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Il colonnello al soldo dei narcos

Il colonnello al soldo dei narcos

di Lirio Abbate

Un ufficiale dei carabinieri assunto dai
trafficanti. Il suo compito: trovare un ambasciatore compiacente per far entrare
in Italia la droga. Con un esito da film: tra massoneria, ‘ndrangheta e
travestimenti a Fiumicino

(27 agosto 2012)

Il tenente colonnello Luigi Verde  tenente colonnello Luigi Verde

Il calore
e la felicità con il quale il boss della ‘ ndrangheta Francesco Strangio era
stato accolto in Calabria da un tenente colonnello dei carabinieri aveva
sorpreso tutti, compreso lo stesso criminale calabrese. Abbracci, sorrisi e
strette di mano per saldare accordi e proseguire affari illegali. Un carabiniere
infedele e uno dei più grossi trafficanti di droga, protagonisti di
un’operazione che oscilla tra le trame internazionali dei narcos e le truffe
della provincia italiana. Il copione è rimasto segreto fino al processo, che si
è appena chiuso a Catanzaro. E ha tutti gli ingredienti di una storia da film:
boss calabresi, massoni lombardi, imprenditori romani, militari corrotti,
infiltrati che fanno il doppio gioco, agenti americani sotto copertura. Nella
rete è finito un fotoreporter che ha cercato di vendere finti dossier anche a
Silvio Berlusconi. E un immobiliarista romano, proprietario tra l’altro del
Teatro Ghione di Roma, alle spalle di San Pietro, una sala da cinquecento posti
dove vanno in scena i grandi nomi della recitazione. Mentre in questa storia i
confini tra tragedia e commedia appaiono sfumati, confusi in un canovaccio di
complicità, ferocia criminale e faciloneria da opera buffa. 
Tutto
comincia con quell’abbraccio incredibile a Rosarno, una delle capitali della
?ndrangheta, nel cuore della Piana di Gioia Tauro. Parte da lì una rete
criminale che abbraccia l’intera Penisola e unisce due continenti, con referenti
in Colombia, Brasile e Venezuela per importare la cocaina: i canali che hanno
permesso alle cosche calabresi di dominare il mercato della “neve”. Il clan si
era organizzato al meglio. Aveva assoldato un chimico dominicano per raffinare
la droga pura che arriva dal Sudamerica e moltiplicare i proventi. E un
commercialista calabrese trapiantato a Bologna, con il compito di piazzare lo
stupefacente nelle ricche piazze emiliane. C’era poi un pentito calabrese che in
passato aveva accettato di infiltrarsi per conto delle forze dell’ordine: nel
2010 Bruno Fuduli dopo aver ottenuto i benefici dallo Stato per la sua
collaborazione, era tornato in affari con i padrini, mettendo a frutto le sue
conoscenze nel settore. 
Ma l’asso nella manica doveva essere proprio il tenente
colonnello Luigi Verde, ufficiale con un tenore di vita altissimo e relazioni
fin troppo pericolose. Ex comandante dell’Arma di Sondrio, si era infilato in
parecchi business illegali prima attraverso la massoneria lombarda per poi
mettersi al servizio dei boss reggini. Nel 2009 è stato intercettato per tre
mesi: sono state registrate le sue conversazioni con i narcos, le riunioni per
mettere a punto i traffici. Il militare parla con loro del modo più sicuro per
far entrare in Italia i carichi di coca. Li incontra a Roma, a Milano, poi a
Rosarno. Gli ‘ndranghetisti gli affidano una missione: ingaggiare un diplomatico
straniero, che possa ritirare a Fiumicino una valigia proveniente dal Venezuela
forte della sua immunità. Sono convinti che grazie all’uniforme e alle sue
entrature per lui non sia difficile agganciare qualcuno dei funzionari delle
numerose ambasciate romane. E gli promettono un compenso di di 50 mila
euro.
Ma Verde non riesce a trovare il contatto giusto, mentre i
calabresi lo sollecitano e si fanno sempre più insistenti. E allora l’ufficiale
si rivolge a un lodigiano, conosciuto nella loggia massonica che ha frequentato
in Lombardia. Chiede aiuto a Riccardo Ossola, fotografo freelance coinvolto in
passato in inchieste di droga tra Spagna e Italia. Un personaggio indecifrabile
che nel 1995, come hanno accertato i magistrati palermitani, chiamava al
telefono diretto della villa di Arcore di Berlusconi. I suoi rocamboleschi
trascorsi li ha descritti Perla Genovesi, l’ex assistente del senatore pdl
Enrico Pianetta. La donna, finita in una indagine per spaccio, due anni fa si è
trasformata da collaboratrice parlamentare a collaboratrice di giustizia: ha
raccontato ai pm di Palermo e Milano gli intrallazzi di molti deputati e
senatori, indicando anche il nome di alcune ragazze che si prostituivano con i
politici. Genovesi sostiene che Ossola avrebbe avuto in mano un falso dossier su
Antonio Di Pietro e facendolo passare per originale avrebbe cercato di venderlo
al Cavaliere. «Non ho mai capito cosa facesse di professione», dichiara: «So che
faceva truffe. Cercava di vendere titoli all’estero, oro e orologi. Invadeva un
po’ tutti i campi, anche illegali. Ma si limitava a fare piccole truffe».Quando viene contattato dal colonnello Verde, il fotografo pensa subito di
potere congegnare un altro raggiro. L’ufficiale si fida di lui, sa che ha tante
conoscenze in molti paesi e gli chiede di trovare un diplomatico “a
disposizione” per importare droga. Gli offre 20 mila euro. Ossola non si
scompone davanti alla divisa dell’Arma e punta soltanto a trovare la maniera per
arricchirsi alle spalle dell’ufficiale. Assieme a un compaesano di Lodi,
Giuseppe Parmesani, cercano di spillare quanti più soldi al carabiniere:
sostengono di avere la persona giusta, ma vogliono subito il denaro. E prendono
tempo.

Le intercettazioni mostrano l’ufficiale disperato. I boss lo
tengono sotto pressione, insistendo anche in maniera violenta. E lui supplica i
due compari lodigiani, implorando di conoscere il diplomatico. Alla fine Ossola
e Parmesani si inventano un nome esotico e glielo mandano con un messaggino
sms.

L’ufficiale è felice per l’informazione, che gira subito ai suoi
amici mafiosi. A questo punto la spedizione dei 56 chili di cocaina può partire
dal Venezuela, per venire ritirata a Fiumicino dall’ambasciatore. Verde avvisa
Ossola e Parmesani, fornendogli le indicazioni per il prelievo. E solo allora i
due capiscono di essersi messi in un guaio: non stanno ingannando solo Verde;
dietro c’è un’organizzazione potente, che gli avrebbe fatto pagare quella
truffa. Hanno paura, non sanno più come mettersi al riparo dall’inevitabile
vendetta. Poi Parmesani decide di confidarsi con un maresciallo delle Fiamme
Gialle e raccontare tutto.
La Direzione distrettuale antimafia di
Catanzaro stava già indagando sulla ragnatela dei narcos, con un’operazione
internazionale condotta assieme al Dipartimento di Giustizia statunitense. Ora
bisogna trovare il modo di intervenire senza smascherare l’inchiesta, che sta
permettendo di ricostruire i canali transatlantici della cocaina. Insieme con
gli americani, si decide di pianificare un diversivo che conceda altro tempo per
completare gli accertamenti. Una truffa nella truffa.Un agente di colore della
Dea, la polizia antidroga statunitense, si fa passare per l’ambasciatore
africano assoldato da Parmesani. Arriva a Fiumicino in auto con targa
diplomatica e fa di tutto per farsi notare da Verde e dai calabresi, appostati
nello scalo per vigilare. Va al ritiro bagagli per prendere la valigia zeppa di
cocaina, ma scatta il colpo di scena preparato dai finanzieri: un cane antidroga
fiuta la borsa e scatta un controllo, apparentemente di routine, che blocca il
carico. Il finto ambasciatore si allontana velocemente mentre i calabresi non
sospettano di essere stati traditi. Anzi, pensano già a preparare un’altra
spedizione. E le intercettazioni possono proseguire, raccogliendo elementi
preziosi sulla struttura dell’organizzazione. 
La retata scatta nel
dicembre 2010 e finiscono tutti in manette. Parmesani formalizza la sua
collaborazione con i magistrati mentre Ossola è stato assolto nel processo.
Invece l’ufficiale, immediatamente sospeso dai vertici dell’Arma, ha ammesso
alcune delle contestazioni dei pubblici ministeri di Catanzaro, ma la sua
versione non ha convinto il giudice: poche settimane fa è stato condannato in
primo grado a 12 anni di carcere. Nei suoi interrogatori ha dichiarato che il
suo compito sarebbe consistito nel trasporto della cocaina da Fiumicino ad
Ariccia. Lì l’avrebbe consegnata all’immobiliarista Federico Marcaccini, che ha
indicato come vicino al boss Francesco Strangio. 
Marcaccini, chiamato
“Pupone”, è proprietario oltre che del Teatro Ghione, anche di altri edifici in
tutta Italia, incluso un albergo a Taormina, sequestrati nei mesi scorsi. L’uomo
d’affari avrebbe finanziato l’acquisto della coca, mettendo i capitali necessari
all’operazione condotta dalle cosche Strangio e Pelle, padrini storici di San
Luca. In genere, per comprare mezzo quintale all’ingrosso servono intorno ai
trecentomila euro, ovviamente cash. Ma la vendita agli spacciatori avrebbe
permesso di quadruplicare i guadagni, garantendo ricchi incassi a tutti i
protagonisti dell’import criminale: la cocaina era destinata a Emilia Romagna e
Veneto, dove Strangio e Pelle si sono radicati da anni. L’imprenditore
Marcaccini è ancora sotto processo a Catanzaro. Ma l’inchiesta non è finita: il
chimico dominicano e il commercialista bolognese della rete stanno collaborando
con la procura di Catanzaro. E le prossime puntate potrebbero riservare altri
colpi di scena, soprattutto sui colletti bianchi di cocaina

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