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Ilva, gli affari di Passera con Riva: il legame tra Banca Intesa e la società

Passerà?

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Ilva, gli affari di
Passera con Riva: il legame tra Banca Intesa e la società

Nel 2008 il ministro,
allora amministratore delegato dell’istituto di credito, lanciò l’appello per
salvare Alitalia: l’industriale acquisì il 10% della compagnia e divenne il
secondo azionista. E nel 1995 fu proprio la Cariplo a finanziare l’offerta per
comprare l’acciaieria messa in vendita dallo Stato 



corrado passera interna nuova

C’è il Corrado Passera ecologista,
quello che tre giorni fa ha detto: “I criteri di salute pubblica vanno
considerati (….) e quindi gli
impianti di Taranto
non devono essere tenuti aperti a qualunque
costo”. E poi c’è il Passera che si preoccupa di lavoro e produzione, tanto da
garantire, il 26 luglio, che “governo e istituzioni locali faranno tutto il
possibile per individuare soluzioni che tutelino occupazione e sostenibilità
produttiva”. Questo è quanto raccontano le cronache delle ultime settimane sulla
vicenda del sequestro degli impianti Ilva. Resta da capire come queste due
maschere indossate dal ministro dello Sviluppo, due maschere già piuttosto
contrastanti tra loro, riescano a conciliarsi con un terzo ruolo interpretato
fino a pochi mesi fa da Passera. Un ruolo da supermanager, da capo di Intesa. E
proprio in veste di banchiere, come numero uno del più grande istituto italiano,
l’attuale superministro del governo Monti, era di gran lunga il finanziatore
di riferimento del gruppo Riva
, cioè, in sostanza, dell’Ilva di
Taranto.

Un legame strettissimo, quello tra Intesa e il colosso italiano
dell’acciaio. Tanto che nel 2008, quando la banca allora guidata da Passera si
mette alla ricerca di imprenditori disposti a intervenire per salvare
l’Alitalia, ecco che Emilio Riva, l’ottuagenario patron del gruppo, è uno
dei primi a rispondere all’appello. Per molti quell’intervento fu una sorpresa.
Mai, in più di mezzo secolo di carriera, il padrone dell’Ilva aveva puntato un
soldo su un qualunque investimento che non avesse a che fare con l’acciaio. A
quanto pare, invece, il fascino della scommessa su Alitalia dev’essere stato
irresistibile. O forse Passera e il governo di Silvio Berlusconi, sponsor
politico dell’operazione, devono aver usato argomenti particolarmente
convincenti. Sta di fatto che Riva ha messo sul piatto addirittura 120 milioni
di euro per comprare il 10,8 per cento della compagnia aerea e diventarne e così
il secondo maggior azionista dopo i francesi di Air France (25 per cento)
e addirittura davanti a Intesa, che possiede il 9 per cento circa di Alitalia.
Per Riva, come per tutti gli altri partecipanti alla cordata tricolore,
l’investimento si è fin qui rivelato piuttosto avaro di soddisfazioni, per usare
un eufemismo. A più di tre anni dal salvataggio l’ex compagnia di bandiera
continua a viaggiare in perdita e le prospettive per l’immediato futuro non
sembrano granchè esaltanti. Poco male, per Riva che a differenza di altri
investitori continua a mantenere in bilancio la sua quota di Alitalia al valore
di carico, senza svalutarla. D’altronde, in tempi di crisi gravissima per
l’acciaio, è lecito sospettare che i proprietari dell’Ilva contassero di
incassare un dividendo, per così dire, politico dalla loro partecipazione alla
cordata promossa da Berlusconi e Passera, come numero uno di Intesa.
Sarà un
caso, ma giusto poche settimane prima che venisse siglato l’affare (si fa per
dire) Alitalia, la banca all’epoca guidata da Passera finanziò un’operazione
molto importante dei Riva. Con un prestito di 100 milioni di dollari (circa 80
milioni di euro) il gruppo che controlla Ilva siglò un contratto con un cantiere
cinese per la costruzione di due enormi navi tipo bulk carrier (più di
100 mila tonnellate di stazza) che servono a trasportare minerali di ferro, la
materia prima delle acciaierie. Va detto che i rapporti tra il patron Emilio
Riva, ancora agli arresti domiciliari dal 26 luglio
, e la banca milanese
datano da gran tempo, molto prima che Passera si insediasse al
vertice.
L’industriale dell’acciaio è stato per decenni un importante cliente
della Cariplo, la grande cassa di risparmio lombarda che 15 anni fa si è fusa
con il Banco Ambroveneto, dando vita all’istituto destinato a crescere
ancora (Comit e poi Sanpaolo) fino a diventare l’attuale Intesa.
Nel 1995 fu proprio la Cariplo a finanziare l’offerta per comprare l’Ilva messa
in vendita dallo Stato. Un’operazione da 2.200 miliardi di lire, pari a oltre un
miliardo di euro attuali. Con il passare del tempo i rapporti tra Riva e la sua
banca di riferimento si sono consolidati e gli affari sono proseguiti alla
grande anche dopo l’arrivo del banchiere destinato a diventare ministro. Intesa
resta la banca di riferimento del colosso siderurgico, seguita a distanza dalla
Popolare di Bergamo. D’altra parte un cliente come l’Ilva e le altre
acciaierie targate Riva valgono decine di milioni l’anno di ricavi per gli
istituti di credito che hanno finanziato il gruppo per oltre 2 miliardi di euro.
E allora come dire di no a un banchiere amico come Passera. Un banchiere che ora
fa il ministro e sarà chiamato (anche lui) a risolvere la colossale grana di
Taranto.

da
Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2012

Soldi pubblici, vizi privati: il forziere dei Riva

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IL PUNTO DI MARIO MOLINARI (Savonanews)

Ilva “eccellenza italiana” con € 164.400.000 di
capitale sociale in Lussemburgo

Ma in arrivo ci
sono 336 milioni di Euro pubblici per bonificare i danni degli impianti
(privati) Il notaio Lussemburghese? Ironia della sorte: Monsieur Hellinckx, lo
stesso di Nucera e Geotea



Leggendo l’accattivante brochure del Gruppo Riva si avverte
la fragranza di “una storia italiana”, una specie di mulino bianco dove si
macina carbone per colare l’acciaio da vendere. Per guadagnare soldi,
semplicemente. 

L’ILVA è stata “privatizzata” dalla vecchia Italsider, dove
navigò il buon Gambardella della Margonara. Italsider fece senz’altro un buon
affare vendendo Ilva ai Riva, tanto che i Riva ci cavarono palate di miliardi, a
quel punto privati. 
Grati, investirono così tanto per non appestare il
luogo, che la magistratura, nonostante ogni tipo di tentativo di portar dalla
loro stampa e controllori, anche facendo perder la faccia ad una persona perbene
come l’ex prefetto Bruno Ferrante, gli sequestrò lo stabilimento. 
L’ilva è
controllata totalmente dai Riva, attraverso la RIVA FIRE Spa, dove “FIRE” non
sta per fuoco in inglese ma per una cosa tipo Finanziaria Industriale Riva
Emilio. 
Ed è con questo nome che all’inizio della vicenda provammo a vedere
se esisteva nel paradiso fiscale europeo per eccellenza – il Lussemburgo – senza
successo. Bene, pensammo. almeno qualcuno che sta davvero in Italia, anche
fiscalmente. 
Poi fummo colti da un pensiero: ma vuoi veder cosa combina il
senso d’onnipotenza? E cercammo nel Granducato fiscale – banalmente – alla voce
“ILVA” 
ed eccola lì, 

ILVA INTERNATIONAL S.A. costituita il 05/02/2004, in rue de
la chapelle (la strada della cappella) pure al civico
17

tra


1) ILVA SpA, ayant son siège à Viale Certosa 249, I-20151
Milan rappresentata da Monsieur Michel Comblin, conseil fiscal, demeurant à
Glabais (Belgique), en vertu d’une procuration sous seing privé, lui délivrée
à Milan, le 5 décembre 2003.



2) PARTICIPATIONS ET FINANCEMENTS EXTERIEURS S.A., en abrégé
PARFINEX S.A., ayant son siège à L-1325 – Luxembourg, 17, rue de la Chapelle,
ici représentée par Monsieur Claude Zimmer, conseil fiscal, demeurant à
Luxembourg 

Per un totale di 16.440.000 actions de EUR 10 chacune, totalisant
EUR 164.400.000



Centosessantaquattro milioni di
Euro, oltre trecento miliardi di vecchie £ire. Non esattamente una mancia pro
forma per una scatola vuota. 
Si, ma i Riva che c’entrano? Leggiamo oltre
alla voce Amministratori

2. Sont appelés aux fonctions d’administrateur non
rémunéré:


a) Monsieur Fabio Riva, entrepreneur, né à Milan,
le 20 juillet 1954, demeurant professionnellement à I-20151 Milan, Viale
Certosa 249.
b) Monsieur Angelo Riva, industriel, né à Milan, le
19 octobre 1966, demeurant professionnellement à L-20151 Milan Viale Certosa
249.
c) Monsieur Hans-Hinrich Muus, conseiller d’entreprise, né
à Hamburg, le 13 octobre 1937, demeurant à D-20148 
A rivedere i conti una
vecchia conoscenza come DELOITTE & TOUCHE S.A.
E il notaio che
redige l’atto? Naaaa: Henri Hellinckx, lo stesso della GEO di Nucera e della
Geotea (Ecosavona & Bossarino) di Bagnasco
Bravi tutti.  
In
appendice: 
Tra il 1994 e il 1995, a cavallo tra i governi Ciampi, Berlusconi
I° e Dini va in porto la privatizzazione dell’ILVA (che dopo aver aperto il
bijoux di Taranto cambiò il nome in Italsider) 
Erano appena trascorsi gli
anni belli di Giovanni Gambardella, che tentò la Margonara. Il Corriere della
Sera nel 1993 ricorda così: 

“Celebri
manager pubblici e privati, una volta rimossi da poltrone di prestigio, si
mettono in proprio e ricominciano, si fa per dire, da zero. E cosi’ ha fatto in
sordina anche Giovanni Gambardella, l’ ex amministratore delegato dell’
Ilva travolto dalle perdite della siderurgia pubblica.” 
Condensando in una riga: lo Stato sbologna l’Ilva, i Riva se la acchiappano.
Chi avrà fatto l’affare. Segue uno schema dei dati economici del Gruppo Riva nei
quali curiosamente il Lussemburgo pare proprio non compaia. Fonte: il Gruppo
Riva 
ma se l’ITALSIDER era così in perdita… com’è che, passata ai
Riva…

 


Una fionda per Davide?

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ILVA: MILLE IN PIAZZA A TARANTO E APPLAUSI A GIP

OPERAIO SIDERURGICO
CATALDO RANIERI È IL SIMBOLO DELLA PROTESTA

(dell’inviato Roberto
Buonavoglia)
Non chiamatelo capopopolo, potrebbe offendersi. Ma il
carisma di Cataldo Ranieri, operaio dell’Ilva di 42 anni, è tipico di chi le
battaglie ha deciso di farle sul serio e non certo contro la magistratura ma per
difendere dall’inquinamento industriale la sua città. Lui, addetto agli impianti
marittimi del siderurgico tarantino, che – dice – da «tre anni sono sotto
sequestro con facoltà d’uso», è in grado di parlare alla gente, di scandire
quelle parole che la politica ha smesso da tempo di pronunciare. È capace pure
di emozionarsi. I cittadini lo sanno e lo seguono, come un capopopolo. Per
questo oggi pomeriggio Ranieri e gli aderenti al ‘comitato cittadini e
lavoratori liberi e pensantì, del quale l’operaio è portavoce, sono riusciti a
portare nella centralissima piazza della Vittoria circa mille persone. È vero,
non si tratta di molta gente anche se mancano tre giorni a Ferragosto e la città
è semi deserta, ma a Taranto tante persone per strada a parlare dell’Ilva e di
tumori su invito di un gruppo di comitati non si erano mai viste. E poi è la
piazza a mormorare che finalmente qualcosa si muove e che l’anello di
congiunzione tra i vari comitati e associazioni è proprio questo ragazzone
biondo che si consegna alla folla, alle telecamere e ai flash con ciabatte
infradito, bermuda e t-shirt. Per spiegare subito di che pasta è fatto dice di
essere «politicamente indipendente», di lavorare all’Ilva da 15 anni, di avere
due figli maschi di 9 e 13 anni e aver un mutuo sulle spalle da 650 euro al mese
che finirà di pagare tra 25 anni.
Quindi, è uno che ha certamente bisogno di
lavorare per vivere.
Ma dice di essere felice di «avere finalmente rotto le
catene» per dire alla gente «che i politici hanno tradito i tarantini perchè non
sono mai intervenuti per fermare l’Ilva che avvelena Taranto», e ai suoi
colleghi «che non si può barattare un posto di lavoro con la salute dei nostri
figli».
Ranieri è il primo a parlare alla folla, poi interverranno gli
aderenti ad altri comitati. Ma quello che subito balza all’attenzione è la
voglia dei tarantini di dire basta.
Infatti, non si era mai vista una piazza
acclamare a squarciagola come si fa allo stadio il nome di un giudice, il gip
Patrizia Todisco, che ha deciso di sequestrare le aree a caldo dell’Ilva e che
ha avuto il coraggio di ribadire che gli impianti vanno fermati. Al magistrato
la folla ha riservato anche un applauso scrosciante. «Mentre fino a qualche mese
fa – ha detto Ranieri – si invitava la magistratura a fare il proprio dovere
sull’inquinamento provocato dall’Ilva, ora ci sono attacchi anche politici a un
giudice che ha fatto solo il suo dovere».
«La gente – sottolinea l’operaio –
sa che la classe politica che finora ci ha rappresentato qui a Taranto ci ha
tradito e non è mai intervenuta per fermare l’Ilva che avvelena la
città».
Bacchettate non sono mancate al governo che ha deciso di inviare a
Taranto il 17 agosto prossimo tre ministri. «Vengono – dice Ranieri, a cui fanno
eco gli esponenti di altri comitati – per tutelare gli interessi dell’Ilva: noi,
tre ministri, li avremmo voluti qui a Taranto per i bambini del rione Tamburi
intubati in ospedale perchè ammalati di tumore». Ed è stata proprio una storia
di tumore che lo ha indotto a fondare il comitato. «Il 27 luglio – racconta
emozionato – stavamo bloccando il ponte girevole per protestare contro il
sequestro dell’Ilva; mi si è avvicinato un automobilista e mi ha detto: ‘Io devo
passare, devo accompagnare mia moglie a fare la chemioterapià. Da quel giorno –
sospira – la mia vita è cambiata».
(ANSA).

I
documenti originali parlano chiaro! Attenti ai media!

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…grazie al formidabile blog
Corporeus Corpora
vi sottoponiamo gli ultimi documenti della Procura
sull’Ilva

—————————————-

Tarasleaks 2012: I due
provvedimenti del G.I.P. in seguito alle decisioni del riesame

Gli atti giudiziari del 10 e dell’11 Agosto 2012
a firma Patrizia Todisco, in originale

La vicenda ILVA prosegue a spron battuto, anche
in queste ore. Corporeus corpora, secondo quanto
promesso, ha ottenuto i documenti originali del processo che vanno a completare
quanto già messo da noi a disposizione nei giorni trascorsi:
  1.  Decreto di sequestro con copiosa documentazione tecnica,
    G.I.P.
  2.  Dispositivo riesame su decreto di sequestro (impugnato da
    ILVA), Tribunale del riesame
In seguito, nelle giornate del 10 e dell’11, la
dottoressa Patrizia Todisco ha ritenuto di intervenire a sua volta sulle
decisioni del riesame, alquanto sibilline, come subito riconoscemmo.
Ambedue gli atti sono ampiamente motivati, ma
vanno letti in originale. Solo così si può evitare che la strumentalizzazione
politica, giudiziaria e giornalistica renda indistricabile il contesto e gli
avvenimenti. Corporeus corpora dichiara sin dall’apertura questo quale
scopo principale della sua presenza.
Ecco il primo dei due provvedimenti,
n.5488/10, che ha la funzione di tradurre in realtà processuale le indicazioni
ricevute dal riesame. Affermando che il testo della sentenza del riesame non
prevede la possibilità di produrre alcunchè, se non bonifiche.
E di adottare
“tutte le misure tecniche necessarie a scongiurare il protrarsi delle situazioni
di pericolo e ad eliminare le stesse”, in quanto l’impianto del decreto di
sequestro viene esplicitamente confermato.
Notate bene che in questo primo provvedimento,
di 3 pagine, la nomina del dr. Ferrante quale custode, per come decisa dal
riesame, resta incontestata.
A seguire il secondo, finalizzato questa volta
alla revoca del dr. Ferrante quale custode dei beni sequestrati.

Chiarimenti
Riesame ILVA_5488-10

L’atto a
seguire, con cui il G.i.p. nega al direttore dello stabilimento Ferrante la
qualità di custode, ha come motivazione l’aver egli compiuto immediatamente atti
incompatibili con la sua qualità pubblica. 

Segnatamente l’ordine immediato ad impugnare il provvedimento
n.5488/10 (sopra)
, impartito in qualità di “presidente del consiglio di
amministrazione e legale rappresentante pro tempore dello stabilimento
ILVA s.p.a. di Taranto” e comparso in veste di notizia sul sito dell’Ansa alle
16.43 del giorno 11 Agosto, manifesta da subito l’incompatibilità delle due
funzioni, in palese contrasto.

Almeno
nell’opinione della dottoressa Todisco. Che ci sentiamo di condividere, sebbene
non si siano attese le motivazioni del riesame per procedere: non crediamo ciò
lasci troppo spazio al Guardasigilli Cancellieri per interventi di sorta.
Leggete però da
voi:

Incompatibilità
Ferrante_ILVA






Ovviamente non finisce qui. Nè la vicenda ILVA, nè il nostro committment a
fornire dati e testi certi su cui ciascuno possa costruire un’opinione ben
fondata, sottratta alle sabbie mobili della propaganda. 



Dal
teatrino di Roma

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Ecco il podio del Circo Massimo Romano.
La medaglia d’oro va
ovviamente al Gran Clown Clini che vince lo spazio video con la sua proposta di
interpellare l’Organizzazione Mondiale della Sanità per Taranto!! Ma il suo
Ministero che fa?

Ricordando la celebre gag di Corrado Guzzanti ci
viene in mente quello che disse il tecnico dopo aver aperto il computer per
riparalo: “qui ci vuole un tecnico”!

A proposito, sulla scia di questa
iperbole di battute da circo: c’è nessuno che proponga di mandare i Caschi Blu
all’Ilva?

 

—————————————–

Un testo da applausi per la prima parte e indubitabilmente ottuso
nella seconda. Ecco i due volti confusi della Lega!

PS. Ma la famiglia
Riva non è di Brescia?


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 Ilva: Lega Nord diserta audizione Clini, ”Governo meridionalista”

(ASCA)
– Roma, 14 ago – ”Oggi i componenti della Lega Nord in seno alla commissione X
Attivita’ Produttive della Camera dei deputati non prenderanno parte alla
riunione della stessa che deve avvenire congiuntamente con la commissione
ambiente sul caso Ilva di Taranto per una precisa ragione politica”.

Lo
annuncia, in una nota, Gianni Fava, responsabile del settore attivita’
produttive della Lega Nord.
”Non abbiamo in alcun modo condiviso nelle
modalita’ ne’ tantomeno le finalita’ dell’odierna convocazione. Troviamo infatti
discutibile – spiega Fava – il fatto che si riuniscano organismi parlamentari in
un periodo del genere per commentare una sentenza della magistratura ed
eventualmente censurarla. La sinistra italiana per anni ci ha ripetuto che le
sentenze si rispettano e non si commentano e adesso chiedono a gran voce di
convocare il parlamento per fare quello che normalmente imputavano al mondo
berlusconiano. Il fatto poi che a fare il pm della politica contro la
magistratura sia chiamato il ministro Clini lascia quantomeno perplessi. Se le
leggi sono sbagliate il parlamento dispone degli strumenti e delle prerogative
per modificarle, ma se sono giuste allora bisogna tollerare che i magistrati le
applichino. Siamo certi che tutto questo fervore non si sarebbe verificato se si
fosse trattato di qualche azienda del nord, magari medio-piccola, per la quale
nel caso di ordinanze restrittive da parte della magistratura avremmo assistito
ad un patetico coro di consenso provenire dall’area benpensantedella politica
italiana”.
Ma si sa, conclude, ”anche se noi non ci rassegniamo
facilmente, questo governo dimostra tutto il proprio strabico razzismo nei
confronti del nord e non perde occasione per dimostrare che quando in ballo ci
sono gli interessi del sud tutte le armi sono ammissibili, compresa
un’incomprensibile levata di scudi nei confronti di quei magistrati che fanno
solo il proprio mestiere. Pertanto abbiamo deciso di lasciare che se la cantino
e se la suonino da soli, riservandoci di prepararci per una grande battaglia
parlamentare alla ripresa di settembre quando si entrera’ nel vivo del dibattito
sul cosiddetto decreto Ilva, dove guarda caso si cerchera’ di far piovere
ingenti quantita’ di risorse pubbliche a favore del giusto risanamento di
un’area fortemente compromessa, ma non si affrontera’ in alcun modo e con alcuna
risorsa il tema del risanamento delle tante areedel nord che necessitano dei
medesimi interventi”.
————————————-

Ma
perché quando Di Pietro era ministro per le infrastrutture e non si mosse per le
bonifiche e le verifiche sui fondali del porto? 

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Ilva, Di Pietro: Riva foraggiava politici per avere regalie

“Quel che ha fatto lui peggiorerà con la nuova legge su finanziamento”

(TMNews)
– “Emilio Riva è il proprietario dell’Ilva, la fabbrica che da anni avvelena
Taranto senza che la politica nazionale muova un dito per proteggere i cittadini
e far rispettare la legge. Sarà una coincidenza, ma Emilio Riva è anche un
grande finanziatore della politica, uno di quelli che non fanno preferenze e
foraggiano un pò tutti: un miliardo a destra, uno a sinistra e nessuno
s’ingrugna”. E’ quanto scrive sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori,
Antonio Di Pietro.

Mentre appestava il mare, l’aria e la terra di Taranto –
sottolinea l’ex pm – Riva donava 245mila euro a Forza Italia e 98mila non al Pd,
che allora ancora non esisteva, né ai Ds, ma al futuro ministro dello Sviluppo
Economico e futuro segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Si trattava di
finanziamenti leciti e del tutto regolari. Ma, che il signor Riva, un tipo
accorto e ben attento al proprio portafogli, abbia cacciato tutti quei soldi
gratis et amore Dei non lo crederebbe nemmeno un bambino: lo scopo era riceverne
regalie”.
Riva – aggiunge ancora Di Pietro – si è fatto bene i conti. Ha
capito che avrebbe risparmiato milioni di euro intervenendo sul sistema e
rendendoselo amico con il denaro, piuttosto che mettendo in sicurezza i suoi
impianti e bonificando l’ambiente che aveva inquinato. Io non voglio neppure
pensare che la folle aggressione contro la magistratura di Taranto da parte dei
principali partiti c’azzecchi qualcosa con quegli esborsi. Ma, proprio perché
non lo penso, dico forte e chiaro che chi ha preso soldi da Riva dovrebbe, oggi,
sentire il dovere morale e avere la delicatezza istituzionale di non intervenire
a gamba tesa in questa vicenda e lasciare che se ne occupi chi di
dovere”.
Questa brutta vicenda è un presagio chiaro, purtroppo, di quello che
succederà con la nuova legge sul finanziamento dei partiti, varata a luglio e
scritta dalla Casta su proposta di ABC. Quella legge – sottolinea ancora il
leader Idv – incentiva le donazioni dei privati ai partiti, gli permette di
scaricarsele dalla dichiarazione dei redditi, fissa un tetto per i regali dei
privati ai politici e, insieme, indica l’inganno con cui lo si può aggirare. E’
una legge che legittima e incentiva le tangenti: per gente come Riva sarà una
festa. Pagheranno a destra e a sinistra, si metteranno con le spalle al coperto
e, oltretutto, potranno anche farsi rimborsare dallo Stato, sotto forma di
sgravio fiscale, la tangente legalizzata”.
Quella legge – conclude Di Pietro
– deve essere abolita prima che finisca di distruggere l’Italia”. 
————————————————-

Anche Balduzzi
entra nel Gran Circo con un numero di equilibrismo linguistico da vero
giocoliere! 

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Ilva: Balduzzi, situazione da seguire con attenzione

(ASCA)
”La situazione e’ da seguire con molta attenzione perche’ i dati di cui
disponiamo dicono che bisogna fare attenzione e quelli che a breve avremo
delineeranno una strategia compiuta”. Lo ha detto in diretta a Tgcom24 il
ministro della Salute Renato Balduzzi sul caso dell’Ilva di Taranto. Sulla
possibilita’ di chiudere lo stabilimento, ”Sia Clini che Passera – ha precisato
il ministro – hanno detto alcune cose da valutare con attenzione. Non sono
decisioni che possono essere prese senza ponderazione. Si agira’ nell’interesse
di tutti e di tutte le prospettive coinvolte. Non si puo’ fare una gerarchia tra
le problematiche in campo”. Sulla strategia che si adottera’ a breve, il
ministro ha aggiunto:”In presenza di queste situazione la gerarchizzazione dei
beni e’ problematica, il problema e’ intrecciare le polarita’, non e’ facile ma
e’ la scommessa da vincere. Non ci sono scorciatoie. A ottobre ci saranno le
condizioni per poter lavorare con la Regione a una strategia per Taranto”.


Violenze
e intimidazioni

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Ilva, Taranto spaccata in due. «amici» e
«nemici» del gip 

Due fronti sempre
più contrapposti. Dentro e fuori la fabbrica. Nel sindacato. Nella città. Nello
stesso management dell’Ilva.
Sì, nel giorno in cui il governo Monti rompe gli
indugi e si schiera apertamente contro gli ultimi provvedimenti della dottoressa
Patrizia Todisco (il giudice per le indagini preliminari del Tribunale che ha
sequestrato l’area a caldo del siderurgico jonico), a far notizia sono due
immagini diametralmente opposte. Due immagini che fotografano nitidamente quel
che sta accadendo a Taranto alla vigilia di un Ferragosto che si annuncia a dir
poco infuocato: da un lato quella degli operai e delegati di Fim e Uilm che in
mattinata, dalle 10 alle 12, sono usciti dalla fabbrica per bloccare il traffico
sulla statale 100 e per ribadire il loro dissenso nei confronti della
magistratura e della dottoressa Todisco; dall’altra quella del migliaio di
persone (operai e pensionati dell’Ilva, ambientalisti, aderenti al movimento 5
Stelle, Cobas, frange di Sel, di Rifondazione comunista e semplici cittadini)
che alle 4 e mezzo del pomeriggio si sono radunati in piazza della Vittoria per
urlare a squarciagola che «Patrizia Todisco non è sola» e che «per l’Ilva e per
Taranto è arrivato il momento della verità».

Sì, nel giorno in cui da
Roma arriva la conferma che venerdì saranno qui a Taranto i ministri Corrado
Passera (Sviluppo economico) e Corrado Clini (Ambiente), queste due immagini
raccontano tantissimo. Innanzitutto ci confermano che il fronte sindacale si è
letteralmente frantumato e che la Fiom, cui ieri l’azienda ha negato di riunire
i lavoratori in assemblea, non ha più alcuna intenzione di seguire Fim e Uilm
«in iniziative che sono dichiaratamente contro la magistratura».

Surreale, a questo proposito, la situazione che si è determinata a
mezzogiorno davanti ai cancelli della Direzione Ilva, dove il presidente Bruno
Ferrante aveva convocato i vertici sindacali di Fim, Fiom e Uilm per un incontro
preliminare a quelli che si sono poi svolti nel primo pomeriggio a Bari.

Ebbene, nonostante la convocazione, i cancelli sono rimasti sbarrati ai
rappresentanti sindacali sino alle 12.30. Motivo? Perché nel piazzale interno,
situato di fronte ai cancelli, qualcuno (incaricato chissà da chi?) aveva
pensato di sistemare delle pale meccaniche. A che scopo? In segno di protesta
nei confronti dei custodi giudiziari nominati dalla dottoressa Todisco, i quali
sin dal primo mattino si erano recati in fabbrica per prendere visione di tutta
la documentazione archiviata proprio negli uffici di Direzione.

Un’iniziativa, quest’ultima, che spiega anche i contrasti, ormai
evidenti, all’interno dello stesso management, dove più di un dirigente non
condivide la «linea morbida» dell’ex prefetto di Milano Ferrante.

Durissime, in questo senso, le dichiarazioni che in tarda mattinata ha
rilasciato alla Gazzetta il segretario provinciale e regionale della Fiom-Cgil,
Donato Stefanelli. «Queste persone – ha detto riferendosi a chi ha sistemato le
pale meccaniche sul piazzale – devono essere trattate come tutti quegli operai
che in questi anni di fronte a una minima infrazione sono stati colpiti da duri
provvedimenti disciplinari. La legge sia uguale per tutti. Se in azienda ci sono
soggetti che fanno riferimento al vecchio regime, è bene che comprendano che
l’impunità è finita, che il rispetto delle regole c’è anche per loro».
Ma
altrettanto dure, anzi persino più dure, sono le parole che Stefanelli ha
pronunciato all’indirizzo dei vertici di Fim e Uilm, sindacati, soprattutto la
Uilm, che negli ultimi anni sono diventati largamente maggioritari in Ilva: «Non
spetta a noi commentare gli atti della magistratura. Non spetta a noi dire se
sono coerenti o quant’altro. Non spetta a noi occuparcene. Lo facciano gli
organi competenti: il Csm, il governo, chi lo deve fare. Perché noi
rifuggiano dall’utilizzare i lavoratori come testa d’ariete contro la
magistratura.
Ed è il motivo per il quale ci siamo dissociati da questa
iniziativa irresponsabile che stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr) Fim e
Uilm hanno organizzato. Perchè non ci dimentichiamo che queste cose le ha fatte
l’Ilva di ieri. Non ci dimentichiamo del famoso 30 di marzo, quando l’Ilva
schierò per le strade di Taranto i lavoratori contro la magistratura nel giorno
dell’incidente probatorio. Oggi (ieri) loro hanno fatto la stessa cosa. È un
atteggiamento irresponsabile e servile».
Per la Fiom, al contrario, è
innanzitutto l’Ilva che deve dire che cosa intende fare. «Noi – ha detto ancora
Stefanelli – abbiamo chiesto a Ferrante di presentarci un “Piano di interventi e
di risanamento”. E su questo vogliamo che sia aperto un tavolo negoziale. Perché
i lavoratori ed il sindacato non possono diventare soggetti passivi. Perché se
Ferrante interloquisce con la magistratura o con il governo, noi non possiamo
diventare spettatori. Abbiamo il diritto di essere protagonisti, perché gli
interventi che l’Ilva dovrà eseguire non sono fini a se stessi, ma riguardano le
condizioni di lavoro degli operai dell’Ilva».
Parole, quelle di Stefanelli,
che segnano un solco nei rapporti con Fim e Uilm, i cui vertici, però, non si
smuovono di un millimetro. E infatti, per oggi alle 10, i rispettivi segretari
provinciali, Mimmo Panarelli e Antonio Talò, hanno deciso di organizzare un
altro sciopero di due ore con conseguente blocco stradale.

Quella di
oggi, con tutta probabilità, sarà la prova generale di quel che accadrà venerdì,
quando, in occasione dell’arrivo a Taranto dei ministri Passera e Clini, a
manifestare saranno anche i cittadini che ieri si sono riuniti in piazza della
Vittoria.
La loro è un’iniziativa per tanti versi spontanea, ma che con il
trascorrere delle ore sta assumendo i caratteri di una vera e propria nuova
formazione politica, con tanto di portavoce: il 42enne operaio Ilva Cataldo
Ranieri. Per venerdì hanno giurato che si faranno sentire e che «assedieranno i
ministri ovunque essi si riuniscano».
Il loro programma è chiarissimo.
Innanzitutto sostengono l’azione della magistratura e poi hanno una spasmodica e
giustificata voglia di «verità» in una città che per troppi anni ha seppellito
nel silenzio generale decine di morti ammazzati dall’inquinamento. Ed è anche
per questo che ieri hanno invocato l’arrivo a Taranto del ministro della Salute,
Renato Balduzzi. Ma è anche per questo che in tanti qui a Taranto temono che
quello di venerdì 17 agosto sarà un giorno «caldissimo».

Era ora!

Ascolta con webReader

Certo che sarebbe una grande soddisfazione se La Repubblica riconoscesse
che la questione dell’idoneita’ dei membri della commissione IPPC per l’AIA Ilva
venne sollevata da questo blog… 

Sul
presidente Dario Ticali clicca qui 

Ilva, autorizzazioni pilotate e corruzioneadesso la Finanza indaga
sull’azienda

L’inchiesta della Guardia di Finanza gira intorno all’Aia, l’autorizzazione
che nel 2011 fu rilasciata dal governo Berlusconi. In alcune foto il passaggio
di 10 mila euro al perito del tribunale. Il figlio del patron accusato di
corruzione  di MARIO DILIBERTO e GIULIANO FOSCHINI



L’AIA

Il
centro dell’inchiesta della Guardia di finanza gira attorno all’Aia,
l’autorizzazione integrata ambientale che il 4 agosto del 2011 il governo
Berlusconi rilasciò dopo quasi otto anni di discussione. Bene, il sospetto delle
Fiamme gialle è che in quel documento (che ora il ministro Clini vuole rivedere
al più presto) i limiti di inquinamento siano stati disegnati appositamente
sulle emissioni dell’Ilva. E’ un fatto, viene ricostruito in un’informativa, che
l’allora capo delle relazione esterne dell’azienda, Girolamo Archinà (rimosso
ora dal prefetto Bruno Ferrante) fosse in rapporti con i membri di quella
commissione. “L’effettiva e la buona riuscita dei contatti – annota la Finanza –
si rileva, come si accennava in precedenza, dai costanti aggiornamenti che egli
fornisce ai vertici aziendali, con i quali ovviamente condivide le strategie da
porre in atto, recependo le direttive che di volta in volta vengono 

impartite. Nello specifico emerge come
anche a livello ministeriale fervano i contatti non proprio istituzionali per
ammorbidire alcuni componenti della Commissione IPCC AIA; con i predetti le
relazioni vengono mantenute da tale Vittoria Romeo e in parte anche
dall’avvocato Perli””, entrambi consulenti dell’azienda. Ed è un fatto che
l’avvocato milanese Franco Perli parlando con Fabio Riva dice: “La Commissione
ha già accettato il 90% delle loro osservazioni e che non vi saranno sorprese,
anche se la visita va un po’ pilotata”.

Vittoria Romeo parla al telefono
con Fabio Riva e spiega le loro modalità di movimento.

R.: “Allora
dicevo ad Archinà, se Palmisano che è quello della Regione, tira fuori
l’argomento in Commissione, siccome l’Arpa deve ancora dare il parere sul
barrieramento e a noi serve un parere positivo per continuare a dimostrare che
non dobbiamo fare i parchi…”. 

Riva: “E’ chiarissimo. Però siccome
noi non possiamo assolutamente coprire i parchi perché non è fattibile… tanto
vale rischiarla così”.

R.: “Valutiamo se la cosa in questi giorni la
teniamo al livello di Ticali, Pelaggi, Mazzoni (ndr, presidente e membri della
commissione) oppure…”. 

Riva: “No, picchiamo…. picchiamo
duro….”.

Fabio Ticali era il presidente di quella commissione Aia. La
sua nomina destò un certo scalpore: proprio Repubblica raccontò che
furono fatti fuori esperti e messi nella commissione Aia signori nessuno, quasi
tutti siciliani, come l’allora ministro Stefania Prestigicomo. E che fu scelto
il trentenne Ticali a capo della commissione che aveva come pubblicazione più
importante una sul ravaneto stradale.

LA
CORRUZIONE

L’attenzione della Finanza si è concentrata prima
sull’incontro tra Archinà e il perito del pm, il professor Lorenzo Liberti.
Secondo l’accusa ci fu un passaggio di diecimila euro (documentato da alcune
fotografie) per ammorbidire una perizia. Secondo gli investigatori anche Fabi o
Riva sapeva, tanto da essere ritenuto responsabile di concorso morale nella
corruzione.

Riva: “Ieri come è andata?”.

A.: “E’ andata
secondo le aspettative…”. 

Archinà, appunta la Finanza, “dice al Fabio
Riva che consegnando in anteprima le analisi, potrà iniziare a lavorare (sul
Liberti) affinché non nasconda che il profilo è identico, bensì che attesti che
comunque le emissioni di diossina prodotte dal siderurgico siano in quantitativi
notevolmente inferiori a quelli accertati all’esterno”.
I Riva quindi
vogliono addomesticare le perizie. E forse lo fanno con il denaro. Capita anche
che conoscano i risultati in anticipo. Al telefono parla ancora una volta Fabio
Riva. 

Riva: “La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene…
non lo so che caz… è successo… Però è succulenta la cosa di beccare un Riva
giovane.. eh papà…”. 

FUMO NEI COMUNICATI

Agli atti c’è anche
un incontro tra Nichi Vendola, Fabio Riva, Girolamo Archinà e il direttore
dell’Ilva Capogrosso. Proprio Fabio Riva ne parla con il figlio Emilio (omonimo
del nonno) che suggerisce: “Facciamo un comunicato stampa fuorviante, tanto per
vendere fumo dicendo che va tutto bene e che Ilva collabora con la Regione”.
Proprio i giornalisti sono un problema per l’azienda. Tanto che ci sarebbero
rapporti “pericolosi” (la Procura sta inviando gli atti all’ordine). Archinà è
molto seccato delle notizie sui giornali. “Mi sto stufando perché fino a quando
io sò stato accusato di mantenere tutto sotto coperta, però nulla è mai
successo… nel momento in cui abbiamo sposato la linea, la trasparenza, non ci
raccogliamo più…. La situazione è complicata e se non si ha l’umiltà di dire
ritorniamo tutti a nascondere tutto”.  (La
Repubblica)

mercoledì 15 agosto 2012

Rush
finale! E dopo anche il comitato va in vacanza..

Ascolta con webReader

L’appuntamento è alle ore 8,30 a Piazza
Castello a Taranto: tutti in corteo il 17 agosto!!!

Stop ai
veleni Ilva!

Comunicato stampa di “Donne per
Taranto”

La posizione ufficiale del Comitato Donne per Taranto è stata
sempre quella della Chiusura dell’Area a caldo e dei siti inquinanti che
persistono sul nostro Territorio. Posizione da sempre a Tutela del Bene Supremo
e improcrastinabile che è la Salute al quale tutti gli altri Beni e Diritti ne
sono subordinati.
In questi anni il nostro impegno è stato sempre orientato a
denunciare uno stato di “emergenza sanitaria”, chiedendo che la Politica locale
e Nazionale intraprendesse azioni, non annacquate e approssimative, come  è
stato, ma reali, coraggiose e serie. Ne abbiamo ricevuto continuamente solo
silenzi assordanti portando, negli anni,  questo territorio ad un punto senza
ritorno, senza futuro e senza alternative in una situazione di emergenza
sanitaria e ambientale senza paragoni che certamente si sarebbe potuta
evitare.
Laddove la Politica è stata assente (o spesso dalla parte del
Profitto e dell’Industria) è intervenuta la Magistratura e ora paradossalmente
si assiste ad un improvviso e quanto mai “strano”  risveglio della Politica che
unica cosa che sta tentando di fare è frenare le azioni della Magistratura che
finalmente ha messo nero su bianco ciò che da anni, sbattendo contro muri di
gomma, stavamo denunciando: a Taranto si sta perpetuando uno dei crimini più
gravi dell’Umanità.

Una Politica sorda che si è persino inventata leggi
“ad-Personam” (pro-Ilva) non può adesso all’improvviso tornare sulla scena, una
scena dove continuano a calpestare il nostro Diritto elementare alla VITA.
Se
la Politica  ora può fare qualcosa è lasciare che la Magistratura compi il suo
percorso senza “minacce velate” che stanno mettendo in atto in un modo sottile e
pericoloso.
Se la Politica  ora può fare qualcosa è studiare strategie per
risanare questo territorio martorizzato da chi lo ha spremuto fino all’osso e
cercare fondi per fare in modo che la sua gente torni a vivere e lo faccia senza
Ilva e senza dover pagare un Prezzo così alto, come quello pagato fino ad
oggi.
Non capiamo e non condividiamo il risveglio di questa Politica che
unica cosa che continua  a fare è inseguire un sogno di una ECO-COMPATIBILITA’
impossibile da raggiungere.  Una ECO-COMPATIBILITA’ che le stesse perizie hanno
dimostrato essere impossibile. Cosa si sta inseguendo allora? Forse solo il
tentativo di “convincerci” che siamo destinati ad ammalarci e a morire perché se
l’Ilva dovesse chiudere questo territorio morirebbe e con esso l’industria
italiana? Noi diciamo NO a tale “terrorismo psicologico” e diciamo NO a chi
vuole fare di Taranto la culla del Profitto a beneficio di altre Industrie del
territorio Nazionale ma a scapito della nostra stessa Vita.
Noi continueremo
sempre a sostenere la Magistratura rigettando ogni tentativo di interferenza e
continueremo a vigiliare e a lottare perchè a Taranto si ottenga GIUSTIZIA . Il
nostro Grazie al GIP Patrizia Todisco e ai Magistrati di Taranto lo esprimeremo
ancora una volta partecipando alla Grande Manifestazione organizzata venerdì 17
dal Comitato “cittadini liberi e pensanti” e invitiamo tutta la Popolazione a
essere presente. L’appuntamento è alle ore 8,30 a Piazza Castello. Taranto
merita di Vivere senza ricatti: Taranto merita di VIVERE!

IMPRESA E AMBIENTE

Diretta / Ilva, finisce il
vertice con i ministri
Ferrante: “Dall’Ilva altri 56 milioni per bonifica” manifestanti in attesa di Clini e
Passera

Zona rossa  attorno alla prefettura e cortei
vietati: queste le misure di sicurezza adottate in occasione del vertice con i
ministri Clini e Passera, protesano gli ambientalisti.  Malumori per la
decisione del questore di limitare cortei “sotto la prefettura e nelle relative
adiacenze”.

http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/08/17/news/diretta_ilva_tensione_a_taranto_cortei_vietati_nella_zona_rossa_mappa_in_arrivo_i_ministri_clini_e_passera-41067862/ 




Cronache
17/08/2012 –

Politici, funzionari, manager Inchiesta bis con
13 indagati

Corruzione, la mazzetta al perito
consegnata in autogrill

Guido Ruotolo inviato a Taranto
Tredici indagati, per concussione e
corruzione. Politici, funzionari pubblici, dirigenti Ilva, il rampollo del
patron Emilio, il «ragioniere» Fabio Riva. Gli uomini della Finanza l’hanno
chiamata «environment sold out», ambiente svenduto. E rende l’idea di una città
disperata, sotto ricatto permanente. Da un anno la procura di Franco Sebastio ha
l’esplosiva informativa dal nucleo operativo della Guardia di Finanza di
Taranto. Che solo in minima parte, con tantissimi omissis, è stata depositata al
Riesame, che ha confermato il sequestro degli impianti Ilva.




Sarà anche
vero che l’Italsider pubblica era un «assumificio» per clientele e notabilati
politici. Ma anche il privato, Emilio Riva, che ha preso l’acciaieria nel ’95,
ha messo sotto tutela la città. L’ha comprata, corrotta, intimidita, blandita,
come dimostra questa inchiesta con le sue chiarissime intercettazioni
telefoniche e ambientali.



L’uomo nero di questa storia è Girolamo
Archinà, il potente pr, pubbliche relazioni Ilva, detronizzato dal presidente
dell’Ilva Ferrante appena avuta lettura degli stralci di intercettazioni
depositate al Riesame. C’è una storia, che può apparire banale, ordinaria per la
sua dinamica. Un autogrill, le telecamere della sicurezza che riprendono i due
uomini passeggiare, con uno che consegna all’altro una busta bianca. Storia
ordinaria di corruzione. Solo che uno dei due è un professor universitario, un
perito nominato dal pm Mariano Buccoliero, Lorenzo Liberti, e l’altro è il
grande corruttore (che agisce su mandato della proprietà) Girolamo Archinà. Sono
loro, anche perché riconosciuti da una dipendente dell’autogrill in questione.
Liberti era uno dei periti che doveva accertare la provenienza delle diossine
che avevano avvelenato capre e pecore.
Il giorno prima di questa
sequenza, Archinà chiamò il cassiere dell’Ilva, Francesco Cinieri, chiedendogli
di preparare 10.000 euro («dieci per domani, se sono da cinquecento è meglio»).
Ma i tagli utilizzati furono da 50 e 100 euro. «E’ tutto pronto… tra un’oretta
c’è G. (l’autista, ndr) da te». «Ma devo portare la valigetta per ritirare la
somma?». Cinieri: «La busta entra in tasca…».
Grande Archinà, che non
delega il lavoro sporco a qualche suo sottoposto. E’ lui che consegna le buste.
Che ha rapporti con sindacalisti diventati politici, politici diventati uomini
delle istituzioni, pubblici funzionari e persino prelati. Sempre nella logica di
fare opere di bene. In cambio, però, di non far disturbare il manovratore. Ci
voleva pure l’Aia, autorizzazione integrata ambientale, con tutte le
prescrizioni e un inter burocratico di sette anni.
«Per quanto riguarda
la commissione Ipcc (la commissione delegata a fare l’istruttoria per l’Aia,
ndr), si rileva che il Girolamo Archinà si è appositamente accordato con il
dottor Palmisano, che è un funzionario della Regione Puglia incaricato di
rappresentare l’ente nelle riunioni della conferenza dei servizi che si tengono
presso il ministero dell’Ambiente, finalizzate a istruire la pratica per il
rilascio dell’Aia. Dalle telefonate si rileva che l’intervento dell’Archinà
verso il predetto Palmisano sia stato finalizzato a sensibilizzare quest’ultimo
nel dare una mano all’Ilva. Emerge anche il tentativo di pilotare i lavori della
commissione Ipcc a favore dell’Ilva, evidenza, questa, che ancora una volta
dimostra la capacità di infiltrazione degli uomini dell’Ilva a tutti i
livelli».
Era l’inviato a L’Avana, Palmisano. Ufficialmente partecipava
alle riunioni per conto della Regione, in realtà, sospettano gli uomini della
Finanza, curava gli interessi dell’Ilva. Un doppiogiochista, insomma. «Il fatto
che la commissione debba essere pilotata e che, comunque, sia stata in un certo
modo in parte avvicinata, si rileva anche dalla seguente conversazione nella
quale l’avvocato Perli di Milano (legale esterno dell’Ilva) aggiorna il
ragionier Fabio Riva sui rapporti avuti con l’avvocato Luigi Pelaggi, che è capo
dipartimento presso il ministero dell’Ambiente. Perli gli comunica che Pelaggi
gli ha anche riferito che la commissione ha accettato il 90 per cento delle loro
osservazioni e la visita riguarda il 10 per cento restante. Perli aggiunge che
non avranno sorprese e comunque la visita della commissione in stabilimento va
un po’ pilotata».


Che presenza soffocante, l’Ilva a Taranto. Adesso il nuovo numero uno, Bruno
Ferrante, promette di voltare pagina. Ma il passato rischia di tornare
attualissimo. Sotto forma di un provvedimento dell’autorità
giudiziaria.

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/465735/ 

17/08/2012 13:55

ILVA, NUOVI INDAGATI NELL’INCHIESTA BIS

Manager, politici e funzionari pubblici tra le sedici persone finite
nell’inchiesta della Guardia di Finanza da cui emerge il sistema adottato dai
vertici dell’azienda per evitare i controlli

Servizio di Rossana Russo

ANZA’, DIOSSINA, FABIO RIVA, FERRANTE, ILVAGIROLAMO ARCHINA’, ISOLA DELLE FEMMINE, ITALCEMENTI, LORENZO LIBERTI, LUIGI PELAGGIA.I.A., PETRUZZELLA, TARANTO, TODISCO, TODISCO PATRIZIA, A.I.A. ITALCEMENTI 693 LUGLIO 2008,

IL DELIRIO DI VENDOLA:
«Vietato chiudere
l’Ilva»

di Gianni Lannes
Per dirla con Oscar Wilde: “Mentire con garbo è
un’arte, dire la verità è agire secondo natura”. Allora, veniamo al delirio di
Vendola, un classico già sperimentato due anni fa con le regalie del governatore
in soldoni pubblici al mafioso don Luigi Verzé. Dichiara l’illuminato Nichi: «Il
percorso è indicato proprio nell’ordinanza del gip. Si può garantire fin da
subito la salute dei cittadini senza dover chiudere gli impianti: l’Ilva è una
città e se chiudesse ci troveremmo di fronte al più impressionante cimitero
industriale del mondo». Lo ribadisce il presidente della Puglia Nichi Vendola
sottolineando che «adesso spetta all’Ilva rimuovere dalla scena del siderurgico
tutto ciò che nuoce. L’ordinanza del gip – precisa – descrive puntualmente quali
sono gli elementi che pregiudicano la salute dei cittadini e credo che l’Ilva
abbia le competenze per attuare un programma di interventi a brevissima, media e
lunga scadenza. Deve rimuovere subito quegli elementi che compromettono
l’insieme del diritto alla salute, dalle partite di acquisto di cospicue
quantità di filmante che serve a ridurre al minimo lo spolverio, come la
riduzione della produzione nei giorni di vento forte, l’installazione di
centraline di un monitoraggio più in profondità dell’impianto, che noi abbiamo
chiesto». Per Vendola è «Offensivo l’attacco del giudice Amendola, perché noi,
come Regione, abbiamo fatto la differenza in questi anni. I primi controlli
all’Ilva li ho fatti io nel 2008. Oggi abbiamo una legge antidiossine e
antibenzopirene». Vendola insiste sulla necessità di una mediazione e si chiede
se davvero «possa chiudere il più grande polo dell’acciaio. E’ progressista –
aggiunge – che l’Italia dismetta alcune sue antiche e robuste tradizioni
produttive? E’ legittimo pensarlo, ma io non sono d’accordo». 
Vendola, anche lei è sul libro paga del clan Riva?

Ilva fuorilegge – Nichi Vendola non parla, narra frottole
incommensurabili. E basta poco per smascherarlo, se ancora ce ne fosse bisogno.
 E allora diamo un’occhiata alle cifre ufficiali. L’Ilva è il
quarto gruppo siderurgico d’Europa e fattura 8 miliardi di euro. La società Utia
sa (Riva Fire) ha sede in Lussemburgo: un paradiso fiscale non a caso.
 Prendiamo il “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva
S.p.A:
i numeri smentiscono Vendola. Il dato emerso dall’ultima campagna per
la rilevazione di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312
effettuata da Arpa Puglia, che ha registrato un risultato pari a 0,2 ng ITE/
Nmc. Risultato inferiore al valore limite imposto dalla legge regionale – numero
44 del 19 dicembre 2008 – di 0,4 ng ITE/Nmc.  Questa normativa
regionale  pur essendo stata ammorbidita dalla giunta Vendola nel
marzo del 2009, parla chiaro: dopo aver effettuato tre campagne di misura
annuali, il valore di emissione su base annuale sarà ottenuto mediante la media
aritmetica dei valori di emissione delle campagne di misure effettuate. Media
aritmetica che non dovrà essere superiore al valore limite imposto dalla legge
regionale stante in 0,4 ng ITE/Nmc. Ora: se la matematica non è un’opinione,
sommando le tre campagne di rilevazione effettuate da Arpa Puglia (febbraio 0,68
+ maggio 0,70 + novembre 0,20) il risultato che ne vien fuori è 1,58 che diviso
tre porta la media annuale a 0,52 ng ITE/Nmc: un risultato sicuramente
importante, ma che è semplicemente oltre il limite imposto dalla legge
regionale, che essendo entrata in vigore il 1 gennaio 2011, non può essere
considerata dai dirigenti un obiettivo da raggiungere, bensì un limite da
rispettare: punto. Dunque: l’Ilva è semplicemente fuorilegge. 
Inoltre: ciascuna di queste campagne di rilevamento solo di diossine e
furani, ma non di mercurio o addirittura di radioattività  (che
avvengono “senza preavviso”, ma con i tecnici Arpa che impiegano ben 90 minuti
per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa
attrezzatura) si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi
di 8 ore ciascuna. Ora: sempre se la matematica non è un’opinione , parliamo di
24 ore a campagna, per un totale di 72 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è
un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un
anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo su una percentuale di 0,82 ore
coperte nell’arco di un intero anno. Quanto è efficace una legge che è stata
modificata proprio per occultare la verità? La legge in questione prevede che
“il valore di emissione derivato da ciascuna campagna sarà ottenuto operando la
media aritmetica dei valori misurati, previa sottrazione dell’incertezza pari al
35%”, come del resto prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea
sulle rilevazioni delle emissioni tossiche, a cui la legge regionale fa
riferimento. Sapere quanta diossina viene emessa dal camino E-312 ogni singolo
secondo, sarebbe tutt’altra storia e darebbe senz’altro risultati scientifici
inconfutabili e certi. E qui siamo costretti a riaprire la famigerata diatriba
relativa al “campionamento in continuo” delle emissioni di diossina e furani dal
camino E-312, che ha vissuto una storia sin qui alquanto tribolata. Questione
che all’Ilva non riguarda, e a ragion veduta, visto che nel Rapporto gli vengono
dedicate pochissime righe a pagina 55, in cui l’azienda sostiene essere ancora
in corso d’opera la prima fase dello studio di fattibilità sulla sperimentazione
di tale operazione, che è partita ufficialmente lo scorso 21 marzo. Poi, nello
scorso luglio, ad Arpa Puglia arrivò una comunicazione da parte del Ministero
dell’Ambiente, secondo cui si era messo in moto In origine, l’articolo 3 della
legge regionale prevedeva l’obbligo di tale campionamento: poi, nel marzo del
2009, tale articolo fu “aggiustato” diventando un campionamento da svolgere
minimo tre volte in un anno. Ma nella “revisione” del 2009, non avvenne la
totale prescrizione dell’articolo 3, ma soltanto una semplice aggiunta di un
“comma 1 bis”, lasciando così in vigore l’articolo 3 in cui è previsto
“l’obbligo per le aziende di presentare un piano per il campionamento in
continuo”, che come detto è ancora lungi dall’essere concretizzato.
 

Ed
è fondamentale rammentare come il sindaco Stefàno abbia sempre osteggiato
la possibilità di tale campionamento. D’altronde, ancora persuaso nel 2012 di
come non sia possibile “dire con certezza chi sono i colpevoli dell’inquinamento
a Taranto”, allo stesso Sindaco non fece difetto asserire in più di una
circostanza come “il campionamento in continuo non è possibile. Questo non lo
dico io ma studi scientifici che dimostrano quanto controproducente possa
risultare qualora utilizzato”. Lo stesso direttore di Arpa Puglia, Giorgio
Assennato
, in occasione della presentazione dei primi dati del registro
tumori di Taranto nel luglio 2011, dichiarò che chi parlava di campionamento in
continuo “non ha capito una mazza dell’argomento”. Sempre su questo tema, quando
il 5 luglio venne rilasciata l’AIA all’Ilva, l’assessore all’ambiente Nicastro
asserì che era stata anche stabilita, tra le prescrizioni del documento, una
data certa per la partenza di tale campionamento, che però a tutt’oggi non è mai
stato in grado di fornire. Che il campionamento in continuo sia controproducente
è una certezza: per chi e perché, è sin troppo facile dedurlo. 
Insieme alle diverse verità nascoste, nel Rapporto Ambiente e Sicurezza
2011 dell’Ilva S.p.A. molte altre sono state consapevolmente dimenticate. O
colpevolmente taciute.


Danni incommensurabili – A parte i malati e i morti in termini economici,
sarebbe utile quantificare i danni provocati dall’inquinamento dell’Ilva. Per
esempio, sarebbe interessante capire perché a pagare i danni sia sempre e
soltanto la popolazione e non  le marionette di Governo nazionale e
locale. Perché l’abbattimento degli ovini, l’economia che esse producevano e il
(misero) rimborso alle aziende non viene pagato dagli inquinatori ma dalle
Istituzioni, come la Regione e quindi con i soldi dei contribuenti. Chi pagherà
quei mitilicoltori che da luglio 2011 sono fermi nella produzione perché il Mar
Piccolo è inquinato? Naturalmente, la popolazione: circa 1 milione di euro, a
spese dei contribuenti. E chi ripaga l’agricoltura? Pensate soltanto
all’agrumicoltura. E l’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, sino alle
malattie derivanti dall’inquinamento che negli anni è costato in termini di vite
umane e di risorse economiche sanitarie. E allora: quanto  costa
veramente l’Ilva? E quanto ripaga la Puglia? Ecco perché sarebbe interessante
chiedere ai dirigenti Ilva o ai loro divini narratori perché nel corposo volume
aziendale manchi una parte relativa a tutto quello che testimonia, a livello
scientifico, il volume complessivo dei danni che questo inferno ha causato al
territorio tarantino.

Omissioni e rimozioni – Nel palazzo di governo è  stato
dimenticato il rapporto dei Carabinieri del NOE nel quale venivano
riportate tutte le irregolarità riscontrate nel corso di 40 giorni di indagini
ed appostamenti effettuati dal nucleo speciale dell’Arma. Un rapporto presentato
presso la Procura di Taranto  nell’udienza dell’incidente
probatorio portato avanti dal pm Patrizia Todisco, attraverso il quale i
Carabinieri consigliavano il sequestro gli impianti del siderurgico al fine di
poter avviare un’indagine approfondita sullo stesso. Rapporto che il 4 luglio
scorso arrivò via fax anche al Ministero dell’Ambiente, ma la conferenza dei
servizi sull’AIA dell’Ilva svoltasi il giorno dopo, pur prendendone visione, non
lo ritenne di una rilevanza tale da comportare modifiche alle prescrizioni
licenziate dalla Commissione Istruttoria IPPC.

In quel rapporto però, veniva ad esempio posto
l’accento sul fenomeno dello “slopping”, la dispersione dai tetti delle
acciaierie delle famose nuvole di fumo rosso dovuto alla presenza di ossidi di
ferro, chiaro indice della scarsa efficacia delle prescrizioni per contrastarle
previste nell’AIA dell’Ilva. Nel rapporto del NOE si denunciava anche un uso
distorto delle torce di tipo continuativo, come pratica di smaltimento e non
legato ad eventi eccezionali (come ad esempio le emergenze e/o problemi di
sicurezza). L’ultima denuncia del rapporto del NOE riguardava la preoccupante
situazione in cui versa l’area Gestione Rottami Ferrosi. Il rapporto del NOE
evidenziava l’insufficienza sia della portata delle prescrizioni imposte
nell’AIA, sia dei controlli su quanto dichiarato dall’Ilva nel suo piano di
risanamento. In particolare si rilevava “l’assenza di sistema di captazione e
depolverazione nell’area taglio rottami ferrosi, il sottodimensionamento e
l’avaria di quello installato nell’area adibita al taglio dei fondi delle
paiole”.



Così come non abbiamo trovato nelle pagine del
Rapporto, nulla che facesse riferimento al verbale della Conferenza dei Servizi
Decisoria “per acquisire le intese ed i concerti previsti dalla normativa
vigente in materia d’approvazione dei progetti di bonifica concernenti
l’intervento sul “Sito di Interesse Nazionale di Taranto” datata 15 marzo 2011 a
Roma, dopo la comparsa del quale l’iter dell’approvazione della legge regionale
sulla bonifica delle falde si è stranamente arenato.

In quel verbale veniva sottolineato come il Piano di
Caratterizzazione sito-specifico presentato dall’Ilva S.p.A. fosse incompleto
vista “la perdurante assenza della conseguente Analisi di Rischio che deve
concorrere alla definizione dei nuovi valori soglia al fine di stabilire
definitivamente il livello di effettivo inquinamento”. Inoltre, risultava
protocollata anche una nota diretta dell’Ilva S.p.A. (DIR/28 del 16/04/2010), in
cui la stessa azienda dava conto dei livelli di notevole inquinamento della
falda. Come veniva chiaramente sottolineato che il rilascio dell’A.I.A. “non
esime il titolare dell’impianto di avviare e concludere nei tempi previsti il
procedimento di bonifica e risanamento ambientale per il sito in questione”.
Infine, veniva chiesto agli organi di controllo (Polizia Provinciale, ARPA e
ASL) di effettuare idonei sopralluoghi a cadenza ravvicinata “al fine di rendere
edotti i soggetti sullo stato attuale del sito, con particolare riferimento agli
usi delle acque di falda contaminate e/o ai rischi professionali e sanitari
degli operatori/fruitori del sito”. Inutile dirvi che l’Ilva ha fatto ricorso al
Tar di Lecce.  

A memoria
umana – Non abbiamo dimenticato gli oltre 1.600 capi di bestiame
abbattuti dall’Asl di Taranto per la presenza negli stessi di livelli di
diossina superiori al limite di legge. Non abbiamo dimenticato le lacrime, la
disperazione, il dramma degli allevatori delle masserie della provincia ionica
(come le famiglie Fornaro e D’Alessandro). Non abbiamo dimenticato i
mitilicoltori tarantini, a cui viene impedito di lavorare a causa di un
inquinamento senza precedenti da Pcb che ha avvelenato il 1° seno del Mar
Piccolo (ma state pur certi che prima o poi verrà fuori il nome di chi ha
riempito per anni la cava del terreno dell’azienda San Marco Metalmeccanica di
materiale di risulta industriale, che combacia con la falda profonda che segue
un percorso che finisce proprio nel 1° seno). Non abbiamo dimenticato che anche
quest’anno è stato registrato il doppio sforamento nel quartiere Tamburi sia
delle polveri sottili (PM10) sia del benzo(a)pirene. Non abbiamo dimenticato il
rifiuto da parte dell’Ilva di installare delle centraline all’interno del
perimetro del terreno occupato dal siderurgico, previste dal piano della Regione
e di Arpa per il rilevamento del benzo(a)pirene (a cui Eni e Cementir hanno
detto sì). Non abbiamo dimenticato le tombe e le cappelle del cimitero “San
Brunone” ed i palazzi “rossastri” del rione Tamburi, investiti da decenni dalle
polveri dei parchi minerali che l’Ilva si ostina a non voler coprire, sostenendo
che basterà il semplice barrieramento e la conclusione delle colline ecologiche.
Non abbiamo dimenticato il continuo mancato pagamento dell’Ici ed il ricatto
imposto all’attuale amministrazione comunale per non pagare gli interessi sulla
cifra da versare (da 13 milioni di euro si è passati ad 8 milioni). Non abbiamo
dimenticato, e non abbiamo intenzione di farlo, l’inquinamento senza precedenti
prodotto consapevolmente e senza riguardo alcuno per la dignità umana dal 1961
ad oggi. Non abbiamo dimenticato i tanti ammalati di Taranto e provincia. E non
solo quelli colpiti dalle varie forma di tumore: ci riferiamo ad esempio alle
donne affette da endometriosi, patologia poco nota, ma molto diffusa in loco. Ci
riferiamo alle tante donne e ai tanti uomini colpiti da infertilità. Come non
abbiamo dimenticato le migliaia di morti, tra parenti, amici e conoscenti,
disseminati negli ultimi 50 anni e che ognuno di noi porta in fondo al cuore. E
i tanti giovani andati via da questa città e che mai più torneranno. 

Non abbiamo
dimenticato il vescovo  Benigno Papa. In una delle sue
ultime uscite ufficiali prima del passaggio di consegna al collega Filippo
Santoro. 

Nella rivista IL PONTE (edita da Riva) e distribuita fra i
dipendenti e gli enti del territorio,  si può ammirare
un’intervista di tre pagine nelle quali il prelato tesse le lodi della famiglia
Riva. Neanche un riferimento al disastro ecologico o al quartiere Tamburi. Non
una parola sulle numerose denunce dei cittadini. Insomma uno spot per chi
inquina. Se poi, in occasione della festività di S. Cataldo, il marchio Ilva è
tra i primi a comparire in qualità di sponsor della manifestazione, diventa
difficile dar torto a chi ricordava che la dignità non si compra e che, i soldi
donati alla chiesa Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della facciata, non
erano che un obolo interessato. Lo hanno capito tutti, tranne monsignor Papa che
addirittura, in una lettera, ringraziò l’ingegner Riva a nome della comunità
(“Ho già scritto all’ing. Riva – scrisse l’Arcivescovo ai fedeli del quartiere –
per esprimergli la mia e vostra riconoscenza”). Parole che fecero inorridire i
cittadini dei Tamburi e non solo, così come l’accusa di ‘inquinamento morale’
che giunse pochi mesi dopo ai cittadini che scendevano in piazza per chiedere un
ambiente migliore. Inquinamento morale che, evidentemente, non riguarda i tanti
silenzi sul disastro ambientale o il Cataldus d’argento per il volontariato
consegnato al responsabile rapporti istituzionali dell’Ilva (siderurgico che era
 fra i finanziatori dell’iniziativa). Non abbiamo dimenticato le
morti bianche degli operai, assassinati nel siderurgico per una logica di
profitto a tutti i costi.

E
non abbiamo nemmeno dimenticato i tanti politicanti, sindacalisti, prenditori,
intellettuali e  personaggi da palcoscenico, che hanno sempre
saputo, ma hanno preferito coprire, tacere, ignorare, insabbiare.
 Noi non dimentichiamo. E non dimenticheremo. Mai.
 





http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2012/08/il-delirio-di-vendola-vietato-chiudere.html 



 

ILVA Taranto / legalità e
libertà, poggiano sull’equilibrio e 

sulla separazione dei poteri: il governo tra
caso AIA e 

nomine dubbie affossa la democrazia

mercoledì 15 agosto 2012 di Erasmo Venosi

La vicenda dell’Ilva e la paventata ipotesi di emanazione di un
decreto che sospenda l’ordinanza del GIP di Taranto, da il senso e la misura
della precarietà raggiunta della nostra democrazia e della teorica e strumentale
sovranità del popolo che, tale non è se non si accompagna all’effettiva
sovranità della legge. È insufficiente una Costituzione fatta di belle parole
come insufficienti sono le promulgazioni di leggi se è messa in discussione, una
prassi giudiziaria garante dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Nella Democrazia reale la legge ha potere assoluto.
Negli Stati Uniti circa un decennio fa accadde un episodio, la cui
modalità di soluzione dimostra la differenza che intercorre tra astratte
garanzie scritte sulla Carta e la loro effettiva applicazione. La Microsoft di
Bill Gates, azienda essenziale per l’equilibrio dell’economia statunitense a
causa dell’enorme valore delle sue esportazioni fu denunciata e condannata per
violazione della legge antitrust. Il Principio di ogni vera democrazia che,
consente di proteggere legalità e quindi libertà, poggia sull’equilibrio e sulla
separazione dei poteri.
La vicenda Ilva e dello strumento che, avrebbe dovuto consentire
la riduzione integrata dell’inquinamento è emblematica e rappresentativa di come
sia tutelata la salute e l’ambiente in Italia. La fabbrica avrebbe dovuto
dotarsi di tecnologie a basso impatto da almeno un decennio e per effetto di
cogenti norme comunitarie e interne. Invece tra legge, decreti attuativi e
cavilli procedurali siamo arrivati alla situazione di oggi. Attenzione:
l’autorizzazione integrata ambientale quale strumento di gestione
dell’inquinamento determinato dal settore produttivo, riguarda circa 200
impianti di competenza statale e 8000 di competenza regionale sui quali grava un
colpevole silenzio. La vicenda della Commissione del Ministero dell’Ambiente per
la concessione delle AIA è emblematica per comprendere, la concezione che i
legislatori e il Governo hanno di questi importanti strumenti operativi.
La Commissione AIA nominata dal Governo Prodi, fu esautorata dal
Governo Berlusconi nel luglio del 2008. Il Ministro dell’Ambiente nominò una
nuova Commissione, in cui emergevano alcune caratteristiche “particolari” : il
presidente era un ingegnere laureatosi sei anni prima e che faceva il
ricercatore nella Università privata siciliana Kore di Enna: tra le sue
pubblicazioni più significative emergevano le “Potenzialità del ravaneto nella
tecnica delle costruzioni stradali” oltre a una pubblicazione sulla gestione dei
rifiuti urbani in Sicilia. Altro elemento che colpì, fu la presenza di tre
magistrati della terza sezione del Tar del Lazio sotto cui ricadono le
valutazioni sui ricorsi all’Aia. Relativamente all’Aia , mentre il Gruppo
Istruttore del Ministero dell’Ambiente nominato per Ilva ed esautorato nel 2008
era composto da tre ingegneri , un chimico e un medico . Il Gruppo della
Commissione nominata dal Ministro Prestigiacomo per l’Aia su Ilva aveva come
presidente l’Ing. Bonaventuura Lamacchia deputato per la lista Dini e poi Udeur
costretto alle dimissioni per condanne a 2 anni e 5 mesi. In seguito fu nominato
un nuovo gruppo Istruttore, composto da due ingegneri, un chimico e due
magistrati della terza sezione del Tar del Lazio, Stefano Castiglione e Umberto
Realfonzo come è possibile riscontrare nel decreto del Ministro dell’agosto
2011.
A me pare non proprio il massimo, affidare un’istruttoria tanto
complessa che comprende, una cokeria, un impianto di agglomerazione, un
altoforno, un’acciaieria, la produzione di laminati e di tubi e che occupa
un’area nella sola Città di Taranto, equivalente a un quadrato avente un lato
lungo 3 km a un gruppo tecnico che, su cinque commissari ne comprende due che
sono magistrati amministrativi ovvero totalmente ignari dell’oggetto della
istruttoria.
Oggi responsabili istituzionali, politici, sindacalisti e
giornalisti parlano e citano Ilva come la più grande azienda siderurgica
d’Europa di cui non se ne può fare a meno, ma nessuno di questi soggetti ha mai
aperto bocca sui patologici ritardi nella applicazione della normativa sull’Aia
, sulla distruzione della Commissione Aia insediata dal precedente Governo per
motivazioni clientelari (la maggioranza dei nuovi commissari erano siciliani
come il Ministro) e l’immissione di tre magistrati della terza sezione del Tar
del Lazio competente per la valutazione dei ricorsi all’Aia.
Nessuno si è mai interrogato sui potenziali rischi per una Città
che, ha dieci impianti a rischio di incidente rilevante. Criminale chi ha
concesso ripotenziamenti d’impianti, nuove centrali in una Città in emergenza
ambientale da venti anni. E ancora mi piacerebbe leggere dichiarazioni da parte
dei Bersani, di Casini, di Alfano e dell’incredibile tuttologo onnipresente ex
direttore generale del Ministero dell’Ambiente per sapere a che punto si
trovano, i circa 8200 procedimenti potenziali di Aia che rappresentano l’unico
strumento di tutela di quel bene primario e fondamentale che si chiama salute  

Quando questo Ministro “performante“ adempierà quanto disposto
dall’art 13 dell’ex dlgs 59 del 2005 istituendo l’Osservatorio IPPC
sull’applicazione comunitaria, nazionale e regionale della direttiva sull’Aia e
posto al servizio delle autorità competenti? Dall’istituzione dell’Osservatorio
discende l’obbligo per l’Autorità Competente di comunicare annualmente al
Ministero dell’Ambiente i dati concernenti, le domande di Aia ricevute, le
autorizzazioni rilasciate e i successivi aggiornamenti oltre che un rapporto
sulle situazioni di mancato rispetto delle prescrizioni dell’autorizzazione
integrata ambientale. Chissà egregio Ministro Clini se la vera ragione per la
mancata istituzione dell’Osservatorio non sia rappresentata da quanto prescrive
il quarto comma dell’art 13 dell’ex dlgs 59 del 2005 ? “ Al funzionamento
dell’osservatorio si provvede mediante le risorse umane, strumentali e
finanziarie in dotazione del Ministero dell’ambiente e della tutela del
territorio a legislazione vigente. Ai componenti dell’Osservatorio non spettano
compensi, ne’ rimborsi spese e gli stessi assicurano la partecipazione
nell’ambito delle attività istituzionali degli organismi di provenienza. In ogni
caso dall’attuazione del presente articolo non derivano oneri aggiuntivi a
carico dello Stato”.

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