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Processo ”Addiopizzo”: 400 anni di carcere

 

Processo ”Addiopizzo”: 400 anni di carcere

 

Un risultato processuale storico: condannati 49 dei 50 imputati tra boss, imprenditori e commercianti

 
Condanne per quasi quattro secoli di carcere (esattamente 375 anni) sono state inflitte, col rito abbreviato, dal Gup di Palermo Vittorio Anania, nel processo “Addiopizzo”, uno stralcio di un’imponente indagine della Squadra Mobile di Palermo sul fenomeno del pizzo gestito dal clan capeggiato dai boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo.
 
 
Ad essere condannati sono stati 49 dei 50 imputati tra boss, imprenditori e commercianti. I malavitosi sono stati condannati con l’accusa di estorsione, mentre alcuni dei titolari di attività commerciali sono stati condannati per favoreggiamento, visto che non avevano ammesso ai magistrati di avere pagato il pizzo. Una sola assoluzione: si tratta del commerciante Vincenzo Cintura, accusato di favoreggiamento e difeso dall’avvocato Fabio Milazzo.
 
L’accusa era sostenuta dai pm della Dda Marcello Viola e Francesco Del Bene, Annamaria Picozzi e Gaetano Paci, che avevano chiesto pene per 524 anni di carcere. L’indagine era nata dal ritrovamento – nel covo di Giardinello, il 5 novembre 2007, al momento della cattura dei Lo Piccolo – dei pizzini con la contabilità e la gestione del racket delle estorsioni. Era stato così confermato che i commercianti e gli imprenditori palermitani pagavano a tappeto.

 

La condanna più alta, 20 anni di carcere, è stata inflitta a Nino Mancuso, che sarebbe stato esattore nei confronti di numerosissimi commercianti, così come Domenico Serio, al quale sono stati inflitti 16 anni. Ad Andrea Gioé inflitti 12 anni, a Michele Catalano, 20 anni e Domenico Ciaramitaro, 18 anni. A Calogero Lo Piccolo, figlio del boss Salvatore e fratello del mafioso e sicario Sandro, subentrato ai prossimi congiunti dopo il loro arresto, sono stati inflitti 10 anni di carcere.
 
 
Gli imprenditori condannati sono: Salvatore Genovese, Carlo Alberto Adile, Salvatore Ariolo, Giampiero Specchiarello (sei mesi). Mentre Gaspare Messina, titolare del locale notturno “Scalea club” ha avuto un anno e quattro mesi per falsa testimonianza.
 
 
 

La sentenza, risultato processuale storico per le inchieste sulle estorsioni, è stata letta dal giudice nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, dopo otto ore di camera di consiglio: il solo dispositivo è composto da 18 pagine e il Gup ha disposto provvisionali immediatamente esecutive da 90 mila euro ciascuno a favore dei commercianti che si erano costituiti parte civile; stessa somma alle associazioni (come “Addiopizzo”, dalla quale è stato preso il nome dell’operazione antimafia), Federazione antiracket e Libero Futuro. La Provincia di Palermo ha avuto il risarcimento più alto: 320 mila euro; altre associazioni, come Confindustria, Assindustria, Centro Pio La Torre, Sos Impresa 60 mila euro ciascuno.

[Informazioni tratte da  AGI, Ansa, La Siciliaweb.it

Racket, processo a boss e negozianti Alla sbarra chi negò di pagare il pizzo

di Salvo Palazzolo

Indagini chiuse sul clan Lo Piccolo: sotto accusa 58 boss e 22 commercianti

 

Il primo nome della lista è quello di un capomafia, Andrea Adamo, accusato di aver chiesto il pizzo. Il secondo, quello di un imprenditore, Aldo Adile, amministratore di Interlinea, accusato di favoreggiamento, per non aver denunciato gli esattori di Cosa nostra. Carnefici e vittime sono insieme nel processo alla nuova mafia dei Lo Piccolo, che si celebrerà a breve. La Procura ha chiuso l´inchiesta e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per 58 mafiosi e 22 fra commercianti e imprenditori, titolari di 19 attività. Nella lista firmata dai pubblici ministeri Domenico Gozzo, Gaetano Paci, Marcello Viola, Francesco Del Bene e Annamaria Picozzi ci sono nomi molto noti: non solo Aldo Adile, ma anche Carlo Alberto Adile (amministratore di “Adile salotti”), Maurizio Buscemi (pub Bocachica), Rosario Correnti e Raimondo Inserra (Villa Boscogrande), Giuseppe Consolo e Giovanni Profeta (ristorante Temptation), Salvatore Balsano (ristorante Lo scrigno dei sapori), Vincenz Favaloro (ristorante Alla corte dei normanni), Umberto Prestigiacomo (pub Any Way). Poi, ancora: Salvatore Ariolo (Eurofrutta srl), Giampiero Specchiarello (Gia.spe costruzioni), Antonio Billeci (Il Delfino ristorazione), Vincenzo Cintura (ditta edile Cintura junior), Salvatore Catalano (Movi.ter), Salvatore Genovese (Genovese service srl), Daniele e Domenico Terzo (Carrozzeria Firenze), Giulio Vassallo (Bar Gardenia), Giuseppe Giammona (Giauto). Tutti indagati per favoreggiamento. Gaspare Messina, gestore dello Scalea club deve invece rispondere di falsa testimonianza, per aver ritrattato la denuncia che aveva fatto nei mesi scorsi alla Procura: faccia a faccia con il suo estorsore, durante l´incidente probatorio tenuto di recente davanti al gip Maria Pino, si è tirato indietro.
 
Tutto era cominciato con la cattura di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, il 5 novembre 2007. I mille pizzini ritrovati dalla squadra mobile nel covo di Giardinello hanno dischiuso il forziere del racket. Il pentimento di cinque mafiosi un tempo legati a Lo Piccolo ha offerto indicazioni importantissime per decifrare i nomi in codice degli esattori. Questa volta, agli operatori economici veniva chiesto soltanto di confermare. In 18 l´hanno fatto. In 22 hanno preferito il silenzio. Nonostante gli appelli delle istituzioni e delle associazioni antiracket. Nonostante il disfacimento di Cosa nostra palermitana, decimata dai blitz di polizia e carabinieri.
 
L´elenco dei boss finiti in carcere in questi mesi e adesso destinati al processo è lungo. Nella lista dei 58 ci sono Salvatore Lo Piccolo e i figli Sandro e Calogero. Poi, i quadri dirigenti della nuova organizzazione: Michele Catalano (reggente dello Zen), Giovan Battista Giacalone (reggente di San Lorenzo), Andre Gioè (reggente di Tommaso Natale e Sferracavallo), Salvatore Genova (reggente del mandamento di Resuttana), Ferdinando Gallina (reggente della famiglia di Carini), Antonio Mancuso (reggente di Partanna Mondello), Massimo Giuseppe Troia (reggente di San Lorenzo). Ci sono gli insospettabili favoreggiatori: Gerardo Parisi era ufficialmente l´autista del presidente della Gesip, in realtà era uno dei favoreggiatori più fidati dei Lo Piccolo, sempre pronto a reperire un covo sicuro per i latitanti. Alcuni imprenditori sono accusati di associazione mafiosa, per aver messo a disposizione dei Lo Piccolo le loro aziende: Pietro Alamia, Giovanni Botta, Pietro Cinà, Francesco Palumeri e Sebastiano Vinciguerra. Seguono i picciotti addetti alla raccolta del pizzo: Antonio Ciminello, Tommaso Contino, Antonio Cumbo, Gaetano Fontana, Salvatore Liga, Fabio Micalizzi, Vincenzo Graziano. Nel processo ci saranno anche i mafiosi di un tempo, poi diventati i pentiti che hanno demolito il sistema Lo Piccolo. Da Antonino Nuccio a Francesco Franzese, Gaspare Pulizzi. L´inchiesta fa luce su mandanti ed esecutori di 42 estorsioni e 7 tentate estorsioni. Il caso più eclatante resta quello di Rodolfo Guajana, a cui fu bruciata la fabbrica, tre mesi prima dell´arresto dei padrini di Tommaso Natale. Quel giorno, ha raccontato il pentito Pulizzi, Sandro Lo Piccolo non volle perdersi il telegiornale: vedendo le immagini della fabbrica distrutta dal fuoco, commentò che quel rogo avrebbe dovuto essere di esempio per tutti i commercianti di Palermo. Non lo è stato pe Guajana, che ha denunciato. Non lo è stato per i 18 che nelle scorse settimane sono già stati protagonisti dell´incidente probatorio, una sorta di anticipazione del processo ai Lo Piccolo.
 

Fermati i boss di Resuttana

Il neopentito Manuel Pasta, sta già dando un contributo sostanziale per comprendere i nuovi assetti dei clan palermitani
 
 
 
E’ scattata alle prime luci dell’alba di oggi un’operazione antimafia condotta dai Carabinieri del Reparto operativo di Palermo che hanno eseguito tre fermi per associazione mafiosa ed estorsioni. Tra questi in manette anche colui che è considerato il nuovo ‘reggente’ del mandamento mafioso di Resuttana. In carcere sono finiti Andrea Quatrosi, 52 anni, ritenuto il capo mandamento di Resuttana, Carlo Giannusa, 41 anni e Mario Napoli, 45 anni.
 
 
L’inchiesta è stata avviata dai magistrati del pool coordinato dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: i pm Marcello Viola, Francesco Del Bene, Gaetano Paci, Annamaria Picozzi e Lia Sava.
 
I provvedimenti sono stati resi possibili dalle dichiarazioni di un nuovo pentito di mafia, Manuel Pasta, che collabora da una decina di giorni con i magistrati. I tre sono stati fermati per il pericolo di fuga, i pm, infatti, temevano che nell’apprendere dell’avvio della collaborazione del pentito avrebbero potuto lasciare Palermo. Due degli arrestati sono stati fermati a Cinisi a bordo di uno scooter, un terzo aveva trascorso la notte fuori casa. In corso anche perquisizioni alla ricerca di armi e munizioni.

 

 

Come già accennato, all’indagine hanno dato un contributo importante le rivelazioni di Manuel Pasta (nella foto), che per conto dei boss gestiva il racket delle estorsioni. E’ dallo scorso 29 marzo che Pasta collabora con la giustizia e sta svelando a magistrati della Dda di Palermo e ai carabinieri i segreti della cosca palermitana di Resuttana, legata a doppio filo a quella dei padrini Sandro e Salvatore Lo Piccolo.
 
 
Manuel Pasta, 34 anni, è stato arrestato dai militari dell’Arma, a dicembre scorso, nel blitz denominato ‘EOS’. E’ accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Il padre, Salvatore Pasta, in passato, è stato arrestato per riciclaggio aggravato. Elemento di spicco del “mandamento”, vicino ai capi della cosca, considerato il gestore del racket delle estorsioni per conto dei boss, il pentito sta aiutando gli investigatori a ricostruire i nuovi organigrammi dell’associazione. Titolare di uno studio di consulenza che trattava sinistri stradali. Si sarebbe occupato anche di pratiche che coinvolgevano diversi personaggi mafiosi riferibili a Cosa Nostra e, in particolare, alla famiglia di Resuttana, tra i quali Salvatore Genova, Rosario Pedone, Sergio Giannusa, Giuseppe Biondino, Salvatore Ariolo, Francesco D’Alessandro e Sebastiano D’Ambrogio. Inoltre provvedeva anche al mantenimento delle famiglie dei boss detenuti facendo avere loro un vero e proprio stipendio mensile.
 
Pasta ha “traghettato” il mandamento dalla vecchia gestione del capomafia Giovanni Bonanno, assassinato col metodo della lupara bianca su ordine dei Lo Piccolo, a quella dei nuovi vertici.
 
Il neo collaboratore – l’ultimo di una lunghissima schiera di uomini d’onore vicini ai Lo Piccolo che hanno deciso di saltare il fosso – sarebbe dovuto comparire oggi all’udienza preliminare in cui è imputato. Per ragioni di sicurezza non sarà presente. I suoi familiari – la moglie e i due figli – nei giorni scorsi, sono stati trasferiti in una località protetta.
 
 
 
A parlare di Pasta sono diversi collaboratori di giustizia, che prima di lui hanno deciso di saltare il fosso, tra cui Maurizio Spataro. Quest’ultimo, secondo i magistrati di Palermo “ha condiviso con Pasta un periodo di collaborazione criminale”. Nel corso di un verbale, reso da Spataro il 20 novembre 2009, il collaboratore, nel ribadire la funzione di Pasta nell’ambito della famiglia mafiosa di Resuttana, aveva evidenziato che quest’ultimo “si occupava di pagare le famiglie dei detenuti”. Manuel Pasta, secondo le dichiarazioni rese da Spataro ai magistrati della Dda di Palermo “gestiva con me il mandamento di Resuttana. Teneva la cassa e si occupava di pagare i familiari ai detenuti. Ha una agenzia di disbrigo pratiche per incidenti stradali che era sede di incontri con esponenti mafiosi. Era vicino a Salvo Genova. Mia moglie ha ricevuto soldi da Pasta”.
 
Anche Lucia Di Matteo, moglie del pentito Spataro, ha parlato di Pasta. Il 30 novembre 2009 la donna, secondo i pm, avrebbe fornito “un quadro esaustivo dei rapporti che ha mantenuto con Manuel Pasta in ragione dell’attività di assistenza finanziaria e legale che Pasta svolgeva in favore della famiglia Spataro dopo l’arresto di quest’ultimo”. Interrogata dai pm la donna ha detto: “Manuel Pasta mi disse che quando io avevo dei problemi oppure per parlare dei colloqui con mio marito Maurizio, avremmo dovuto vederci al Charleston. In effetti ho incontrato più volte Manuel Pasta al Charleston. Con Pasta parlavamo, tra l’altro, dell’andamento dei colloqui”. “Ricordo un evento in particolare, in cui mi rivolsi a Pasta – ricorda ancora la donna – per entrare in possesso di una somma di denaro pari a 3000 euro con riferimento ad un credito che vantava mio marito rispetto ad un cliente del ‘Borgo’ (il quartiere di Borgo vecchio, ndr) per una macchina. Dopo un colloquio avuto in carcere con mio marito avvenuto il 13 di Novembre del 2008, colloquio avvenuto con modalita’ ”sospette” , ovvero a parte rispetto agli altri detenuti, venne a trovarmi a casa di mia suocera Tanino Lo Presti. Ci incontrammo sotto casa e mi diede 15.000 euro quale parte del credito che mio marito vantava, per la restituzione del quale mi ero rivolta a Pasta”.
 
 
 
Per quanto riguarda gli arresti di stamane, Pasta ha raccontato agli investigatori che Andrea Quatrosi e i suoi uomini stavano progettando due delitti: quello di Michele Pillitteri, un commerciante che faceva estorsioni senza l’autorizzazione della mafia, e quello di Gioacchino Intravaglia, soggetto di cui il collaboratore fa il nome, senza spiegare, però, il movente dell’agguato mai commesso. Pillitteri che chiedeva il pizzo – racconta Pasta – “senza la nostra autorizzazione oltre a non essere formalmente affiliato”, ha subito anche un attentato incendiario da parte del clan.
 
Due dei fermati, Carlo Giannusa e Mario Napoli, detto ‘Big Jim’, si erano già procurati gli scooter che il commando avrebbe dovuto usare per l’omicidio e avevano pedinato la vittima. Ma – racconta Pasta – “Pillitteri venne risparmiato perchè quando tutto era pronto per l’agguato aveva un bambino in braccio”. Secondo quanto raccontato dal neopentito Cosa nostra avrebbe dovuto uccidere anche un altro uomo.
 
Chi è Andrea Quatrosi – Da rapinatore a capo di uno dei mandamenti mafiosi più importanti di Palermo: un’escalation criminale compiuta in pochi anni e avallata dai boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo. E’ il ritratto del nuovo reggente del clan palermitano di Resuttana, Andrea Quatrosi, fermato oggi dai carabinieri. ‘Punciutu’, ossia “affiliato ritualmente”, solo di recente, Quatrosi, per anni, si è occupato della latitanza dei Lo Piccolo. “Si vantava – racconta Manuela Pasta che ne ha descritto il ruolo – di avere insegnato a Salvatore Lo Piccolo a nuotare”. Per conto dei padrini di San Lorenzo, mandamento confinante con quello di Resuttana, nascondeva le armi: kalashnikov, mitragliette, fucili a pompa. I collaboratori di giustizia raccontano che era solito tenere una P38 nascosta dietro al battiscopa della camera dal letto. Parte dell’arsenale del clan l’aveva affidato a una coppia di insospettabili di Cinisi, paese del palermitano. La cerimonia in cui è diventato formalmente un uomo d’onore l’ha “officiata” Giuseppe Liga, l’architetto succeduto a Lo Piccolo alla guida di San Lorenzo.
 
 
E’ lui a consigliargli di smetterla con i traffici di droga perché non è attività da capomafia e a invitarlo ad affidare il business ad altri, continuando, però, a intascarne i guadagni. Il pentito Pasta, insieme ad altri collaboratori di giustizia come Maurizio Spataro e Francesco Briguglio, racconta che Quatrosi ha preso il posto di Bartolo Genova, estromesso da Cosa nostra perché colpevole di avere organizzato un incontro, senza avvertire nessuno, con l’allora latitante Gianni Nicchi. In cella sono finiti anche i fedelissimi di Quatrosi: Carlo Giannusa, 41 anni, e Mario Napoli, detto Big Jim, 45, incaricato di riscuotere il pizzo per conto del clan.

 

Le estorsioni nel “salotto” di Palermo – Tra le confessioni del neopentito Manuel Pasta anche i nomi degli esercizi commerciali della centralissima via Libertà che pagano il pizzo. Era Andrea Quatrosi, secondo Pasta, a tenere e compilare il libro mastro della cosca: l’elenco delle vittime del pizzo – venivano usati soprannomi – con accanto il denaro ricevuto.
 
 
Dall’inchiesta è emerso, inoltre, che i mafiosi avevano deciso di spostare a maggio e settembre le tradizionali date di riscossione fissate in Natale e Pasqua per cercare di sviare gli investigatori.
 
Tra i commercianti taglieggiati di cui parla il pentito pescherie, bar, ma anche noti negozi di via Libertà, il salotto buono di Palermo. Come “Pollini” che versava 500 euro al mese. Nel mirino della mafia anche il titolare della rivendita Timberland, che ha anche altri due negozi di abbigliamento molto noti nel centro di Palermo, che dava 7000 euro l’anno in due tranches. Il particolare curioso e allarmante è che in questo caso a fungere da intermediario tra la vittima e i clan erano altri commercianti: “paga tramite Diego o Cesare Ciulla – racconta Pasta – i titolari del negozio Hessian” (attività di rivendita di accessori molto conosciuta in città, ndr). Nel libro mastro anche l’hotel Politeama che versava alla cosca 6000 euro l’anno. Sempre a proposito del racket, il pentito racconta del danneggiamento subito dal proprietario di un bar che si era rifiutato di pagare il pizzo. Il titolare aveva risposto in malo modo all’estortore e aveva fatto sapere che non gli interessava cosa sarebbe accaduto. Un comportamento anomalo, visto che la vittima, secondo quanto la cosca sapeva, pagava regolarmente per l’altra attività commerciale di proprietà, un altro bar che si trova nella località balneare di Mondello. Per tutta risposta il clan piazzò uno scooter rubato per commettere un omicidio, poi mai eseguito, e gli diede fuoco davanti al locale del commerciante riottoso.

[Informazioni tratte da ANSA, ADNKRONOS/ING]

 

http://isolapulita.blogspot.it/2010/05/blog-post.html

http://isolapulita.blogspot.it/2009/08/vile-aggressione-al-candidato-sindaco.html

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