e che “costituiscono un primo anello attorno allo stabilimento”. Anello del quale fanno parte il cimitero, il centro Caritas, la scuola Deledda, Edison, LIAM e la cappella comunale costruita nel 2004 all’interno del cimitero San Brunone. Proprio la data recente di costruzione sarebbe la prova che anche dopo i primi accertamenti giudiziari del 1999 l’Ilva “abbia tenuto una condotta di totale disinteresse per la soluzione del problema delle polveri”. Nessuno ha mai fatto nulla per evitare la loro diffusione, sin dal 1995, ai tempi cioè dell’acquisizione dell’Italsider da parte della famiglia Riva. Scrive il gip: “Nel corso degli anni e fino alla data odierna nessuna misura idonea è stata mai sostanzialmente adottata, sicché le polveri, unitamente a fumi e gas, continuano a diffondersi nell’ambiente circostante. E cioè nonostante i diversi atti di intesa (…) risalenti al gennaio 2009, febbraio 2004, dicembre 2004 e ottobre 2006”. Il gip è molto duro su questo aspetto: “Nulla è cambiato sino ad oggi nonostante la farsa degli atti di intesa”. L’area cokeria, quella che produce le sostanze più nocive, “evidenzia valori prossimi a quello dell’intervallo indicato nel BRef (valore) di riferimento, ben distanti dal valore minimo dell’intervallo riportato nel BRef. Infatti l’emissione specifica di polveri (267 g/t coke), stimata dal gestore per l’intera area cokeria, è risultata superiore di 17 volte al valore minimo (15,7 g/t coke) del BRef”. Responsabilità anche per l’area agglomerato che, “a tutt’oggi”, non ha in dotazione “un sistema di monitoraggio in continuo dei micidiali inquinanti” che produce, con tanto di emissione di fumi “superiore ai limiti”.

“A TARANTO RESPIRARE FA MORIRE” – L’offensività delle polveri provenienti dall’Ilva è, secondo il gip, molto alta: “Le sostanze inquinanti aerodisperse hanno un rilevante impatto negativo sulla salute dell’uomo, ed in modo specifico sull’apparato respiratorio direttamente raggiunto per via inalatoria”. I dati epidemiologici “mostrano nell’area di Taranto significativi eccessi in entrambi i sessi per quanto riguarda il linfoma non Hodgkin, per il quale possibili fattori di rischio ambientali sono rappresentati dalle diossine e dai policlorobifenili”. Nell’area di Taranto “si registrano significativi eccessi di tumori polmonari e vescicali, per i quali l’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici costituisce un importante fattore di rischio”. E nel caso dei tumori polmonari “si riporta anche un’associazione significativa con la distanza della residenza dall’area dello stabilimento siderurgico”. Gli effetti dell’inquinamento su chi si trova a Taranto sono visibili anche a breve termine, tanto da essere “osservabili immediatamente, nell’arco di pochi giorni dal picco di inquinamento”. Il tutto provoca un “eccesso statisticamente significativo di morti per cause naturali”.

“A RISCHIO I BAMBINI E LE GRAVIDANZE” – La categoria maggiormente a rischio è quella “rappresentata dai bambini”. Le sostanze inquinanti causano, secondo i periti “effetti avversi sulla salute infantile e sulla gravidanza”. Insomma, “allo stato attuale delle conoscenze appare evidente che gli effetti (…) sulla salute sono molto complessi ed importanti, non solo per le patologie tumorali ma anche per il coinvolgimento della fisiologia di molti organi ed apparati provocando gravi danni allo stato di salute degli esposti”. Tra le malattie con le quali c’è un’associazione ci sono la leucemia linfoblastica acuta, la leucemia linfocitica cronica, i linfomi non Hodgkin e il mieloma multiplo: “La cancerogenicità del benzene è dovuta al suo comportamento da agente intercalante al dna; questo fenomeno provoca alterazioni nella sintesi proteica e rende incontrollata la riproduzione cellulare”. Il numero di decessi e di malattie riconducibili all’eccesso di PM10 è molto elevato: “Si noti che i casi attribuibili sono stati calcolati per l’intero periodo di osservazione per la mortalità totale e i ricoveri ospedalieri (1998-2010) e per il 1998-2008 per la mortalità per causa. In sostanza, per citare alcuni dati della tabella, nei 13 anni di osservazione sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache. Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per anno). L’esposizione a PM10 primario di origine industriale (in grande prevalenza proveniente dalle sorgenti convogliate del complesso siderurgico) è associata in modo coerente con un aumento della mortalità complessivo e con la mortalità e morbosità per cause cardiovascolari (in particolare la malattia ischemica), respiratorie, neurologiche e renali”.

“SITUAZIONE COMPROMESSA” – I periti hanno ribadito come “lo stato di salute della popolazione di Taranto sia di indubbia compromissione e che a causa dell’inquinamento ambientale in atto la situazione di Taranto sia grave, tenuto anche conto del confronto con la popolazione dell’intera regione Puglia”. Una situazione “di pressione ambientale, di stato di salute complessivo non solo di alcune aree di Taranto, ma di Taranto nel suo complesso rispetto alla regione, che è difficilmente riscontrabile in altre aree del paese”. Una situazione di tale gravità da indurre il dottor Forastiere al seguente commento: “Questo vorrei che fosse chiaro, anche noi ci siamo meravigliati del fatto che l’indagine epidemiologica è scaturita per indicazione della magistratura e non per l’indicazione del sistema generale e delle istituzioni”. In conclusione, l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte. I modelli di analisi messi a punto hanno consentito di stimare quantitativamente il carico annuale di decessi e di malattie che conseguono all’esposizione all’inquinamento.

“VIDEO SCONCERTANTI” – A sostegno della tesi secondo la quale i dirigenti dell’Ilva non abbiano approntato nessun cambiamento presso il reparto cokeria in seguito alla perizia del 2002 che indicava “prestazioni ambientali” ricollegabili “ad impianti con più di venti anni di esercizio e che presentano problemi all’integrità dei forni” ci sono anche delle riprese realizzate dal Noe di Lecce in data 28 novembre 2011. L’esito dei controlli è definito dal gip “sconcertante”, ed emerge da video e fotografie “eloquenti e impressionanti”. I militari, in particolare, “notavano personalmente in sede di sopralluogo la generazione di emissioni fuggitive provenienti dai forni che, una volta aperti per fare fuoriuscire il coke distillato, lasciavano uscire i gas del processo che invece dovrebbero essere captati da appositi aspiratori/abbattitori installati sulle macchine scaricatrici”. Inoltre, il video chiarisce come “nella parte superiore dei forni le bocche di caricamento (dove viene caricato il coke da distillare) che dovrebbero essere sigillate prima dell’inizio della cottura, in realtà sfiatavano durante il processo a causa della loro non corretta chiusura”.
Affari Italiani

Affari Italiani

PIU’ ELOQUENTE DI QUALSIASI COMMENTO” – Nel video allegato a un esposto firmato dall’on. Angelo Bonelli (Verdi) e dai professori Fabio Matacchiera e Alessandro Marescotti “è evidentissima la dispersione incontrollata di polveri che fuoriescono dai Big-Bag durante la loro movimentazione. Il video appare più eloquente di qualsiasi commento e lascia sconcertati ove si ponga mente alla circostanza che è proprio il contenuto di diossina di quelle polveri che è stato ritrovato nei terreni e negli animali”.

 

Affari Italiani – DAVANTI ALL ILVA DI TARANTO COME UN GIACIMENTO DI PETROLIO.

“E’ DISASTRO AMBIENTALE” – Il gip conclude che “le emissioni” sono dovute alla “mancanza di controlli in continuo che per i punti emissivi che convogliano anche le lavorazioni che riguardano rifiuti risulta essere obbligatoria (…) Le emissioni convogliate inoltre appaiono chiaramente non in linea con quelle che possono essere attraverso l’adozione delle BAT”. Tutto questo ha determinato, secondo il gip “un disastro ambientale che riguarda non solo le aree urbane immediatamente prospicienti l’impianto, ma anche i terreni circostanti lo stabilimento, nonché le aree agricole situate a diversi chilometri dallo stesso”. Non è una questione che riguarda solo il passato, quindi: “Appare assolutamente errato ricondurre tale disastro a una gestione passata risalente a prima del 1995 (anno in cui è subentrato il gruppo Riva) (…) hanno chiarito in modo inequivocabile come l’inquinamento derivante dallo stabilimento Ilva è assolutamente attuale ed in corso”. Il gip, ritiene che il danno per salute non si possa esaurire in breve tempo: “Immediati interventi di risanamento ambientale non varranno purtroppo a scongiurare per i prossimi anni, e dopo il relativo periodo di latenza, l’esordio clinico di patologie, come quelle tumorali, che la popolazione tarantina, esposta sino ad ora alle emissioni inquinanti provenienti dall’ILVA di Taranto, deve fondatamente ritenersi possa avere già contratto. E tuttavia, anche in relazione alle patologie a latenza non breve si profila la assoluta necessità di interventi volti ad inibire il protrarsi dell’esposizione della popolazione locale ai 276 micidiali inquinanti di cui si è diffusamente riferito, sia in sede di disamina dei risultati della perizia chimico-ambientale sia analizzando gli esiti della perizia epidemiologica”.

“LA SALUTE BENE PRIMARIO” – A Taranto si continua a dibattere del necessario equilibrio tra occupazione e salute. Nelle conclusioni dell’ordinanza il gip Todisco pone l’accento sulla seconda: “La salute e la vita umana sono beni primari dell’individuo, la cui salvaguardia va assicurata in tutti i modi possibili. Ne deriva che, in tema di esercizio dell’attività industriale, coloro i quali hanno facoltà di dirigere le iniziative economico-imprenditoriali devono farlo salvaguardando la salute delle persone ed hanno l’obbligo di adottare tutte le misure e di utilizzare tutti i mezzi tecnologici che la scienza consente, al fine di fornire un prodotto senza costi a livello umano. E’ appena il caso di evidenziare che non si potrà mai parlare di inesigibilità tecnica o economica quando è in gioco la tutela di beni fondamentali di rilevanza costituzionale, quale il diritto alla salute”.

 NUOVO LIBRO DI AFFARITALIANI.IT

LA CRONACA/ Gli operai bloccano la città. L’intercettazione di un dirigente dell’Ilva. Arrivano i funzionari regionali per un spralluogo: “Dobbiamo legargli il culo alla sedia”

LETTERA 1/ “Riva e gli intrecci con la politica”. La lettera ad Affari e la risposta del direttore Angelo Maria Perrino

LETTERA 2/ “Prevenzione e tutela della salute e dell’ambiente? Per le aziende è una rottura di scatole”. La lettera ad Affari e la risposta del direttore Angelo Maria Perrino

LETTERA 3/ “Tarantini, basta fare i sudditi. Se ci siete battete un colpo”. La risposta del direttore Angelo Maria Perrino

LETTERA 4/ Gli artisti in campo: “Salviamo l’economia alternativa”. La lettera ad Affari e la risposta del direttore Angelo Maria Perrino

“C’è un giudice a Taranto”. IL COMMENTO DEL DIRETTORE DI AFFARITALIANI.IT ANGELO MARIA PERRINOLeggilo anche su Senzacolonne

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ILVA/ L’ORDINANZA DEL GIP DI TARANTO PATRIZIA TODISCO

I DOCUMENTI DI AFFARI/ Le conclusioni della maxi perizia sui rischi per la salute

I DOCUMENTI DI AFFARI/ “Piombo nelle urine”: leggi lo studio integrale

Vendola-Clini, firmata intesa da 336 milioni per la bonifica. LEGGI L’ACCORDO

IL RAPPORTO CHOC/ Quartiere Tamburi: ogni bambino ”inala” 780 sigarette all’anno

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L’INTERVISTA/ L’assessore Lorenzo Nicastro: “Il sequestro non è una sconfitta per la regione”

L’INTERVISTA 2/ Bonelli (Verdi) ad Affari: “Contro la procura dichiarazioni condizionanti. Taranto diventi una no tax area per 5 anni”

L’INTERVISTA 3/ Il primario di ematologia e consigliere regionale Idv Patrizio Mazza: “Serve la chiusura. La bonifica? Una cazzata

L’INTERVISTA 4/ Blasi, coordinatore Pd Puglia: “Noi al fianco degli operai”

LA MANIFESTAZIONE/ Operai in corteo bloccano la città: “Il lavoro non si tocca”. Ma nel 2008 si manifestava in difesa della vita

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http://affaritaliani.libero.it/puglia/ilva-carte-inchiesta020812.html?refresh_ce

 

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