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Revocate le concessioni di New Port a Palermo

Revocate le concessioni di New Port a Palermo

Porto di Palermo Petcoke scaricato dalla nave Amber k  destinazione Isola delle Femmine Italcementi

Nei giorni scorsi, secondo quanto riferito da diverse fonti di stampa
siciliane, l’Autorità Portuale di Palermo avrebbe revocato le concessioni alla
New Port Spa, titolare di diversi servizi portuali a Palermo e Termini Imerese e
concessionaria dal 1998 del terminal container del capoluogo siciliano, a
seguito di un’informativa della prefettura che denuncia la presenza
d’infiltrazioni mafiose fra i soci dell’azienda.


Nonostante la revoca, le attività della società, che
impiega circa 350 persone, comunque proseguono, perché “fermarle – secondo
quanto dichiarato alla stampa locale dal presidente dell’Autorità Portuale, Nino
Bevilacqua – significherebbe bloccare tutto il porto. Spero che nel giro di un
paio di mesi si possa sistemare tutto, magari con l’arrivo di un’altra società
capace di assorbire la parte sana dell’azienda”. 
A partire da quest’ultimo
punto, tuttavia, l’Authority non ha ancora chiarito alcuni
dettagli della vicenda. Infatti non è chiaro se si possa ipotizzare una cessione
coatta da parte dei soci della New Port accusati di legami mafiosi e se, in
questo caso, la società possa eventualmente mantenere le concessioni, o se sia
più probabile l’allontanamento (e magari la liquidazione) di New Port e la
ricerca attraverso gara dei sostituti per i vari servizi. Inoltre non è stato
chiarito se per la revoca sia sufficiente l’informativa della procura o se
occorra una procedura formale né se New Port, che da parte sua non ha commentato
la notizia, possa eventualmente opporsi in qualche modo. 

Il terminal
container
del porto di Palermo, costituito dalle banchine Puntone e
Quattroventi, ha una capacità operativa di 120.000 teu all’anno, una superficie
di 150.000 mq e affacciandosi su uno specchio acqueo con fondali di 14 metri
consente l’operatività a navi fino a 300 metri di lunghezza.

Nicola Capuzzo


http://www.trasportoeuropa.it/index.php/home/archvio/14-marittimo/5263-revocate-le-concessioni-di-new-port-a-palermo

LEGALITA’: SULLA NEW PORT SPA UNA DECISIONE DI
RILIEVO STORICO

porto palermoI provvedimenti del prefetto di Palermo di non
concedere il certificato antimafia alla società New Port spa e del presidente
dell’Autorità portuale di revocare alla stessa tutte le autorizzazioni e le
concessioni sono di rilievo storico. Il porto di Palermo per decenni è stato
condizionato dalla presenza di Cosa nostra.
La politica del passato spesso ha
ignorato e addirittura colluso con essa. Oggi finalmente si apre uno squarcio
senza precedenti.
Mi auguro che questa sia
un’occasione di grande innovazione, legalità e sviluppo non solo per l’impresa
in questione, ma per tutto il sistema. Un sistema che va monitorato con cura e
attenzione per fare dei porti di Palermo e di Termini Imerese una grande risorsa
di impresa e occupazione sana  
Giuseppe Lumia 

 http://www.giuseppelumia.it/?p=8148

Universo New Port:
ecco chi sono i 24
soci segnalati


di

Alla “casa del portuale” la mattina
presto il sole picchia e due randagi sonnacchiosi accolgono i
lavoratori del porto di Palermo, per i quali la giornata è già cominciata da
diverse ore. L’aria è elettrica e la tensione è scolpita nei loro volti. Sono
tutti soci e lavoratori della New Port, la società finita nell’occhio del
ciclone perché la prefettura di Palermo ha negato il certificato antimafia
necessario per avere rapporti con le pubbliche amministrazioni fra le quali
rientra, ovviamente, anche l’autorità portuale cittadina. Entrando nel vecchio
edificio che ospita la compagnia, una lapide ricorda il sacrificio dei portuali
palermitani che, nel 1943, sotto i bombardamenti continuarono a lavorare per
assicurare approvvigionamenti vitali per l’Isola. E molti di quei cognomi sono
gli stessi contenuti nell’informativa firmata da Giuseppe Caruso che ha
evidenziato come la posizione di 24 soci osta il rilascio della certificazione e
getta l’ombra dell’infiltrazione mafiosa nella società che – praticamente da
sempre – si occupa del porto di Palermo. Ventiquattro storie da
raccontare.

I portuali

“La Compagnia lavoratori
portuali, regolata dal codice della navigazione, nasce nel 1920. Mio nonno era
‘console’ quando sbarcarono gli americani”. Vincenzo Spataro è il presidente
della New Port e, da una vita, vive fra le banchine lambite dal mare. “Nel 1980
– continua – c’è stato un primo concorso pubblico bandito dall’ente porto in cui
sono entrate le prime centoventi persone. E c’erano due condizioni: bisognava
avere il certificato di buona condotta civile e morale e veniva data prelazione
ai figli dei portuali. Altre cento persone entrano nel 1986, con un concorso
bandito inizialmente per 60, ‘lievitato’ di altri 40 posti sotto la condizione
che la compagnia dei lavoratori portuali di Palermo incorporasse quella di
Termini Imerese”. Poi una mezza rivoluzione: “Nel 1994 – continua Spataro, che
accende una sigaretta dietro l’altra – per volontà di legge, la cooperativa
atipica che era esistita fino ad allora ha subito una trasformazione in 3
società: la In port spa, la New Port srl e la Clp arl. La prima era la
‘cassaforte’ societaria, la seconda includeva gli operai specializzati mentre
l’ultima, la cooperativa, forniva la manodopera. Poi c’è stata una fusione per
incorporazione fra In port e New port, mentre la cooperativa è rimasta. E sono
sempre gli stessi 209 soci. Nel 1995 tutti i nomi con relativi certificati
penali sono stati trasmessi alla prefettura e la cooperativa è stata iscritta
nel registro prefettizio”.
I primi problemi arrivano nel 2003 quando vengono
fuori le posizioni, segnalate dalla prefettura, di Nino Spadaro e Girolamo
Buccafusca, condannati per mafia. Così la cooperativa Clp ha votato
l’estromissione dei due mentre per quanto riguardava le partecipazioni nella New
Port, società di capitale, l’esclusione non poteva essere coattiva e quindi “si
è proceduto all’invio di formale invito a procedere alla cessione delle azioni
di cui essi risultano titolari”, come si legge nella comunicazione inviata dalla
società alla prefettura il 23 dicembre 2003. Il 18 ottobre 2004 a Nino Spadaro
vengono sequestrate le quote societarie che, però, gli vengono restituite il 25
settembre 2009. “Erano state ‘conferite per trasformazione’ – spiega Spataro –
ovvero le quote non erano state materialmente pagate da Spadaro. Gli erano state
attribuite perché derivavano dal patrimonio della compagnia lavoratori portuali
prima che si trasformasse in società. Quindi i motivi che avevano fatto decadere
Spadaro da socio sono venuti meno. Buccafusca, invece, ha messo in vendita le
quote della spa ma nessuno le ha comprate”.

I nomi e le
storie

I problemi si riaffacciano nel 2010. Questa volta, però, sono
24 i soci sospettati di “mafiosità”. E si comincia dagli stessi due: Nino
Spadaro e Girolamo Buccafusca. “Le mie colpe ce le ho ma ho pagato, in carcere
ho anche preso una laurea in scienze giuridiche – racconta quest’ultimo a ‘S’ –
Non sono più un lavoratore della New Port dal 2003 e sono pronto a fare passi
indietro e vendere le mie quote per salvaguardare i miei ex colleghi”. Nino
Spadaro, invece, è ancora in carcere. Nel frattempo, però, è possibile parlare
con il cugino Nino, colpevole a suo dire solo di “omonimia”. Nell’informativa
della prefettura, infatti, viene indicato come condannato in via definitiva a 11
anni e 6 mesi (sentenza della Corte d’assise del 10/12/1990). Una sentenza che
riguarda l’altro Nino, che è, in qualche modo, un “figlio d’arte”: suo padre è
Vincenzo Spadaro, suo zio Masino Spadaro, il “re” della Kalsa. Ma lui è
incensurato. “Nino è mio cugino, Vincenzo è mio zio. Non ho mai avuto alcuna
condanna e mio cugino Nino non lo vedo da trent’anni perché è in carcere a
Spoleto”, dice.
Ma Buccafusca e Spadaro sono solo due dei soci chiamati in
causa. Gli altri attendono nervosamente di parlare, hanno voglia di dire la loro
verità. Come Mario Ficarra, che ha ceduto le sue quote alla moglie, Rosalia Li
Greci, per incompatibilità con altre partecipazioni. “Mio padre ha subito una
condanna in primo grado ed è morto nel 1982”. Allora Rosalia Li Greci aveva
appena 11 anni: “Non l’ha mai conosciuto” aggiunge Ficarra, che ha sposato la
donna nel 1988. Un altro che si sente ingiustamente accusato è Carlo Cangemi.
“Mio fratello Giuseppe – racconta – ha subito un processo per mafia, in quanto
ritenuto affiliato alla famiglia di Brancaccio ed è stato assolto 5 anni fa.
Dopo un mese mio padre è morto e l’aveva preannunciato quando era stata emessa
la sentenza: ‘adesso posso morire in pace’”. Nell’informativa che lo riguarda si
sottolinea la compartecipazione in altre società operanti nel porto, causa di
incompatibilità, ma Cangemi nega e ribatte: “A 15 anni sono entrato nell’Azione
cattolica, nella quale tuttora milito frequentando la chiesa di Santa Teresa
alla Kalsa. Oggi ho 54 anni e faccio casa, lavoro, chiesa e volontariato alla
Lilt (Lega italiana per la lotta ai tumori, ndr). Anche mia moglie fa
volontariato alla cooperativa ‘Incontro’, recuperando dalla strada i ragazzini
dello Sperone”.

Poi c’è Mario Montalbano: la prefettura segnala che questi
era socio di Sebastiano Crivello e Giuseppe Urso (ambedue condannati) in
un’azienda che “praticamente è rimasta inattiva: aperta nel 1982, è stata chiusa
nel 1983”. Nella sua storia c’è anche una denuncia contro gli usurai che gli è
valsa un risarcimento liquidato dalla stessa prefettura. “Uno dei miei tre figli
ha fatto il militare nella guardia di finanza”, si vanta. Nel frattempo, il 22
aprile scorso, il suo usuraio è stato condannato.

Più semplice la vicenda di
Erasmo Fiore: “Nel 1994 mio fratello Giovan Battista è stato arrestato per mafia
in quanto legato alla famiglia di Borgo Vecchio. È stato assolto e io sono in
pensione dal 1996”. Più intricata, invece, la vicenda di Salvatore Macaluso:
secondo la prefettura è stato indagato con la moglie per riciclaggio, estorsione
e traffico di stupefacenti. La donna, Maria Antonietta Collura, amministrava la
“Carta ingross” che era ritenuta dagli inquirenti nella disponibilità del boss
dell’Acquasanta, Angelo Galatolo. A Macaluso sono attribuiti anche rapporti di
affinità con uomini d’onore della famiglia di Borgo Vecchio. “La moglie di
Galatolo – racconta a ‘S’ – ci ha dato mandato di rappresentanza della sua
azienda per due mesi. Poi è scattato un sequestro per 5 aziende, fra cui la
‘Carta ingross’. In pratica ci hanno considerati prestanome. Il sequestro è
avvenuto nel 2004 e nel 2010 c’è stato il dissequestro e la società ci è stata
riconsegnata. Di quello che c’è scritto non ne so nulla, non sono stato mai
indagato, non ho mai ricevuto avvisi di garanzia, né sono stato arrestato, né
altro. Il mio casellario giudiziario dice ‘nulla’”.

Paradossale appare invece
il caso di Maurilio Rubino: secondo l’informativa, suo cugino sarebbe Francesco
Madonia, dell’omonima potente famiglia mafiosa del Nisseno. “Non li conosco,
sono 40 anni che non frequento i parenti di parte paterna, ma questo parente,
comunque, non esiste. Non c’è nessun Madonia”. Anche Girolamo Buccafusca, cugino
omonimo del condannato, ha voglia di parlare: “Mio padre – dice – è stato
condannato per truffa, contrabbando di sigarette e altri reati simili. Mio
fratello è stato arrestato per traffico di droga. Mio padre è morto nel 2006,
con mio fratello non ho più contatti da anni”. Drammatica, poi, la vicenda di
Benedetto Messina: fratello di Silvana Messina, scrive la prefettura, moglie a
sua volta di Giulio Di Luvio. Entrambi sono stati condannati per favoreggiamento
della latitanza di Antonino Bosco. “Mio padre e mia madre hanno dato vita a 4
figli, fra cui io – spiega – ma mia madre è morta a 29 anni e mio padre ci ha
lasciati dalla nonna materna facendo perdere le sue tracce. Da altre relazioni
che ha avuto sono nate prima due figlie, poi altri quattro. Le altre due donne
di mio padre sono morte anche loro. Io non ho mai avuto a che fare con questi,
non so neanche se siano vivi. Mia sorella di sangue lavora nelle forze
dell’ordine, l’altro mio fratello ha due figli nell’esercito. Chi mi conosce mi
prende in giro per tutta questa storia”.

Un’altra storia è quella di
Ferdinando Parrinello: a lui sono state sequestrate nel 1993 le quote della
Brancagel, ditta che si occupava di surgelati. Il titolare della ditta era il
suocero, Martino Brancatelli, accusato di traffico di droga e legami con Cosa
nostra, che aveva distribuito le quote tra i familiari. “A scagionarlo – spiega
Parrinello – è intervenuta un’infiltrata della polizia che ha detto come non
c’entrasse nulla. Mio suocero è stato assolto dopo tanti anni e le quote sono
state restituite insieme ai beni dell’azienda”. Vicende familiari, come quelle
di Vincenzo Toscano: suo cognato, Gaspare La Malfa, è ritenuto vicino alla
famiglia di Brancaccio. “Ma io non ho mai avuto nessun tipo di rapporto con lui”
specifica. Giovanni Giuliano è troppo indignato per parlare: “Ho dato mandato al
mio avvocato” dice semplicemente. All’appello mancano altri nomi: Maurizio Gioè,
Giuseppe Onorato, Filippo Arena, Giovanni Biscari, Francesco Alfano, Ferdinando
Arcuri, Antonio e Giuseppe La Mattina: nella maggior parte si tratta di casi di
scomode parentele indirette, cognati o generi. Tutti, però, sottolineano in
egual maniera come siano lavoratori di fatica: le loro mani callose quasi
tremano mentre tengono in mano la nota del prefetto. Alcuni sorridono
amaramente, ma altri non riescono a trattenere le lacrime. Adesso rischiano il
loro posto di lavoro.

La soluzione

“Noi siamo questi”
continua a dire con orgoglio e anche un po’ di commozione Vincenzo Spataro.
“Quando si doveva tirare fuori il carro di Santa Rosalia dagli hangar del porto
siamo intervenuti noi. Ci chiamano da tutte le parti della Sicilia per avere
consigli che noi diamo senza batter ciglio. Siamo intervenuti per fare il piano
regolatore generale della città. Noi siamo questi”. E la domanda che ricorre è
sempre la stessa: ma se i soci sono rimasti sempre gli stessi 209, perché questa
storia è venuta fuori solo ora? Secondo Spataro potrebbe esserci un disegno
dietro tutta questa storia, un progetto che vuole la New Port fuori gioco per
l’ingresso di nuovi player.

Sorride amaro Spataro nel constatare che “chi
oggi si riempie la bocca e punta il dito, ieri era a braccetto con me”. I nomi
bisogna tirarglieli fuori dai denti: Giuseppe Lumia – a fianco del quale si è
candidato al consiglio comunale di Palermo riuscendo a ottenere il seggio – e
Carlo Vizzini che, da ministro della Marina mercantile, lo teneva in altissima
considerazione e gli ha anche chiesto di candidarsi a suo sostegno. “Noi abbiamo
investito sulla realtà di Termini Imerese rispettando il territorio”. Ma,
secondo Spataro, è da lì che cominciano i guai. “Questo porto che viene sempre
sponsorizzato come un importante hub sul Mediterraneo, alla fine non porta
risultati, come l’ultima operazione con la T-Link, società con un buco da 20
milioni e un debito nei nostri confronti di 1milione 200mila euro”.

Sulla
vicenda è anche intervenuta Confindustria Palermo per bocca del suo presidente
Alessandro Albanese che a “S” ha spiegato che non c’è l’intenzione di ingerenza
nelle vicende del porto di Palermo. “Deve essere chiaro che noi non vogliamo
favorire nessuno, né nostri soci né nessun altro, semplicemente contribuire a
sanare questa situazione”. La proposta: “Una newco con tutti i lavoratori ma
senza i 24 segnalati dalla prefettura. Se gli operai fanno la società siamo
anche disposti a ospitare la loro sede in Confindustria”. Una soluzione che,
però, Spataro ha già prospettato tramite la creazione di due nuove società che
rilevino i rami d’azienda: la PortItalia – per le operazioni e servizi
commerciali nel porto di Palermo e Termini – e la Tcp che si occuperebbe del
movimento dei container. Società già fondate da 10 soci ciascuna con un aumento
di capitale destinato a terzi. In queste due società dovrebbe confluire i
lavoratori-soci, esclusi i 24. E nello statuto di fondazione ecco la clausola
che metterebbe fine a situazioni di imbarazzo: i soci possono essere esclusi per
giusta causa in caso di condanna passata in giudicato per ricettazione,
riciclaggio, insolvenza fraudolenta, bancarotta, usura, sequestro di persona,
rapina e associazione mafiosa. 

http://livesicilia.it/2011/07/11/universo-new-port-ecco-chi-sono-i-24-soci-segnalati/


Tutto nuovo nel porto di Palermo!
Approvato il Piano Regolatore Portuale mentre la ex-New
Port si rigenera scorporandosi in una doppia ragione sociale

Trovata, finalmente, la convergenza a Palermo sul nuovo Piano Regolatore
Portuale. 

L’ultima assise del Consiglio Comunale ha votato l’intesa sul PRP
che era stato presentato dall’Autorità Portuale nel luglio del 2008. Dopo oltre
mezzo secolo dall’ultima edizione – il Piano Regolatore vigente risale al 1954 –
lo scalo siciliano avrà dunque un nuovo Master Plan.

Il nuovo PRP prevede il
potenziamento del porto commerciale, la razionalizzazione delle aree funzionali
e degli edifici di servizio; l’individuazione di soluzioni per rispondere
all’incremento del traffico crocieristico; l’integrazione degli spazi
urbano-portuali con la città e la realizzazione di nuovi innesti città-porto
anche attraverso la liberazione del fronte su via Crispi per consentire una
maggiore relazione, anche visiva, tra città e mare, oltre alla possibilità di
attivare opere per 400 milioni di euro.
“Finalmente potremo essere attuativi
nel rispetto della pianificazione – esulta il presidente dell’Autorità Portuale,
Nino Bevilacqua – il PRP proseguirà il suo iter e verrà sottoposto ad altri
passaggi tecnici indubbiamente più veloci: l’adozione da parte del Comitato
Portuale, la definizione della procedura VAS in corso, il parere del Consiglio
Superiore dei Lavori Pubblici e l’approvazione della Regione Siciliana. Solo
così potremo recuperare tempo e, in modo responsabile, proseguire secondo il
piano di riqualificazione, riconnettendo l’area portuale al resto della città,
riducendo le barriere murarie esistenti, nel fondamentale processo di rilancio
del porto e di rigenerazione della qualità e delle economie del waterfront
urbano. Una scommessa allargata alla città. Il PRP è un atto fondamentale del
mio mandato. Fin dal primo giorno del mio insediamento l’obiettivo è stato
quello di riorganizzare le funzioni portuali che investono lo sviluppo
commerciale, industriale, crocieristico e turistico. Abbiamo puntato al
riassetto dell’area portuale ed alla creazione di un rapporto con la città, da
tempo interrotto, tenendo conto della storia del porto. Da qui il recupero del
Castello a Mare, l’insediamento più antico, oggi entrato in un circuito
culturale internazionale; da qui la rifunzionalizzazione della Cala e la
creazione di spazi liberi per la fruizione pubblica come la passeggiata a mare.
E poi la sistemazione delle aree più strettamente tecniche, fondamentali nella
vita del porto e della portualità, luoghi di passeggeri e merci, settori dove i
numeri dimostrano un trend assai positivo per Palermo. Ci sono, inoltre, i
lavori già appaltati per il potenziamento delle banchine, mentre sta per partire
il rifacimento interno della stazione marittima”.

 
 
Due società (e mezza) dalle ceneri dell’infiltrata New
Port
 
Sono nate dalle ceneri della New Port S.p.a., società a sua volta derivante
dalla Compagnia Lavoratori Portuali e storica impresa addetta all’espletamento
di operazioni portuali e servizi portuali nei porti di Palermo e Termini
Imerese, le nuove realtà aziendali atte ai traffici commerciali dello scalo
siciliano. 

Le due distinte società costituite da poco sono rispettivamente: 

Portitalia S.r.l. che espleta operazioni portuali nei porti di Palermo e
Termini Imerese per la movimentazione di merce varia, alla rinfusa, nonché di
mezzi pesanti afferenti il traffico ro-ro, ed è altresì autorizzata ad espletare
servizi portuali di rizzaggio, derizzaggio, controllo merceologico, pulizia
merce e ricondizionamento colli. Questa impresa, che conta su un ampio parco di
mezzi meccanici (gru su rotaia, semoventi, trattori, sollevatori), è attualmente
diretta da un amministratore unico, Giuseppe Landolina, in attesa che a breve
venga effettuata la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione.
T.C.P.
Terminal Containers Palermo S.r.l. che gestisce il terminal contenitori della
banchina Puntone del porto di Palermo; anche in questo caso vi è lo stesso
amministratore unico temporaneo per la gestione delle attività terminalistiche
(operazioni e servizi portuali) con un adeguato parco di mezzi meccanici
(sollevatori, trailers, ralle) e gru (due portainers su rotaia da 42
tonn.).
Al servizio delle due nuove società agisce la Logistica e Servizi
S.r.l., una delle principali ditte che effettuano nel porto di Palermo attività
di trasporto merci per conto proprio e per conto terzi, soprattutto
containerizzate – il cui legale rappresentante è Teresa Spina – che offre
servizi di logistica e di trasporto contando su un’area di sosta per automezzi
presso la banchina Quattroventi di circa 800 metri quadrati, con sede e uffici
alla palazzina Tarantino della banchina Puntone.
Il processo di
trasformazione appena concluso fa seguito alla cessione dei rami di azienda ed
all’espletamento dell’iter istruttorio previsto dall’art.16 della Legge 84/94.
Una ‘gemmazione forzata’, a ben ricordare, visto che la cessazione d’attività
con quella ragione sociale della New Port Spa era stata sostanzialmente sancita
dall’attività investigativa della prefettura palermitana, allo scopo di
individuare le segnalate infiltrazioni mafiose, insorta la scorsa primavera,
allorquando il procedimento si era concluso obbligatoriamente con la revoca
della concessione in capo alla New Port da parte dell’Autorità Portuale (S2S n.
20/2011).
Dopo questa misura, peraltro, l’attività dell’impresa portuale –
che impiegava complessivamente fra i due scali 350 persone – non si era
interrotta per un saggia decisione di Bevilacqua, che aveva chiaro come ciò
avrebbe eventualmente significato bloccare tutto il porto. “Spero che nel giro
di un paio di mesi si possa sistemare tutto, magari con l’arrivo di un’altra
società capace di assorbire la parte sana dell’azienda” aveva auspicato il
numero uno della Port Authority.  
La New Port spa, con circa 25 anni di
attività alle spalle, era la prima impresa portuale della Sicilia con un ultimo
fatturato ufficiale di circa 12 milioni di euro (dato del 2008). Ma tra i suoi
209 soci erano stati indicati 24 nomi vicini agli appartenenti a Cosa Nostra,
così come aveva denunciato già a novembre del 2010 il Sen. Carlo Vizzini ed
ex-ministro della Marina Mercantile negli anni ‘90.
Come sia stata possibile
una tale ‘contaminazione’ non è ben chiaro, soprattutto agli stessi ‘camalli’
palermitani. In una intervista alla stampa locale dello scorso maggio Vincenzo
Spataro, storico presidente della New Port, ripercorreva la genesi societaria e
le varie tappe evolutive, a mostrare il proprio sconcerto. La Compagnia
Lavoratori Portuali nasceva nel 1920. Nel 1980 ci fu un concorso pubblico
bandito dall’ente porto che diede accesso alle prime 120 persone, tutte dotate
di certificato di buona condotta civile e morale e, prevalentemente, parenti di
lavoratori portuali. Altre 100 persone entrarono nel 1986 con un secondo
concorso che nel contempo faceva incorporare anche la Compagnia dei lavoratori
portuali della vicina Termini Imerese.
Nel 1994, in seguito alla legge di
riforma portuale n.84, per poter continuare la sua attività sotto la nuova
connotazione giuridica, la cooperativa atipica esistita fino ad allora veniva
spacchettata in tre diverse società: In port spa (‘cassaforte’ societaria), New
Port srl (l’impresa portuale che includeva gli operai specializzati) e Clp arl
(la cooperativa di fornitura della manodopera).
Una successiva fusione per
incorporazione fra In port e New port lasciava spazio a due soli soggetti i cui
209 soci già dal 1995 venivano registrati, con relativi certificati penali, in
prefettura.
Nel 2003 la prefettura segnala le posizioni di due soci – Nino
Spadaro e Girolamo Buccafusca – condannati per mafia e quindi estromessi dalla
società. Lo stesso accade nel 2010 quando diventano 24 i nomi dei sospettati di
mafia. 
Fino alla decisione finale di Spataro & C. di cancellare tutto il
passato con un colpo di spugna, azzerare le società e ricostituirne due – che ne
hanno rilevato i rispettivi rami d’azienda – con tutti i precedenti lavoratori
ma senza, ovviamente, i 24 segnalati dall’Antimafia. Ed ecco la genesi di
PortItalia e di TCP, le quali nel loro statuto di fondazione hanno inserito la
clausola che consente di escludere in automatico per giusta causa i soci
condannati per una serie di azioni criminose.

Coroneo ‘fissa’ la storia dello scalo palermitano in un bel
volume
 
È merito di Renato Coroneo, indefesso dirigente operativo dell’Autorità
Portuale di Palermo e autentico appassionato del proprio porto, l’avere dato
alle stampe un prezioso volume che illustra la storia del primo scalo siciliano. 

La meritoria fatica letteraria “Storia del Porto di Palermo” del funzionario
palermitano, edita dalla Marcello Clausi Editore, verrà ufficialmente presentata
il 2 dicembre all’Antico Stabilimento Balneare Alle Terrazze di Mondello, con
introduzione del Presidente dell’Autorità Portuale, Nino Bevilacqua,
dell’Ammiraglio Vincenzo Pace e del Prof. Arch. Maurizio Carta.

http://www.ship2shore.it/italian/articolo.php?id=8871

Il porto di Palermo è cosa nostra

di Lirio Abbate

Le famiglie hanno messo le mani su una
delle società più importanti che opera nello scalo di Palermo. Ma se le autorità
intervengono si rischia la paralisi

(23 novembre 2010)

Oggi è
stata sequestrata per mafia una delle più grosse società portuali della Sicilia.
L’Espresso aveva denunciato le infiltrazioni dei boss il 23 novembre 2010. I
soci della New Port si erano sentiti offesi, e dopo aver acquistato una intera
pagina pubblicitaria sul Giornale di Sicilia in cui respingevano l’inchiesta de
l’Espresso, con tante infamità, hanno pure querelato l’autore. I giudici hanno
dato ragione ai mafiosi e oggi il giornalista, che aveva provato le collusioni e
i contatti con Cosa nostra dei soci, è sotto processo per diffamazione…

Ci sono le mani di uomini delle cosche mafiose nell’assistenza
alle navi crociera, ai passeggeri e nella gestione delle merci al porto di
Palermo. Un affare da decine di milioni di euro l’anno che si sviluppa sui moli
del bacino siciliano.
Questi affiliati a Cosa nostra oggi sono diventati
imprenditori, ma hanno speso gli ultimi decenni fra le aule giudiziarie in cui
venivano processati, le carceri in cui hanno trascorso parte della loro vita e
infine la prima impresa portuale della Sicilia di cui sono diventati soci. La
società inquinata dai mafiosi, secondo i documenti di cui è entrato in possesso
“L’espresso” , è la New Port spa che
ha sempre avuto e continua ad avere un ruolo importante nel mondo portuale, in
particolare a Palermo e Termini Imerese, a cui l’Autorità portuale, presieduta
dall’ingegnere Nino Bevilacqua, ha affidato compiti professionali con precise
direttive. Un incarico che ha permesso alla New Port di fatturare nel 2008
dodici milioni e mezzo di euro. 
Numeri importanti per l’economia della
città che da tempo cerca di avviare le attività imprenditoriali su un percorso
di pulizia. L’Autorità portuale ha imposto direttive ferre alle imprese. Per
questo motivo Bevilacqua ha firmato un protocollo di legalità che non lascia
spazi a dubbi non solo per quel che riguarda gli appalti ma anche per le
concessioni. Ma nessuno sembra voler guardare cosa c’è dietro questa impresa. 
Infatti, nel caso in cui la Prefettura guidata da Giuseppe
Caruso, viste le relazioni e i precedenti penali dei soci, dovesse rilasciare
una informativa antimafia interdittiva, l’Autorità portuale dovrebbe revocare la
concessione della gestione dei servizi portuali. Una scelta non semplice, fanno
notare a “L’Espresso” alcuni investigatori, per i gravi riflessi negativi che si
avrebbero nel funzionamento del porto, a meno di non sostituire l’azienda con
un’altra società capace di subentrare, in tempi brevi, nello svolgimento delle
attività.
Scorrendo i 209 soci dell’impresa (gran parte dei quali
svolgono anche prestazioni lavorative come dipendenti a tempo indeterminato), si
scoprono personaggi indicati come appartenenti a Cosa nostra o altri
direttamente legati ai boss. Tutto ciò fa pensare agli investigatori che ci sia
la concreta possibilità
che la New Port possa subire il condizionamento dei clan: il presupposto che
potrebbe far negare la certificazione antimafia e cancellare ogni contratto con
la pubblica amministrazione. 
“L’espresso” ha ricostruito i passaggi
giudiziari che riguardano alcuni soci ed è emerso come in passato siano state
avviate indagini patrimoniali, discusse davanti ai giudici della sezione misure
di prevenzione del tribunale di Palermo, che hanno disposto il sequestro di
quote. Tra chi detiene azioni della New Port ci sono infatti: Girolamo
Buccafusca, già condannato per mafia perché ritenuto il capo della famiglia di
“Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino Spadaro delle famiglia di Corso dei
Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi Rosario Riccobono e Giovanni Graziano
della famiglia di Partanna Mondello, fratello del collaboratore di giustizia
Francesco Onorato, il sicario della mafia che ha confessato più di trenta
omicidi fra cui quello dell’eurodeputato Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè,
Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate e Benedetto Messina, tutti finiti in
indagini sui clan. 
Questa situazione, per gli investigatori, potrebbe
determinare una scarsa trasparenza nella gestione e nell’esecuzione delle gare
d’appalto per il nuovo Piano regolatore che prevede di realizzare nel porto
opere strutturali per circa 170 milioni di euro
PORTO DI PALERMO 13 GENNAIO 2006 

209 i soci che sembra abbiano legami con la mafia
 
L’Espresso rivela: Navi da crociera accolte da società di Cosa
Nostra

porto pa

personaggi vicini a Cosa Nostra.

L’articolo, firmato da Lirio Abbate, indica tra gli
azionisti della società: “Girolamo Buccafusca, già condannato per mafia perchè
ritenuto il capo della famiglia di “Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino
Spadaro delle famiglia di Corso dei Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi
Rosario Riccobono e Giovanni Graziano della famiglia di 





Partanna Mondello,
fratello del collaboratore di giustizia Francesco Onorato, il sicario della
mafia che ha confessato piu’ di trenta omicidi fra cui quello dell’eurodeputato
Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè, Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate
e Benedetto Messina, tutti finiti in indagini sui clan”.



http://palermo.blogsicilia.it/lespresso-rivela-navi-da-crociera-accolte-da-societa-di-cosa-nostra/17177/

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