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Ilva/ A Taranto si ‘indaga’ anche sulle cozze

Ilva/ A Taranto si ‘indaga’ anche sulle cozze

L’Arpa analizza per la procura le cozze a caccia
di diossine


      INFOPHOTO

Taranto, 25 ago. (TMNews) – A
Taranto si ‘indaga’ anche sulle cozze, per verificare se ci siano tracce di
diossine riferibili all’Ilva. Il pool di magistrati guidato dal procuratore
della Repubblica di Taranto Franco Sebastio che si occupa delle indagini per
reati fra cui inquinamento, avvelenamento di sostanze alimentari e disastro
ambientale a carico dei vertici dell’Ilva di Taranto, ha affidato all’Agenzia
regionale per l’Ambiente, diretta da Giorgio Assennato, l’analisi chimica delle
cozze provenienti dagli allevamenti del mar Piccolo di Taranto, distrutte lo
scorso mese su decisione della Regione perché rese pericolose per la salute
dall’inquinamento.

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Scopo delle analisi è quello di identificare, come già
avvenuto in passato nel corso delle stesse indagini per formaggi e carni
provenienti da allevamenti vicini al colosso siderurgico, le impronte digitali
delle sostanze killer, come la diossina, in modo da stabilirne la provenienza.
Sospettato numero uno, l’Ilva.
L’analisi dell’Arpa potrebbe essere uno
degli ultimi tasselli all’inchiesta, avviata circa due anni fa, che di recente
ha portato all’arresto di Emilio e Nicola Riva, Luigi Capogrosso ed altri cinque
dirigenti del siderurgico, nonché al sequestro degli impianti dell’area a caldo
dell’acciaieria più grande d’Europa.
“Dal punto di vista dei capi
d’imputazione non cambierebbe nulla – commenta il procuratore Sebastio – si
rientrerebbe sempre nel reato di avvelenamento di sostanze alimentari. Dopo
carni e formaggi infettati, l’inchiesta si estenderebbe anche alle cozze, con
effetti dal punto di vista risarcitorio”. Solo nell’estate 2012, infatti,
secondo quanto dichiarato dai mitilicoltori tarantini, sono andate distrutte
circa venti tonnellate di cozze provenienti dal primo seno del mar Piccolo, per
un valore commerciale attorno ai 4 milioni di euro. Oltre venti cooperative di
allevatori di mitili interessate dal provvedimento di distruzione, nel caso in
cui si accertasse la responsabilità di Ilva nell’avvelenamento con sostanze
pericolose per la salute, potrebbero chiedere i danni al siderurgico.

Ilva di Taranto – Emilio
Riva, dal carretto di rottami ferrosi a Caronno Pertusella alla più grande
industria siderurgica italiana. Storia di un capitalista d’altri
tempi




di Tommaso Rodano da il Fatto quotidiano
“Riva
assassino”
. Una scritta in spray rosso su uno dei muri dell’acciaieria
più grande d’Europa. Era il 25 agosto 2006. Il padre padrone dell’Ilva,
l’ultraottantenne Emilio Riva, non la prese affatto bene: un affronto
intollerabile per il re di Taranto, l’uomo che sfama l’intera città. Il
responsabile della scritta era un ragazzino non ancora maggiorenne, la
“mandante” una sindacalista dei Cobas, Margherita Calderazzi. Il 13 gennaio 2009
è stata assolta dall’accusa di diffamazione, ma ha dovuto pagare il danno: 450
euro per aver imbrattato il muro dell’I l va . Il giorno della sentenza, di
fronte al giudice di pace, Emilio Riva volle essere presente di persona e
guardarla negli occhi. Il signore della siderurgia italiana risponde al cliché
dell’“uo – mo che si è fatto da solo”. Una vita tutta dedicata all’acciaio.
Passione ereditata dal padre e rimasta in famiglia: Emilio inizia nei primi anni
cinquanta con il fratello minore Adriano, facendo il giro delle fabbriche della
pianura padana su un camioncino, commerciando rottami di ferro. Così nasce la
sua prima azienda, nel 1954, mentre l’af – fermazione sulla ribalta dell’in –
dustria nazionale arriva con l’acquisizione delle Acciaierie di Cornigliano di
Genova nel 1988. Ma il vero, grande affare è l’acquisto dell’ex Italsider di
Taranto nel 1995, dopo una lunga trattativa con l’Iri guidato da Romano
Prodi.
IL GRUPPO
RIVA
triplica la produzione e quadruplica il fatturato, l’Ilva diventa
la più grande industria siderurgica italiana, una delle primissime in Europa e
nel mondo. Un colosso a gestione familiare, nelle mani di un padrone irascibile.
Nei primi anni dell’Ilva Emilio Riva è protagonista di un clamoroso episodio di
mobbing: al momento dell’acquisto gli esuberi sono circa un migliaio,
riassorbiti dopo una lunga battaglia sindacale a patto di accettare condizioni
di lavoro “f lessibili”. Chi si rifiuta finisce nella palazzina della
laminazione a freddo: un vecchio edificio dismesso all’in – terno
dell’acciaieria. Riva spedisce nel palazzo 79 operai
“dissi – denti”: rimangono tutto il giorno in un reticolo di corridoi e di
stanze spoglie; completamente disoccupati, senza computer, scaffali e strumenti
di lavoro. Alcuni dei lavoratori si ammalano di depressione, fino al 9 novembre
1998, giorno della “liberazione”, in cui la procura di Taranto fa mettere i
sigilli alla palazzina Laf. Il 7 dicembre 2001 Emilio Riva viene condannato
insieme ad altre dieci persone per mobbing e tentata violenza privata. La
sentenze del tribunale di Taranto diventano definitive in Corte di Cassazione:
Riva dovrebbe scontare un anno e sei mesi di carcere, ma la pena è sospesa.
NON È IL
PRIMO
, né l’ultimo dei suoi guai con la giustizia. Gli operai della
fabbrica di Caronno Petrusella ricordano quando Riva fu portato in carcere, nel
lontano 1975, a causa di un incidente sul lavoro. Il giorno dell’arresto il
padrone chiuse i cancelli dell’impianto: “Finché non esco io, qui non si
lavora”. Sempre lo stesso ricatto: morire di fame o di lavoro. Il tempo passa e
l’Ilva accumula tonnellate e tonnellate di acciaio e di veleni, e a far lavorare
migliaia di operai. Nel 1998 Taranto è dichiarata “città ad alto rischio
ambientale” con decreto del presidente della Repubblica, mentre nel 2006 un
rapporto dell’Ines (Inventario nazionale emissioni e sorgenti) stabilisce che il
92 per cento dell’intera produzione nazionale di diossina è da attribuire
all’ac – ciaieria tarantina. Nel 2008 vengono abbattute oltre 2 mila pecore nei
pascoli vicino alla fabbrica: il loro latte è pieno di veleno. L’Ilva però
rimane aperta. Anche perché a Emilio Riva non mancano certo le sponde politiche.
A ottantadue anni per la prima volta si lancia in un’impresa al di fuori nel
mondo dell’acciaio: è tra gli imprenditori che devono salvare Alitalia e la sua
“italianità”, come promesso da Silvio Berlusconi. Riva investe nella Cai 120
milioni di euro. “Un atto di patriottismo”, confessa in un’intervista. Sta di
fatto che i cancelli dell’Ilva sono salvati dalla chiusura anche nel giugno
2011, quando i carabinieri del Noe di Lecce chiedono il sequestro della fabbrica
dopo una serie di controlli a sorpresa. In quel caso è provvidenziale l’inter
vento dell’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo: il suo decreto
concede l’autorizazzione a continuare a produrre. Sarebbe dovuta durare sei
anni, di fatto è scaduta ieri.

http://www.infonodo.org/node/33546 

Ilva, nuove intercettazioni. I Riva: «Diciamo che va tutto bene.
Si vende fumo»

Coerenza

“Una curiosità: a difendere il 78enne Mario Lupo, presidente
dell’Ilva dal 1988 al 1991, risulta essere l’avvocato Paola Severino, divenuto ministro della
Giustizia nel Governo Monti, un incarico precedente alla nomina
governativa.”

da la Gazzetta del Mezzogiorno

.

morti cancro taranto ilva

fonte
immagine

Ilva, nuove intercettazioni. I Riva: «Diciamo
che va tutto bene. Si vende fumo»

Nei giornali di oggi un rapporto della Guardia di finanza che incastra i
dirigenti dello stabilimento di Taranto

TARANTO – Comunicati fasulli per la
stampa, la corruzione di un perito della procura, le pressioni sulla commissione
governativa
che rilasciò l’Autorizzazione integrata ambientale.
Questi gli elementi che emergerebbero dalle conversazioni in mano alle Fiamme
gialle, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani in edicola oggi.


Materiale
bollente
– ricostruisce Giusi Fasano nel Corriere della
sera – che sarebbe contenuto nel fascicolo per corruzione in atti giudiziari
contro Girolamo Archinà, il responsabile delle pubbliche relazioni dell’Ilva che
il presidente Bruno Ferrante ha licenziato pochi giorni fa. La Gdf – ricorda
l’articolo -«parte dall’ormai famoso incontro fra Archinà e Lorenzo Liberti –
consulente tecnico dei magistrati che secondo la Procura avrebbe ricevuto da
Archinà diecimila euro per favorire il gruppo siderurgico nelle relazioni da
consegnare ai pubblici ministeri – e finisce col disegnare uno scenario
inquietante di accordi sottobanco, tentativi di condizionamenti, versioni da
costruire a tavolino per la stampa. L’episodio Archinà-Liberti viaggia su una
strada giudiziaria autonoma ma è finito nelle indagini che hanno portato al
sequestro dello stabilimento e ai domiciliari per otto persone (fra le quali
Emilio Riva, proprietario dell’Ilva, e suo figlio Nicola) perché il giudice
Patrizia Todisco lo ha citato riferendosi alla capacità di inquinamento delle
prove della famiglia Riva».

Depistare la
stampa.
Il 15 luglio 2010 – ricorda il Corriere – Archinà e
Fabio Riva incontrano Vendola per discutere di Ilva. Dopo l’incontro Fabio Riva
parla con suo figlio Emilio e gli dice che l’incontro è andato bene. «Emilio
suggerisce di fare un comunicato fuorviante» annotano i finanzieri: «Si dice… si
vende fumo, non so come dire! Sì, l’Ilva collabora con la Regione, tutto bene…».
Liberti aspetta dall’Arpa (Agenzia regionale protezione e ambiente) alcuni dati
sui rilevamenti della diossina. «E diamoglieli noi, dai!» dice Fabio Riva. E
Archinà: «In modo che io potrei lavorargli… a dire… sulla quantità piuttosto che
sul profilo». «Darglieli in anteprima – traducono i finanzieri – significa che
così Archinà potrà iniziare a lavorare sul Liberti affinché (…) attesti che
comunque le emissioni di diossina prodotte dal siderurgico siano in quantitativi
notevolmente inferiori a quelli accertati all’esterno».

L’Ilva potrebbe inoltre
aver esercitato pressioni sulla commissione che ha stilato
l’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata il 4 agosto 2011 dal governo
Berlusconi. «Il sospetto delle Fiamme gialle – scrive Repubblica – è che in quel
documento (che ora il ministro Clini vuole rivedere al più presto) i limiti di
inquinamento siano stati disegnati appositamente sulle emissioni dell’Ilva».

Ieri il presidente
dell’azienda,
Bruno Ferrante, ha presentato gli appelli contro
la decisione del gip che ordina la chiusura degli impianti. Sul fronte politico,
dopo l’audizione alla Camera del ministro Clini, a Taranto sono attesi per il 17
agosto i ministri Passera, Severino e lo stesso Clini.

Mercoledì 15 Agosto 2012 – 12:14
Ultimo aggiornamento: 12:24
.
.
fonte immagine di testa 
Sospiriamo Taranto

Pecorella: «L’Ilva non può pensare che sia lo Stato a dover pagare la sua
messa in regola»

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agosto 24, 2012 Chiara Rizzo

Gaetano Pecorella, presidente della commissione d’inchiesta sui rifiuti che
ha indagato sull’Ilva: «Il problema dei posti di lavoro esiste, ma per anni
l’azienda ha trovato il modo di non adeguare gli impianti»

La commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti lo scorso 20
giugno, prima dunque del decreto del Gip di Taranto Todisco, ha pubblicato una
dettagliata relazione (firmata all’unanimità) sulla Puglia, dedicando un intero
capitolo al caso Ilva. Si tratta del frutto di audizioni
e acquisizioni di atti (comprese le perizie mediche e chimiche disposte dal Gip
di Taranto, nel contraddittorio con le parti, che hanno rivelato gli effetti
dell’inquinamento ambientale), e di visite ispettive in Puglia della stessa
commissione, iniziate nel settembre 2010. Gaetano Pecorella (deputato Pdl), il
presidente della commissione, spiega a tempi.it: «L’Ilva per anni ha trovato
modo di non mettersi in regola e di non spendere per adeguare gli impianti.
Lavora come tutto il capitalismo italiano, nella logica che quando c’è da
guadagnare si intasca, quando c’è da spendere si scarica sulla collettività».
Oggi, secondo Pecorella e la commissione, «il problema dei 15 mila posti di
lavoro a rischio c’è, eccome. Ma in questa vicenda non può passare il principio
che per mettersi in regola sia lo Stato a pagare. Credo che l’indicazione del
Riesame con l’interruzione della produzione come estrema ratio sia corretta.
Bisogna però tenere il fiato sul collo all’Ilva perché tutto non passi sotto
silenzio».
La relazione della commissione sull’Ilva conclude che «ci si trova di
fronte ad un’area altamente inquinata per ragioni allo stato non riconducibili
univocamente a questo o a quell’altro fattore rispetto alle quali risultano del
tutto carenti le attività di bonifica o di messa in sicurezza a tutela
dell’ambiente e della salute umana». Che impressione si è fatto
di questa vicenda, in base alle ispezioni, alle audizioni e ai documenti
analizzati?

La prima cosa che mi ha colpito di questo lavoro è stata
l’ispezione all’Ilva fatta dalla commissione a settembre 2010. Tralascio
l’accoglienza cordiale che abbiamo ricevuto, di cui ora capisco davvero il
senso. Ci fecero vedere delle casette che avevano costruito, un esempio di
interventi positivi, e ci portarono in giro per lo stabilimento. Ma quando
abbiamo chiesto dove nascondessero i rifiuti pericolosi (perché il vero problema
dell’Ilva è quello delle discariche occulte, che ci sono dai tempi
dell’Italsider e di cui ci erano pervenute delle segnalazioni precise) l’azienda
ricondusse la responsabilità a chi c’era prima, cioè lo Stato. Questo malgrado
fin dal 2010, e fino ad oggi, tra quei rifiuti ci siano state polveri che
contengono diossina. La seconda cosa che mi ha colpito è stato il caso degli
ovini abbattuti a Taranto (tra il 2008 e il 2011 2.271 capi di bestiame, ndr)
perché sono state ritrovate tracce di diossina e Pcb dopo che avevano pascolato
in terreni più o meno vicini all’Ilva, e contaminati da polveri che i periti
riconducono con ragionevole certezza allo stabilimento. Chiedemmo notizie al
riguardo. Ci risposero che la diossina era presente nell’erba come conseguenza
di Chernobyl. Non c’è stata dall’Ilva nessuna ammissione di un malfunzionamento.
La commissione questo lo ha denunciato, perché certamente a nostro avviso c’è al
contrario una responsabilità dell’Ilva. Anche se può esserci la concorrenza di
altri fattori esterni, le sostanze inquinanti provengono sicuramente dal ciclo
produttivo dell’Ilva, questo è un dato individuabile in tutte le perizie.

La relazione della commissione evidenzia anche che in questa vicenda
«altrettanto carenti e non coordinati risultano i controlli istituzionali da
parte degli enti centrali o locali». Che cosa è accaduto?

La carenza
dei controlli è una conseguenza logica del fatto che questa produzione
inquinante va avanti da molti anni. Non c’è stato alcun intervento delle
istituzioni, e nemmeno a fronte di processi con condanne definitive come quelle
riportate dai Riva. La stessa magistratura si è decisa ad intervenire solo ora.
Ad esempio, l’Arpa pugliese spiegò che fino al 2008 «non aveva né la possibilità
di effettuare misurazioni particolarmente complesse come quelle delle diossine
nelle emissioni o nell’ambiente, né aveva un laboratorio sufficientemente
attrezzato per effettuare questo tipo di misurazioni». Un registro dei tumori
che iniziava a studiare le incidenze degli inquinanti sulla diffusione dei
tumori, aperto nel 2001, rimase poi chiuso per anni. L’istituto nazionale di
sanità, cui l’Arpa Puglia aveva chiesto di esprimere un parere sull’inquinamento
da berillio e pcb nel quartiere Tamburi (nei pressi dell’Ilva, ndr), si è
limitata a scrivere 3 pagine scarse, con osservazioni basate sulle osservazioni
dell’Arpa. Meraviglia che l’istituto non abbia svolto direttamente le indagini
che gli competono. Eppure nessuno, né Arpa né altri, hanno denunciato la carenza
di mezzi o altro fino ad oggi.

Perché?

C’è stata a Taranto una sorta di connivenza da
parte di tutte le istituzioni, e questo lo dico a prescindere dai fenomeni di
corruzione in corso di accertamento dalla magistratura. Una connivenza forse
anche per la stessa paura che vediamo diffondersi oggi, per la chiusura dello
stabilimento e la perdita conseguente di tanti posti di lavoro.

In commissione c’è stata anche l’audizione del presidente Ilva Bruno
Ferrante, il quale ha motivato quello che è accaduto parlando di incomprensioni
con l’autorità giudiziaria. Secondo Ferrante, inoltre, l’Ilva ha fatto negli
anni considerevoli investimenti per l’ambiente, un miliardo di euro dal 1995.
Che cosa ne pensa lei?

Io non credo che ci siano state
incomprensioni. L’Ilva per anni e anni ha trovato il modo di non mettersi in
regola e di non spendere, tanto che nel 2008, semmai, c’è stato una riduzione
degli investimenti per le bonifiche ambientali. Il miliardo di euro dal ’95, di
cui ha parlato Ferrante, è poca cosa per adeguare gli impianti: basta dividere
quella cifra per i 17 anni trascorsi per capirlo. La conseguenza è che oggi
l’Ilva dovrà affrontare investimenti ingenti per adeguarsi, anche perché gli
impianti sono obsoleti. Inoltre, se in questi anni la magistratura ha accertato
che ci sono stati i danni alla salute evidenziati da alcune perizie,
evidentemente non è vero quello che dice Ferrante, che il problema è stata solo
di una contrapposizione con le autorità.

Si riferisce alla perizia medica sulle morti e i tumori nel quartiere
Tamburi?

Sì. Ho letto la consulenza consegnata ai magistrati. Tra il
2004 e il 2010 ci sono stati 91 decessi e 379 ricoveri, solo in questi
quartieri, attribuibili alle emissioni degli impianti industriali. Per i periti,
il numero dei decessi in quei quartieri è superiore al 70 per cento rispetto
alla media cittadina. Inoltre i periti hanno condotto uno studio sul periodo tra
il ’98 e il 2010 e stimato 386 decessi totali, 237 ricoveri per tumori maligni,
937 per malattie respiratorie tutto questo in gran parte in relazione ai
bambini, con 48 casi di ricoveri pediatrici all’anno. La commissione ha visitato
i quartieri Borgo e Tamburi: ricordo bene le facciate delle case tutte rosse,
per le emissioni pesanti. Ho letto una grande stupidata sui giornali, l’idea di
trasferire i residenti da Tamburi. Non scherziamo. La diossina per altro si
infiltra anche nelle falde acquifere e quindi è un problema a più ampio raggio.
La commissione pensa che non si possa consentire oltre qualsiasi tipo di
attività che possa essere dannosa alla salute delle persone. Questa è una cosa
su cui non si può transigere: se l’attività è dannosa, quindi è un reato, non si
può andare avanti.

Ma 15 mila disoccupati sono un altro problema
grave.

Credo che l’indicazione del Riesame che vede l’interruzione
della produzione come estrema ratio sia corretta. Bisogna spingere l’Ilva a
mettere in regola lo stabilimento lasciandolo aperto. Ma se l’azienda non vuole
farlo, la seconda fase dev’essere la chiusura. Il problema è che l’Ilva lavora
come tutto il capitalismo italiano che quando c’è da guadagnare si intasca,
quando c’è da spendere si scarica sulla collettività. Il problema dei 15 mila posti di lavoro c’è eccome, ma non può più passare il principio che
per mettersi in regola sia lo Stato a pagare. Adesso la strategia che l’azienda
segue, come molte altre volte in passato, è quella di “parare i colpi” finché
c’è attenzione sul problema, nella speranza che poi tutto riprenderà come prima.
Questo è accaduto anche a fronte delle condanne dei Riva passate in giudicato.
Bene, invece non si può andare avanti così. So che il ministro Clini è molto
vigile su questo, ma adesso non deve venire meno la vigilanza da parte del Noe,
dell’Arpa e della Regione. Serve il fiato sul
collo.

Leggi di Pi�: Caso
Ilva. Parla Gaetano Pecorella | Tempi.it

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24 agosto 2012

Taranto

Ma i soldi per l’Ilva sono un giallo

Leonardi: i fondi
europei ci sono ma Bruxelles chiederebbe un commissario



immagine documento

Che la salvezza
dell’Ilva, e della città che la ospita, passi dall’Europa il governo sembra
esserne piuttosto sicuro. Lo hanno reso chiaro appena una settimana fa sia il
ministro allo sviluppo economico Corrado Passera sia quello all’ambiente Corrado
Clini che nel corso della conferenza stampa tarantina parlavano entrambi di un
ricorso ai fondi europei. Allo stato attuale delle cose, infatti, il piatto –
cioè le uniche cifre che siano state menzionate: i 336 milioni dello stato
tramite decreto legge, e i 146 promessi dall’Ilva di Bruno Ferrante – piange.
«Non basteranno», diceva Passera. «I 146 milioni dell’Ilva sicuramente non
coprono gli investimenti necessari», ha ribadito Clini mercoledì. E solo ieri il
procuratore di Taranto dichiarava: «È un impianto privato, non è lo stato che
deve pagare o anticipare».

A quanto pare sarà l’Europa a doverci salvare. Ma
come? Al momento, confermano fonti governative, l’idea di una caccia grossa di
fondi europei rimane soltanto quella. Un’idea. Quanto concreta – e cioè quali
siano questi fondi, e quanto sonante sia il denaro che ne dovrebbe scaturire – è
difficile da capire. I fondi europei, infatti, sono una giungla nella quale
districarsi non è facile. Ecco perché siamo andati a parlare con l’esperto
italo-americano Robert Leonardi, visiting professor alla Luiss, ed ex
docente della London school of economics, noto in Italia per essersi occupato, a
partire dal 2008, dei fondi europei in Sicilia. Lui la situazione di Taranto
l’ha vista coi suoi occhi.
La domanda è: esistono in Europa soldi da cui
attingere per affrontare la crisi tarantina nel suo insieme, cioè dal
risanamento della città alla metamorfosi della più grande acciaieria d’Europa?
«Ce ne sono, eccome – risponde pacato a Europa – sono i famosi fondi
strutturali. Stiamo parlando di miliardi di euro che non sono quasi mai stati
adoperati. Se non li si usa, torneranno a Bruxelles». La Puglia infatti fa parte
delle cosiddette “regioni convergenza” – chiarisce – ragion per cui dal 2007 al
2013 (ma la scadenza è posponibile) ha avuto a disposizione 6 miliardi, «dei
quali solo il 10 per cento è stato speso». Soldi, sostiene il docente, che con
un accordo a tre livelli (fra regione, governo e commissione europea) sarebbero
accessibili. Ma la crisi tarantina è «un po’ fuori dal normale, e richiederebbe
una preparazione: giustificare la cosa, riprogrammare i fondi, dare tempi
sicuri. Complicato ma non impossibile». Ci sono però, fa notare Leonardi, due
questioni. La prima, tecnica: «All’Ilva sanno esattamente che cosa devono fare e
dove andare a intervenire? Perché se non hai progetti esecutivi, in Europa non
vai da nessuna parte». La seconda è, pesantemente, politica: seguendo questa
strada l’azienda verrebbe commissariata. «Secondo l’Europa, se l’azienda non è
in grado di trovare i propri soldi, deve chiedere allo stato, e se lo stato è
disponibile a intervenire, diventa esecutore dell’intervento, e deve nominare un
commissario con poteri straordinari. Senza dubbio, la Commissione imporrebbe il
commissariamento dell’Ilva. Non potrebbero lasciare mano libera al management».
Un tesoro, insomma, ma nella tradizione tolkieniana, un tesoro avvelenato. La
famiglia Riva lo accetterebbe? E d’altra parte un governo tecnico si assumerebbe
mai la responsabilità di gestire un’acciaieria “di stato”? 

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/136740/ma_i_soldi_per_lilva_sono_un_giallo

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Ilva, videocamerespia su impianti
sequestrati

di MIMMO
MAZZA

TARANTO – Videosorveglianza 24 ore al giorno di
parchi minerali, acciaierie, altiforni e cokerie. È la prima mossa dei custodi
giudiziari dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, finita sotto
sequestro lo scorso 26 agosto. Gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza
e Claudio Lofrumento ieri pomeriggio si sono recati nello stabilimento
siderurgico, accompagnati dai Carabinieri del Noe (il Nucleo operativo
ecologico) di Lecce, per definire il sistema di videosorveglianza che sarà
installato in tempi brevi a spese dell’Ilva – due milioni di euro la spesa
prevista nell’ambito dei 146 milioni posti sul piatto dal presidente Bruno
Ferrante, dopo il vertice con i ministri Clini e Passera – e che consentirà un
monitoraggio costante degli impianti finiti nel mirino della
magistratura. 


Ieri mattina i tre tecnici – con l’aggiunta del
commercialista Mario Tagarelli, incaricato di curare gli aspetti amministrativi
– erano stati a Palazzo di giustizia per incontrare il pool di magistrati che si
occupa dell’inchiesta sull’Ilva e il giudice per le indagini preliminari
Patrizia Todisco, che ha definito i loro compiti dopo averne firmato la nomina.
«La fase esecutiva del sequestro – ha commentato il procuratore capo Franco
Sebastio al termine dell’incontro – è iniziata 24 ore dopo la notifica del
decreto di sequestro. Il Tribunale del Riesame è stato molto chiaro – ha
aggiunto il magistrato – perché ha specificato che non c’è la facoltà d’uso
degli impianti e lo scopo dei custodi, sotto la nostra supervisione, è di
eliminare le emissioni nocive per la salute». 
Massimo riserbo da parte
del numero uno della Procura ionica sui tempi e le modalità di attuazione degli
interventi: «I tecnici stanno per questo, tocca a loro prospettare le modalità
di intervento. Ora stanno verificando che la produzione sia al minimo e ci hanno
già indicato una stima dei costi e degli interventi da fare. Può darsi che ci
siano lavori da fare ad impianti fermi, altri lavori da fare ad impianti accesi
ma non produttivi ed altri che permettano di produrre. Tutti questi aspetti li
indicheranno i custodi tecnici con i quali abbiamo già concordato una linea
operativa». Chiaro invece il Procuratore sui possibili sviluppi della vicenda:
«Noi siamo organo giudiziario, perseguiamo i reati, non risolviamo i problemi
sociali. Il nostro scopo, indicato dal Riesame, è porre fine rapidamente alle
emissioni nocive per l’ambiente e la salute pubblica. Evitiamo di fare annunci
in un momento delicato come questo. Conteranno i fatti. I tecnici indicheranno
alla proprietà dello stabilimento il programma e gli interventi concordati
seguendo la linea dettata dal Riesame, cioè quella di evitare per quanto
possibile tecnicamente, la distruzione degli impianti. Si tratta di un’azienda
privata, non può farsi carico lo Stato dei lavori necessari per evitare le
emissioni nocive, toccherà all’Ilva decidere cosa fare. Se non lo vorrà fare, le
conseguenze saranno inevitabili». I custodi giudiziari nominati dal gip hanno
già eseguito diversi accessi all’interno dello stabilimento, raccogliendo
documenti e prendendo informazioni sullo stato degli impianti e sulla
produzione. Nelle prossime ore lavoreranno ad una scheda, impianto per impianto,
in grado di illustrare sia le modalità di intervento per ridurre le emissioni
inquinanti che la spesa necessaria.

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